Con i piedi sull’emozione

di Alessandro Bolzonello

3012117449_73efe4ddce_mBiologicamente nasciamo, cresciamo e moriamo. Ma il vivere non è solo questo: la vita è emozione.

L’emozione è un interessante metro della vita umana: quanto siamo in grado di produrre emozioni? quanto sappiamo viverle e gestirle?

La nascita e la morte sono eventi potenti, ma tra questi si collocano molteplici situazioni emozionali, alcuni inevitabili, talvolta subiti, altri frutto della deliberata azione individuale.

Le civiltà hanno sviluppato svariate ritualità finalizzate a convogliare e controllare l'emozione. Il tempo viene scandito da momenti nei quali celebrare le fasi della vita umana ed i passaggi temporali, spesso rivestiti religiosamente: ecco i riti che segnano il passaggio alla vita adulta, ecco le festività a cavallo dei cambi di stagione. Occasioni deputate ad esprimere il carico emotivo che inevitabilmente si sviluppa lungo lo scorrere del tempo.

La funzione di questi eventi è sia 'contenitiva', cioè volta a circoscrivere l'entropia del cambiamento, sia difensiva, cioè intenta ad imbrigliare e limitare l'emozione. Pratiche, insomma, volte a controllare il carico emotivo, spesso e volentieri più di difesa dall'emozione che strumenti di espressione della stessa.

Ma non basta tenere a bada le emozioni; la vita ha bisogno di produrne e nutrirsene.

Oggigiorno continua a prevalere la psicopatia, meglio – usando le parole antiche di Umberto Garimberti – l'analfabetismo sentimentale. Anzi questo analfabetismo è stato alimentato in quanto funzionale al concetto di crescita e di sviluppo, che si traduce sostanzialmente in business, fino a contagiare tutti i livelli della vita, da quella privata a quella sociale, da quella economica a quella istituzionale.

In questa situazione ecco affermarsi e diffondersi artificiali meccanismi di sfogo connotati dalla delega ad altro ed agli altri dell'espressione emozionale. Cioè l'incapacità emozionale induce a vivere l'emozione di riflesso: assunzione delle emozioni altrui, anche appropriandosene indebitamente, oppure adozione di artificiali sfoghi emozionali attraverso traditional-media oppure, oggi in modo sempre più diffuso, digital-media. I contenuti catalizzatori, invece, mantengono una profonda connotazione di genere: le vicende dello sport per le emozioni maschili, mentre le vicende delle vite altrui, quelle che si prestano ad essere esposte, per quelle femminili. Insomma nel calcio e nel gossip sfocia l'incapacità di produrre e vivere le emozioni. Il nulla ha preso il sopravvento.

Ma si può ripartire. E' possibile rilanciare la cultura dell'emozione che emancipi l'uomo mettendolo nelle condizioni di produrre, vivere e gestire le emozioni, con se stesso e con gli altri; è possibile – usando la categoria coniata da Gustave Flaubert – agire sull'educazione sentimentale. Non solo è possibile, si deve ripartire.

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Foto: L'emozione bivalente

2 Comments to "Con i piedi sull’emozione"

  1. Pogo 01's Gravatar Pogo 01
    March 7, 2014 - 12:08 pm | Permalink

    Il percorso della riconquista della sovranità, non solo monetaria, di una nazione, e quindi degli individui cittadini che ne fanno parte, passa necessariamente attraverso la riappropriazione delle individualità emozionali. Pensieri ed emozioni volutamente ottenebrate in vari modi al fine di limitare analisi e comprensioni dei fatti. Panem et circensis, per il pane cominciamo a scarseggiare, ma per i circensis non li facciamo certo mancare. Ottenebratevi e non pensate !!!

    Gran bell'articolo. 

  2. aaron's Gravatar aaron
    March 7, 2014 - 4:32 pm | Permalink

    Ottimo contributo Alessandro,

    fin dal mio approdo in ARS ho subito pensato che la riconquista della Sovranità non può avere un solo binario economico-lavorativo ma deve sopratutto porre l'individuo/persona al centro delle finalità di uno Stato.

    Occupandomi, per lavoro, di persone ( oggi, in una chiaccherata in pausa pranzo con dei colleghi mi sono lasciato sfuggire una parola orribile che è stato frutto di un abbassamento delle mie difese immunitarie rispetto al consumismo, parlando di "utenti" del centro polifunzionale che gestisco li ho definiti "clienti", correggendomi subito tra le facce stupite dei miei colleghi ) mi accorgo da molto tempo di come siano bersagliati i loro stili di vita da questa Crisi, che non è economica, ma è sociale e culturale.

    Nel corso degli ultimi anni è subentrato uno strumento che ha modificato di colpo ( non in un passaggio fatto di ritualità e tempi umani ) il modo di comunicare il malessere di molte persone.

    Il campo bianco dello "Stato" di Facebook, quello dove scriviamo i nostri pensieri o commenti, è diventato una vetrina della sofferenza. Per anni un certo malessere ( per esempio quello giovanile ) è sempre stato raccolto da  una interpretazione dei comportamenti dei giovani ( esempi banali: mi faccio crescere i capelli lunghi e mantengo un atteggiamento e un portamento trasandato;mi provoco delle ferite da taglio superficiali sul corpo; fumo e abuso di droghe e alcool etc etc ), sottoposto all'analisi dello specialista di turno, trasformato in dato per gli amanti delle statistiche, convogliato in studi specifici e presentato in convegni di settore. Tutto questo avviene lasciando la persona del tutto scollegata dall'analisi. Pensate, per esempio, come nel dibattito pubblico rispetto al tema dello stupro si puntualizzino più attenzioni sullo stupratore che sulla donna stuprata. Lo stupratore diventa il "malato ( o la malatia sociale ) che deve essere curata clinicamente " mentre la vittima rimane vittima, cioè " vi si applicano soluzioni come da manuale". Chiaramente con questo non voglio generalizzare, sono tanti i professionisti che mettono la persona al centro dell'intervento, nonostante le difficoltà Ministeriali e che riguardano l'Ente d'appartenenza.

    FB quindi ha scardinato un sistema e ha concesso a migliaia di potenziali depressi o persone vittime di abusi di utilizzare il campo bianco dello "Stato" per comunicare al mondo ( con mondo si intende una specifica fetta di profili selezionati che possono far parte della mia schiera delle amicizie personali e reali ma possono anche essere colmati da profili di persone che non conosco personalmente o che non sono esattamente quello che immagino siano ) il loro dolore. Ma siamo sicuri che questa modalità è capace di aiutare la persona in difficoltà aumentando la portata dell'allarme ad una fetta di utenti sensibili ? Io sono convinto di no, basti vedere i tristi casi di suicidio di alcuni giovani scherniti su FB in seguito a post dove raccontavano la loro Omosessualità o denunciavano il malessere della Bulimia.

    Credo che oggi stiamo un po vivendo un periodo storico che è come un intossicazione alimentare, cioè "vomitiamo" ciò che non è più assimilabile con il corpo umano e le sue sfaccettature psicologiche, ci rifiutiamo di ammettere che siamo "saturi del nulla" ( dove il NULLA  è la condizione della società consumistica del produci-consuma-crepa )e continuiamo a dimostrare come l'indice della depressione sia in salita, nonostante in Italia non vi sono le condizioni di un paese con l'embargo o di una crisi economica devastante come in Grecia. 

    Guardandoci attorno noteremo che negli ultimi 30-40 anni c'è stato un aumento di interesse nei confronti di forme religiose/aggregative votate ad una certa riconquista "della condizione umana". Dalla New Age al Veganesimo è tutto un fiorire di attitudini votate al miglioramento della condizione umana, sopratutto in una visione di miglioramento della condizione dell'individuo nella società in cui vive ( il miglioramento della condizione umana globale è più riscontrabile invece nei movimenti morali e di pensiero dei secoli precedenti al Novecento, dove però la partecipazione a questi movimenti era molto selettiva e non dava la possibilità a tutti di aderirvi, vedi per esempio la Massoneria ). Migliorare il singolo non aiuta però a migliorare la società ne la felicità può diventare indicatore di progresso e stabilità di un paese ( per la questione felicità rimando ad un articolo di stefano d'andrea che trovate su appello al popolo ), quindi in una metafora sociale che ci vede ormai alle prese con un mal di pancia dovuto all'intossicazione alimentare della società consumistica noi stessi rifiutiamo di cibarci ( non siamo più in grado, siamo saturi di cibo per l'anima scadente ) e ci lamentiamo per i dolori di pancia.

    Ben ricordo però la volta in cui da ragazzino, goloso come ero di marmellate rubai un vasetto e mi misi a mangiarlo tutto di nascosto e in modo veloce per evitare di farmi scoprire, la sensazione che produsse in me l'intossicazione ( dolori di pancia e nausea, sintomi che si verificano nelle persone in momenti di forte stress o depressioni, indipendentemente se si è mangiato un vasetto da mezzo kg di marmellata da soli ) mi portò a non mangiare per giorni interi. Ci pensò mio nonno a darmi una lezione di umanità, raccontandomi di quando era piccolo e in tempi di guerra non mangiavano nulla e si faceva la fame e che le poche volte che avevano qualcosa da mettere sotto i denti loro lo facevano con lentezza, per godersi il gusto delle cose e per poter anche evitare un mal di pancia per la fretta. I racconti di mio nonno mi fecero compagnia in quei 3 giorni dove il mio corpo fu costretto a reagire per tornare apposto, al 4° giorno tornai alla tavola della mia famiglia con una fame da lupi e sopratutto più sazio, almeno di conoscenze.

    Senza evocare decrescita o primitivismi vari, oggi paghiamo l'errore di una società che si è abbuffata e che continua a mangiarsi a vicenda ( tra persone ) mentre lottiamo con un corpo e uno spirito che fanno a pugni con questa condizione. Non servono farmaci, ma occorre riconoscere ciò che può causarci dolore e per farlo abbiamo tutti, indipendentemente dal ruolo professionale, bisogno di concedere alla nostra vita lo spazio necessario per mettere al centro delle nostre azioni il benessere e la cura per gli altri.

     

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