Consapevolezza delle masse e democrazia

La verve distruttrice dell’attuale governo e la irridente noncuranza con cui questa viene esternata hanno lasciato attoniti molti analisti, la abolizione del Senato, la cancellazione dell’articolo 18, i Jobs Act, la proposta del TFR in busta paga, sono soltanto alcune delle” amenità ” che l’esecutivo ha voluto (o vorra’) ad ogni costo imporre ad un popolo italiano che e’ apparso quasi indifferente, come se le ” riforme” fossero un male ineluttabile o, meglio ancora, come se esse riguardassero genti lontane e sconosciute.

Cio’ che stupisce e’ dunque, da un lato l’atteggiamento beffardo del premier che nelle sue esternazioni ostenta, incurante di eventuali reazioni popolari, la volonta’ di voer falciare diritti e tutele reputate fino a ieri sacrosante ed inviolabili, dall’altro la passivita’ delle masse che davanti al piu’ che evidente pericolo, continuano imperterrite ad appassionarsi piu’ che mai alle eterne manifestazioni della imbecillità collettiva (calcio, gossip, tv), abbandonando ogni prospettiva di equità e di ricostruzione civile.

Giorgio Mascitelli: L’ascensore si è rotto

Da “Alfabeta 2” del 3.7.2014. Ringrazio l’autore per l’autorizzazione a pubblicare l’articolo [gm]

Il Censis ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto relativo alla crescente sfiducia nella scuola italiana come strumento di avanzamento sociale. In esso si snocciolano una serie di dati drammatici e pertinenti, dal calo delle iscrizioni all’università alla crescita del tasso di abbandoni degli studi degli alunni di famiglie disagiate e altri per la verità un po’ fuori luogo rispetto al tema della sfiducia nella scuola, come la crescente preoccupazione per l’insufficienza o la totale mancanza di posti nella scuola dell’infanzia, specialmente nelle grandi aree urbane.

Del resto la notizia di fondo non è certo inedita: già nel 2010 l’OCSE in uno suo documento aveva segnalato l’Italia, insieme a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, come uno dei paesi in cui la scuola garantisce meno mobilità sociale (per la cronaca i paesi più virtuosi sono quelli scandinavi e l’Austria, cioè paesi dove lo stato sociale funziona ancora).

Riconquistare l’autonomia del soggetto

Di fronte a un mondo che sembra sempre meno alla nostra portata, al processo sempre più accelerato di globalizzazione, davanti ad un meccanismo di scelta delle politiche sempre meno lineare e sempre più bizantino, sembra quasi un riflesso incondizionato quello di ripiegarsi su di sé. Ci troviamo impotenti davanti ad un universo indecifrabile, spesso gli strumenti che abbiamo per conoscerlo appaiono come ferrivecchi, come l’abaco per il calcolo differenziale.
Allo stesso tempo, sappiamo che il pensiero unico dominante ha lavorato per noi con un’attività decennale di costruzione di una ideologia penetrata ovunque, sappiamo che l’aria che respiriamo è viziata perché ogni finestra è stata sigillata dal pensiero che tutti pensano, che tutti praticano, che tutti vivono quotidianamente. Anche i più avvertiti tra di noi non possono esimersi dal far parte in un modo o nell’altro del sistema, che è totalizzante. Di nuovo, l’unica soluzione a volte appare l’accettazione e il ripiegamento.

“…e quel giorno uccisero la felicità”

« Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità. »
Queste sono le parole di un grande uomo, che si chiama Thomas Isidore Noël Sankara.
Dopo una iniziale carriera militare divenne nel settembre 1981 segretario di stato dell’Alto Volta, piccolo stato africano, ex colonia francese, lascio’ tale incarico nell’aprile del 1982 essendo in disaccordo con il regime dell’epoca troppo distante a suo dire dal popolo e dai lavoratori, partecipo’ e guido’ nel novembre 1982 un colpo di stato che portò al potere Jean-Baptiste Ouedraogo, e Sankara divenne Primo Ministro, ma venne destituito dal suo incarico e messo agli arresti domiciliari in seguito alla visita di Jean-Christophe Mitterrand, figlio dell’allora presidente francese François Mitterrand.
L’arresto di Sankara e di altri suoi compagni causò una rivolta popolare che porto’ ad un secondo colpo di stato guidato dall’amico Compaoré, che nell’agosto del 1983 lo porto’ a diventare presidente dell’Alto Volte all’età di 35 anni.
Esattamente un anno dopo al suo insediamento cambio’ stemma, bandiera e nome del paese in Burkina Faso, che tradotto vuol dire “terra degli uomini integri”, a quel punto inizio’ a stravolgere la cultura, la politica e l’economia del paese che fino ad allora era ridotto alla fame ed alla poverta’, portando le donne ad avere uguali diritti ed opportunita’, portando il paese a sfruttare le proprie risorse economiche per liberarlo dallo sfruttamento delle solite potenze occidentale che da’ sempre si imponevano, miglioro’ sanita’ , l’istruzione e la qualita’ della vita in Burkina, e tutto nel giro di 3 anni.
A quel punto si concentro’ sulla politica estera, mostrando senza remore le  sue idee rivoluzionarie ed avanti per i tempi, dapprima attaccando apertamente piu’ volte il presidente francese Mitterand, reo di appoggiare il governo di Pieter Willem Botha in Sudafrica, stato in piena apartheid e poi rifiutando il coinvolgimento militare operato da Charles Taylor, uomo dichiaratamente in mano ai servizi segreti francesi ed alla CIA americana.
Quello che pero’ cambio’ gli equilibri fu’ la scelta di fare un memorabile discorso all’ONU, un discorso importante, coraggioso ed avanti con i tempi contro il coloniasmo occidentale e contro il debito imposto che da sempre schiavizzava gli stati africani, nel suo discorso esorto’ gli altri stati a ribellarsi, cercando alleati per cambiare e liberare per sempre il continente da tale oppressione, in quel modo si espose consapevolmente ad un rischio enorme a cui lui non volle sottrarsi.
Il 15 ottobre 1987 a pochi mesi dopo quel discorso in seguito ad un colpo di Stato organizzato dal’ex-compagno e collaboratore Blaise Compaoré con l’appoggio di Francia, Stati Uniti d’America e militari liberiani venne ucciso, assassinato, tradito, la sua unica colpa fu’ quella di essere un vero uomo di stato, integro, colto, onesto ed attaccato alle sue radici ed alla sua gente.
Attualmente in Burkina non e’ neanche permesso alla popolazione di ricordarlo, di onorarlo e festeggiarlo a dovere, tutto e’ stato cancellato, tutto e’ tornato come prima del suo avvento, fame e poverta’ regnano e le potenze occidentali sono ritornate a sfruttare a discapito della povera gente.
La sua figura meritarebbe di essere studiata nei libri di storia, in tutto il mondo, in soli 3 anni scolvolse positivamente la vita e la cultura di un popolo che da sempre era oppresso, sottomesso, schiavizzato, portandolo a reagire ed operare per essere libero ed indipendente, ma la cosa che piu’ rimane impresso studiando la sua vita e la voglia indomita di stradicare un retaggio culturale dannoso per il suo popolo, cercando di portarlo ad una vera e propria rivoluzione culturale, e tutto questo nel 1987, senza internet, senza grandi mezzi  a disposizione.
La sua figura rimarra’ per sempre nel mio cuore, ringrazio di averlo potuto conoscere e studiare, lui nella sua pur breve vita a dimostrato che militando, facendo ed operando tutto e’ possibile e realizzabile, anche il sogno piu’ grande ed impossibile.
Grazie Presindente Sankara.

Per un altro modello di banca al servizio dell’occupazione del paese

Dal socio Alessandro Andriola dell’ARS di Milano riceviamo e volentieri pubblichiamo.

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Il documento che segue è stato scritto ormai qualche mese fa ed è al contempo un tentativo di analisi politico-economica e commento critico alla piattaforma contrattuale ed al successivo documento “tecnico” (stilato con l’ausilio di esperti), presentati dai sindacati firmatari di categoria alla controparte datoriale, l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) in vista del rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) settore credito, la cui scadenza sarà più che probabile oggetto di nuova proroga fino a febbraio 2015.

Inserirò qualche breve nota esplicativa per la pubblicazione su Appello al Popolo, sperando di renderlo comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Per un ALTRO modello di banca al servizio dell’occupazione e del Paese

Il documento “Per un nuovo modello di banca al servizio dell’occupazione e del Paese” redatto dalle sigle sindacali firmatarie si affianca alla piattaforma contrattuale presentata a marzo 2014 nel tentativo di rafforzarne i magri contenuti.

La piattaforma si era rivelata palesemente NON all’altezza della situazione, anche se alcune idee erano e rimangono condivisibili (come quelle su esternalizzazioni, consulenze, tetto agli emolumenti del top management, limitazioni alle deroghe al CCNL*), ma nell’insieme era priva del coraggio e dell’ampiezza di respiro necessari ad un passaggio storico come quello attuale.

Le parole dei Capi

Εν αρχή ην ο Λόγος, και ο Λόγος ην προς τον Θεόν, και Θεός ην ο Λόγος.

Ούτος ην εν αρχή προς τον Θεόν.

πάντα δι’ αυτού εγένετο, και χωρίς αυτού εγένετο ουδέ εν ό γέγονεν.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio..

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto attraverso di lui , e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

boyjesusinthetemple

Il Vangelo ha un inizio che è tutto un programma, uno dei Libri Sacri del Monoteismo ci è giunto nella sua versione greca con una traduzione della parola logos in Verbo, lasciando ai posteri, ai teologi e ai fedeli l’interpretazione del significato di questa frase.

L’articolo di questo mese avrà come tema l’uso della parola, o meglio il linguaggio, nella nostra società ai tempi di questa spaventosa Globalizzazione.

Il fuoco nella caverna della modernità

Il principale canale di comunicazione mediatica dei nostri tempi è la televisione da dove vengono veicolati i messaggi politici, culturali ed educativi che ogni società decide di adottare, o farsi imporre, per governare il proprio popolo.

Il giusto salario

L’art. 1 della costituzione italiana recita: “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”; parto da questo presupposto (ovvero che a TUTTI dovrebbe essere garantito un giusto lavoro che possa far vivere ognuno serenamente) per capire quale dovrebbe essere la altrettanto “giusta” paga che ci possa mettere in una condizione abbastanza spensierata da poterci far vedere il futuro con un certo marginale ottimismo.

Sappiamo che sino alla fine del 1800 la vita era davvero molto dura: la giornata lavorativa di un operaio durava almeno 12 ore e con il compenso ottenuto si riusciva a malapena a metter tavola. Anche i bambini, superati i 6/7 anni erano costretti a lavorare pesantemente, contribuendo così alla scarsissima economia familiare. L’avvento dell’industria stravolse completamente le regole, aumentando anno per anno, in qualsiasi settore, smisuratamente la produzione e la produttività. Il resto è Storia recente.
Oggi sappiamo che con una sola ora di lavoro ben retribuito (9 euro netti/ora) si riesce ad organizzare un buon pranzo per 4 persone (1/2 kg pasta €0.50. pomodoro pel. 350gr €0.50, ½ kg di maiale €4, insalata €1, frutta ½ kg €1, vino e acqua €1,5, caffettiera di caffè 50 cent, la dieta potrebbe variare a vostra scelta, anche se in modo abbastanza limitato). Il resto delle 6 ore lavorative, togliendo ancora 9 euro per il pasto della sera, sarà pari a €54. Questi 54€ andranno ad essere utilizzati per le altre spese correnti e per un piccolo accantonamento, quanto possibile Una paga netta di €1584 (€72x22gg) dovrebbe essere sufficiente per mandare avanti una famiglia di 4 persone. A detto importo si devono aggiungere la 13esima e le ferie pagate per 4 settimane o 22gg lavorativi. Il compenso annuo netto sarà di €20592 + 22 giorni pagati e non lavorati.

Euro, Unione Europea o socialismo?

Non c’è neanche un solo diritto fondamentale enunciato dalla Costituzione che non risulti alterato in maniera sostanziale dall’applicazione dei trattati europei: la critica dell’ARS non è solo critica all’euro, ma critica all’Unione Europea.
L’Italia ha giocoforza subìto una rivoluzione, che è maggiore rispetto ad altri Stati appartenenti all’unione: dai primi anni ‘90 abbiamo modificato il sistema processuale penale, il sistema di distribuzione dei poteri dal centro alla periferia, il sistema elettorale  (ribaltandone completamente i presupposti), ci si è spinti verso l’aziendalizzazione delle università spacciandola per “autonomia”, ed infine si è modificata la legge bancaria del 1936, che fu posta a fondamento del nostro sistema economico. Con una “legge-delega” (che toglie di fatto dal dibattito democratico del Parlamento l’attività legislativa) venne introdotto con il TUB (Testo Unico Bancario, 1994) un nuovo concetto di banca come non più “istituzione pubblica”, ma moderna “società di diritto privato”; il TUF (Testo Unico Finanza, “legge Draghi”, 1998)  liberalizzò mercati ed intermediari finanziari dettando i “principi generali” e lasciando, in delega agli stessi, le modalità di regolamentazione in barba ai principi costituzionali. Nel 1992 Carli formalizzò la separazione della banca centrale dal Tesoro e consentì il processo di costituzione della BCE, banca centrale di uno “stato che non c’è”.
Questa rivoluzione è avvenuta, ed è fondamentale ricordarlo, non a causa dell’euro, ma ancor prima per responsabilità dei trattati dell’UE: dagli anni ‘80, e poi definitivamente con Maastricht, i princìpi fondamentali delle costituzioni europee sono diventati feticci, la  Costituzione Italiana è stata presa di mira poiché in contrasto coi trattati, e conseguentemente disinnescata. Questo meccanismo perpetrato di disinnesto delle sovranità nazionali ci ha condotti verso l’impossibilità giuridica di disciplinare numerose materie di interesse pubblico.
Un paese liberista, come l’UE impone ai propri membri, è per forza globalista. Un paese che viceversa pianifica la propria economia, come ci imporrebbe il dettato costituzionale, è un paese dove il popolo, la legge e lo Stato controllano, disciplinano e dirigono la res publica in modo più o meno socialista.
Una norma fondamentale contenuta nella nostra Costituzione, l’articolo 41, enuncia: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. La parte più nobile del trattato costituzionale è dunque la parte che disciplina i rapporti economici: ristabilire la legalità costituzionale significa pertanto prevedere partecipazioni statali ed aiuti di Stato ad imprese in settori strategici (misura che portò la nostra industria pubblica ad essere avanguardia nel mondo). Oggi, all’interno dell’Unione Europea, tutto questo risulta essere inapplicabile.
Inoltre, per imporre di nuovo un sistema progressivo di imposizione bisognerebbe limitare la circolazione dei capitali: non esiste nessun esperienza socialista o socialdemocratica che non abbia applicato questo principio come era applicato da noi prima della distruzione economica, ma soprattutto sociale, di questo nostro intero continente.
L’unico internazionalismo (parola tanto abusata quanto ostica) accettabile è quello in cui si ha un rapporto di pace tra stati socialisti.  E sovrani.

Un modo diverso per stare in Europa

L’articolo che pubblichiamo, scritto da Luca Pinasco su L’intellettuale dissidente, non riflette necessariamente e nella sua totalità il pensiero dell’ARS. E’ un articolo estremamente informato sull’Ungheria, che cita frasi di Orban idonee a delineare chiaramente il pensiero politico dello statista ungherese e che suscita domande decisive: come fa l’Ungheria a stare in Europa e a praticare le politiche interventiste e protezioniste che attua (a prescindere dalla giustezza o meno della distribuzione interna delle risorse create)? Fermo che l’Ungheria non ha adottato l’Euro e ha da tempo rinviato l’adozione della moneta unica a “non prima del I gennaio 2015″, esistono contenziosi di altro tipo tra Ungheria e Unione europea, relativi a violazioni, reali o pretese, di regole dei trattati? Quale posizione assume la Corte Costituzionale ungherese in tema di rapporti tra ordinamento interno e ordinamento dell’Unione Europea? Sono domande alle quali, per ora, non siamo in grado di dare risposta, per mancanza di conoscenze e soprattutto degli strumenti di conoscenza indispensabili (la lingua magiara, in primo luogo). SD’A

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Appunti su Kant, federalismo e sovranità

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Nel suo Per la pace perpetua del 1795 Immanuel Kant si interroga su una possibile federazione di Stati, allo scopo di raggiungere una condizione di pace perpetua. Le tesi di Kant sono spesso utilizzate dai federalisti europei per giustificare le loro posizioni. Qui si chiarirà come il pensiero di Kant sia più complesso di quel che sembri, citando direttamente alcuni suoi passi dal libello in questione, seguiti da un breve commento.

«Nessuno stato indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione. […] Uno stato infatti non è (come il territorio su cui ha la sua sede) un bene (patrimonium): è una società di uomini sulla quale nessun altro se non lei stessa può comandare e disporre».

Uno stato, come l’Italia, non è una cosa, un oggetto che può essere svenduto, comperato, delasciato e via dicendo, ma è una libera società, indipendente, che trova solo in se stessa il proprio diritto e la propria potenza. Certamente la parola sovranità non entra nel discorso kantiano, ma noi possiamo tranquillamente affermare che un tale Stato sarà chiaramente sovrano di se stesso.

“Dire come stanno le cose”: delegittimare l’ipocrisia

di Alessandro Bolzonello

2279408828_bb34963f1b_zSono stato educato a dire ciò che si deve dire, non a dire ciò che si sente, si vede e si pensa. In molte occasioni ho percepito chiaro l’ammonimento, preventivo e consuntivo, dell’esprimere un parere, talvolta indicato come atto eversivo, in particolare quando espresso in ambienti istituzionali.

L’esprimersi risente di regole culturali, spesso implicite, condensate nell’espressione politically correct ovvero valutazione di opportunità. Concetti in sé nobili che rinviano a linee di opinione ed atteggiamenti sociali di attenzione e rispetto dell’altro, ma, contestualmente, strutturalmente ambigui che si prestano a diverse interpretazioni. Se è vero infatti che esercitare attenzione e rispetto implica accettare che esiste un limite alla libera espressione, spesso tale limite viene pretestuosamente interpretato quale legittimazione dell’adulterazione, fino al tradimento del significato originario: giustificazione della menzogna, diffusione della mistificazione, sdoganamento dell’ipocrisia.

Tartassiamoci: “ce lo chiede l’Europa!” Parte III: Cosciani Vs. Visentini

“La politica è l’arte d’impedire agli avversari di fare la loro.” Roberto Gervaso

Alla morte di Ezio Vanoni l’ordinamento tributario, se pur incamminato verso la via tracciata dalla Costituzione, era ancora molto lontano dall’incarnarne in maniera esatta e puntuale i princìpi.

Gli anni ’60 si sono caratterizzati per l’intensa attività di studio dedicata alla riforma tributaria che di lì a pochi anni doveva concretizzarsi dando un nuovo volto all’ordinamento tributario italiano.

E’ questo il periodo nel quale due uomini, con idee e visioni diverse, si confrontarono e scontrarono nel dibattito relativo alla riforma tributaria: Cesare Cosciani e Bruno visentini.

Le “lame” tra i due, ad onor del vero, si erano già incrociate ai tempi della “commissione Vanoni” nel 1948, e le rispettive relazioni presentate in quella commissione rappresentano il preludio di quello che sarà il dibattito negli anni ‘60

Cosciani era un uomo accademico, non era un politico in senso stretto, ma i suoi argomenti lasciavano chiaramente intendere che il suo orientamento fosse fortemente socialdemocratico.

Visentini era al contrario un politico, uomo di spicco del Partito Repubblicano Italiano, un liberale quindi.
Era il 1962 quando l’allora ministro delle finanze Giuseppe Trabucchi  istituì la commissione per lo studio della riforma tributaria di cui fu designato vicepresidente Cesare Cosciani e che vedeva tra i suoi componenti anche Bruno Visentini.

Gli insegnamenti che nulla hanno insegnato

Il testo del 1999 “Les enseignements de l’aventure européenne” di Tommaso Padoa Schioppa[1] costituisce, con lucida e profonda consapevolezza, un magnifico archetipo della settaria ideologia europeista. Sarà nostro compito in questo frangente metterne in luce le aporie e gli errori teorici dal punto di vista politico prima che economico.

Niente più del processo stesso di costruzione dello Stato sovranazionale europeo, infatti, testimonia meglio l’ideologia liberista che permea così profondamente le sue strutture di governo. Quanto più si procede in questa strada, tanto più si annullano i divieti alla libera circolazione dei capitali, aumentano le dismissioni e le svendite del patrimonio pubblico parallelamente all’aumento di privatizzazioni e costituzioni di oligopoli sovranazionali. Tanto i critici, quanto i sostenitori e i fautori di questo processo ne ammettono ormai la realtà e la consistenza. Ciò che merita ancora di un’attenta analisi sono gli elementi dottrinali e politici che tale progetto implica e che il testo di Padoa Schioppa ha il merito di mettere in luce.

Ricciotti e altri eroi dimenticati del Risorgimento (2)

Il presente articolo costituisce seguito e parte integrante del precedente “Ricciotti e altri eroi dimenticati del Risorgimento (1)

*  *  *

Nicola uscì dal carcere nel marzo del 1831, quando Gregorio XVI decise di esiliarlo in Corsica. Nell’isola ebbe a che fare con soldati francesi massoni, circostanza che gli procurò, essendo lui stesso affiliato alla Massoneria dal 1820, la conoscenza del rivoluzionario Giovanni La Cecilia, carbonaro e massone, stretto collaboratore di Mazzini.

Fu così che Ricciotti poté conoscere personalmente l’apostolo del Risorgimento e venire direttamente a contatto con le idee di quest’ultimo.

Presto Nicola riuscì a rientrare in Italia, alla ricerca dei vecchi contatti. A Cesena ritrovò l’ex compagno di cella Fattiboni. A gennaio del 1832 raggiunse il fratello Domenico a Roma.

Domenico Ricciotti, già nel 1824 fu trasferito per motivi di salute da Civita Castellana a Castel Sant’Angelo, dove divenne il capo dei detenuti politici. Riottenuta la libertà, nel 1830 aprì una bottega e si mise subito in contatto con i patrioti romani, intraprendendo un intensa attività di proselitismo.

La presenza di Nicola a Roma nel 1832 fu determinante per l’introduzione degli ideali repubblicani nell’ambiente romano. In una riunione a casa di Domenico, i patrioti romani accettarono a maggioranza il programma mazziniano.

I sovranisti e la fine dell’euro

La partita dei sovranisti inizierà proprio quando molti credono che dovrebbe finire, ossia con la fine o l’abbandono dell’euro.

L’euro cadrà perché genera squilibri, grandi impoverimenti, disoccupazione di massa, depressione sociale, crollo o crisi cronica di sistemi economici nazionali e quindi porta con sé l’impoverimento o la sventura anche dei ceti piccolo borghesi e persino medio-borghesi che operano nei sistemi economici nazionali che crollano o si ammalano cronicamente.

L’euro non cadrà per battaglie politiche dei sovranisti, sebbene sia ovvio che alla fine a dire “stop si torna indietro” saranno politici che opportunisticamente, prima o poi, prenderanno atto del fallimento dell’euro o magari ne hanno già preso atto.

Caduto l’euro, si aprirà una lunga fase di incertezza, aperta a piu’ soluzioni. E’ in quella lunga fase che i sovranisti daranno battaglia. Prima di allora è però necessario aggregarsi, unirsi, organizzarsi, disciplinarsi, farsi conoscere da tutti gli italiani.
Insomma, in questi anni che restano prima della fine o dell’abbandono dell’euro, i sovranisti promuovono il risveglio e organizzano l’esercito dei militanti.

Dittatura digitale

I temi relativi allo sviluppo democratico di uno stato, quelli legati ai diritti civili e alle libertà politiche e di espressione sono importanti nell’adozione e nella diffusione di Internet ( Milner 2003).
Il tipo di regime politici prevalente in un Paese è un fattore determinante nell’adozione di nuove tecnologie. Nei paesi democratici è più veloce ed è facilitata anche in presenza di differenti gradi di sviluppo economico.
Esiste quindi un legame tra fattori politico- istituzionali e investimenti per la diffusione delle nuove tecnologie.
La banda larga per esempio, in Italia non ha la stessa diffusione tipica degli altri paesi democratici e la causa e’ da ricercare proprio nella volontà politica.
A questo proposito e’ utile una citazione accademica della Teoria dei “politici perdenti” ( Ancemoglu e Robinson 2000). Secondo questa tesi, i gruppi al potere tenderanno a bloccare le innovazioni tecnologiche che minacciano le fonti della loro forza politica ( Sartori: Il divario digitale).
Il caso estremo e’ il paese governato da dittatura che limita e controlla in modo ferreo l’acceso e l’utilizzo della rete. Un esempio intermedio e’ l’Italia dove i controlli dell’utilizzo ci sono ma non dichiarati e l’accesso alla rete viene limitato dal mancato investimento volontario, nella creazione di infrastrutture necessarie alla diffusione più efficiente e a costi più bassi di Internet.
Nonostante questo, lo scenario politico e’ molto cambiato negli ultimissimi anni proprio grazio all’uso di Internet e di strumenti come i blog e i social network. Questi sono i nuovi terreni di confronto tra politici e cittadini; confronto ormai quotidiano e facile per chiunque ne abbia accesso tramite telefono o pc. Il politico quindi, ha perso l’aurea di irraggiungibilità, venerabilità e segretezza che lo ha protetto fino a poco tempo fa, trovandosi in condizioni di aperto scontro frontale con il cittadino libero di esprimere la propria contrarietà o aderenza al suo operato.
La velocità di diffusione delle informazioni che viaggiano in spazi aperti senza ostacoli morfologici, in tempi brevi, rende difficile l’insabbiamento o la manipolazione stessa del misfatto ( non impossibile ma senz’altro molto più difficile). I canali tradizionali ( tv, radio, giornali) fungevano da barriera asettica perché permettevano una ‘preparazione’ della notizia da comunicare ed erano talmente limitate le fonti dalle quali attingere le informazioni che la scelta era quasi univoca a favore del potere.
Questi sono i presupposti per i quali è plausibile pensare che ancora oggi nessuna fazione politica si sia mai spesa concretamente a favore dell’ampliamento delle infrastrutture per la diffusione di Internet.
Le condizione attuale comporta delle disuguaglianze sociali ( digital divide): chi non usa internet ( classi sociali meno abbienti) e’ limitato nella scelta delle fonti e quindi nel confronto critico tra le stesse, ed è escluso dal grande dibattito pubblico, circoscritto ai luoghi fisici d’incontro sociale; rimane quindi chiuso in una visione ristretta della realtà legata al suo ambiente e la sua posizione sociale.
La banda larga rimane allora un arma a doppio taglio; pesa da una parte la capacità di sviluppo economico nel settore terziario e dell’e-commerce e diminuisce dall’altro, fino a farlo scomparire, la distanza tra potere e cittadino, condizione necessaria per tenere il popolo nella debita ignoranza.
Questo spiega in parte perché fino ad oggi nessun governo italiano ( legittimo o meno) abbia mai concretizzato lo sviluppo della rete nelle riforme di sviluppo e rilancio dell’economia, avvicinandosi di più a un regime dittatoriale piuttosto che a uno democratico.

L’art.18: la vera posta in gioco

Il 1° giugno del 1970 Mariateresa, una operaia diciassettenne di una tappezzeria veneta, fu licenziata dalla sua azienda perché assente ingiustificata; la ragazza aveva partecipato allo sciopero proclamato a livello nazionale per il rinnovo del contratto di categoria; fu quella la prima volta nella storia italiana in cui un Giudice della Repubblica applicò l’art. 18 della Legge 20/05/1970 n.300 meglio conosciuta come lo Statuto dei Lavoratori, e dispose il reintegro della ragazza nel posto di lavoro. La ragazza fu riassunta una settimana più tardi. Maria Teresa continuò tuttavia ad essere vessata all’interno della sua azienda e dopo qualche tempo si dimise.

Il 29 settembre 2014 una convulsa Direzione del PD ha dato il via libera alla definitiva abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori; dopo anni e anni di dibattiti politici, manifestazioni, interi palinsesti televisivi dedicati all’argomento, due referendum falliti (quello del 2000 proposto dal Partito Radicale che voleva eliminarlo, e quello del 2003 proposto da Democrazia Proletaria che voleva estendere le tutele dell’art. 18 anche ai lavoratori di aziende con meno di quindici dipendenti) alla fine cala definitivamente il sipario su uno dei simboli più importanti di quelle conquiste sindacali che derivano dalle lotte nelle fabbriche iniziate nel 1967 e proseguite nei moti del ‘68.

Una politica tributaria per la prosperità

Beardsley Ruml

Tax Policies for Prosperity

The Journal of Finance, Vol. 1, No. 1 (Aug., 1946), pp. 81-90. Traduzione di Giorgio D.M. pubblicata su Appunti (blog che segnaliamo vivamente)

Il nostro primo obiettivo oggi – l’organizzazione di una pace mondiale giusta e duratura – richiede che le relazioni economiche mondiali siano stabilite a partire dalle necessità dell’umanità e dalla necessità di ordine.

Per il successo di tutti questi piani internazionali è universalmente riconosciuto come indispensabile un elevato livello di occupazione e di produzione negli Stati Uniti.

Con una grande prosperità, avremo bisogno di grandi importazioni di materie prime, e troveremo il modo di ottenere per noi stessi i vantaggi economici derivanti da minori dazi sui generi alimentari e sui prodotti manifatturieri.

Con una grande prosperità, saremo meno avidi di mercati di sbocco all’estero [foreign outlets] che impegnino la nostra capacità produttiva in eccesso e saremo più desiderosi di vedere che le nostre esportazioni sono dirette a soddisfare le necessità più essenziali del mondo.

Con una grande prosperità, ridurremo più facilmente quelle pratiche restrittive e quei pregiudizi discriminatori che nascono dalla paura e generano disprezzo e odio.

Rieccolo!!!

      No, non stiamo parlando di Amintore Fanfani, ma del più piccolo Nicolas Sarkozy. Erano mesi che faceva uscite del tipo “torno non torno”, un passo in avanti e una marcia indetro, lanciando segnali di tutti i tipi  ai media, ebbene 10 giorni fa il grande annuncio che nessuno si aspettava: Pasqua quest’anno vien di domenica, no anzi Nicolas Sarkozy torna in campo, ma lo fa per i francesi! (chi vi ricorda?) Naturalmente fosse stato per lui,  non si sarebbe mai ricandidato, anzi avrebbe rispettato la promessa fatta la sera della sua sconfitta, di  abbandonare definitivamente la scena politica per darsi alle conferenze. Conferenze pagategli dal Quatar 300.000 euro a colpo, chissà se c’entra l’imposta agevolata al 2% sulle transazioni immobiliari concessa proprio da Sarkozy agli stessi principi arabi, mentre tutti gli altri idioti francesi continuano a pagare un bel 33%).

Hanno bisogno di crisi.

« Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti.
I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.
…È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. »
Mario Monti