Operazione Q€

Nome in codice “svalutescion”

Vediamo di fare un po’ di chiarezza interpretando i tanti numeri ricevuti in queste convulse ore.
Alle 14,30 di giovedì 22 gennaio 2015, il governatore della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi ha annunciato a mercati aperti l’€uro QE (acquisto di titoli di Stato dei Paesi della €Z) che sarà pari ad un importo mensile di €60 miliardi per una durata stimata di 19 mesi a partire dal prossimo marzo 2015 e che vedrà un impiego complessivo pari ad € 1140 miliardi o sino a quando non si sia raggiunto il target di inflazione desiderata in €Z (intorno al 2% ca).

Alla luce delle prime analisi si evince che il QE:
1) sarà garantito al 20% dalla BCE e per il restante 80% dalle B.C. nazionali dei Paesi aventi diritto;
2) Sarà suddiviso in base al “peso” che ogni Stato ha nella BCE (l’Italia, secondo dei conti piuttosto complessi, detiene il 17,5% dei Paesi EZ);
3) include tutti gli altri strumenti messi in campo in passato;
4) i Titoli di Stato (TdS) saranno acquistati esclusivamente sul mercato secondario (quindi non in asta).
5) Saranno esclusi (almeno per il momento) Grecia e Cipro.

La fine implicita dell’euro?

Verso una nuova nazionalizzazione delle politiche monetarie e un ritorno al 1999 secondo l’economista francese

E alla fine Mario Draghi ha deciso di utilizzare il “Bazooka”. L’annuncio di giovedì 22 gennaio resterà nella storia, scrive Jacques Sapir nel suo blog, dato che la Banca Centrale Europea si è convertita a quello che in economia viene definito Quantitative Easing.
Durante la conferenza stampa, scrive Sapir, Draghi ha annunciato una serie di misure  sintetizzabili in questo modo:
La Bce ha deciso di lanciare un programma d’acquisto esteso sui titoli, che assomiglia ma supera per quantità i programmi lanciati in passato (TLTRO). Questo programma, che entrerà in vigore nel mese di marzo e durerà fino a giugno 2016, consiste in acquisti di titoli obbligatori privati e pubblici sul mercato secondario per un volume di 60 miliardi d’euro al mese.
Questo programma è stato deciso per il crollo dei prezzi ed i rischi di deflazione persistente nella zona euro.
Sarà messo in pratica sotto la regola della proporzionalità al contributo di ogni governo al sistema dela Bce. La Bce coordinerà gli acquisti dei titoli che saranno effettuati, nei limiti indicati dalla Banca centrale nazionali. I rischi saranno coperti del 20% dalla Bce nel quadro di un principio di solidarietà su scala della zona euro e per il resto si rifarà alla Banca centrale.
I titoli acquistati potranno avere una maturità fino ai trent’anni. Questo programma non deve incitare al lassismo fiscale gli stati.
Queste misure erano attese dagli operatori dei mercati finanziari, ma l’ampiezza del programma ha impressionato anche loro: il livello di questo “bazooka” è, infatti, di 1140 miliardi. L’euro ha già avuto una nuova spinta al ribasso rispetto al dollaro. Ma altri dettagli, scrive l’economista francese, sono ancora da approfondire, in particolare la regola di proporzionalità per gli acquisti dei debiti (che implica che i tre maggiori beneficiari saranno Germania, Francia ed Italia), ma anche la regola di solidarietà che è limitata al 20% degli acquisti.

Un’Europa per pochi, ma non per tutti

Tasse. Un argomento inviso alla maggior parte degli italiani, eppure costretti a pagare. Pochi riescono a scamparla. E non parliamo semplicemente di evasori, ma di quei grandi gruppi industriali che. spostando le loro sedi legali nei cosiddetti Paradisi Fiscali, oppure delocalizzando, riescono ad abbattere il gettito fiscale che altrimenti avrebbero dovuto irrorare nelle casse dello stato di appartenenza. Che ne pensiamo noi sovranisti? Prenderemo lo spunto dall’ultimo scandaletto tutto europeo ormai venuto alla ribalta delle cronache con il nome di LuxLeaks. Ovvero, il presidente della commissione UE Jean-Claude Juncker, che durante il suo mandato avrebbe favorito molteplici aziende multinazionali tramite il regime fiscale particolarmente favorevole del Lussemburgo.

Ora: ma questa utopica Unione Europea dei popoli e delle nazioni cosa sarebbe alla luce di tutto ciò? Che un piccolo paese come il Lussemburgo possa dare asilo a multinazionali (europee e non) per quella che non faticheremo a chiamare un’evasione fiscale del tutto legalizzata, alla faccia delle genti europee che le tasse le pagano tutte e fino all’ultimo centesimo?

Irrispettosi nei confronti di noi stessi e degli altri

di Alessandro Bolzonello
432384774_853bb14c79_nSullo sfondo delle stragi di Parigi si sta assistendo ad un festival di manifestazioni che ruotano attorno a tre concetti: blasfemia, fanatismo e ipocrisia.
Istanze che nei loro estremismi si coniugano rispettivamente con la dissacrazione di tutto e tutti, la soppressione del diverso, la falsità attraverso l’adozione di posizioni per pura opportunità.
Lo specifico caso francese è plateale e scenico, ma soprattutto è rappresentativo dei tratti profondi della cultura contemporanea: attaccare l’altro per pura provocazione, giudicare “sbagliato” chi pensa diversamente, assumere posizioni “perché si fa così” oppure per mero interesse personale. Insomma, i recenti eventi evidenziano fondamentali istanze dell’attuale “essere e agire” che, benché portatrici di prepotenza e sopruso, sono considerate per lo più legittime.

Sottomissione, di Michel Houellebecq

Una recensione che invoglia ad acquistare il libro di Houellebecq

di Andrea Bulgarelli, L’interferenza

Tutti abbiamo in mente la copertina dell’ultimo numero di Charlie Hedbo prima dell’attentato del 7 Gennaio: Michel Houellebecq, in un improbabile completo da mago Merlino, profetizza la propria conversione all’Islam (preceduta, beninteso, dalla caduta dei denti).

Molti di noi ricordano anche che il 7 era la data di uscita della sua ultima fatica letteraria, Sottomissione (pubblicata il 15 in Italia per i tipi della Bompiani), dedicata all’islamizzazione della Francia in un prossimo futuro. Date le premesse, era inevitabile che il libro finisse nell’occhio del ciclone, insieme con le polemiche più o meno sensate sulla laicità e sulla cosiddetta libertà di espressione.

Tra l’indignazione degli uni e la curiosità degli altri, si stava per pubblicare un libro “islamofobo”, reo di “fare il gioco del Fronte nazionale”, e proprio nel bel mezzo dell’union sacrèe sancita a colpi di #jesuischarlie. “La Francia non è Houellebecq. La Francia non è intolleranza, odio e paura”[1] ha assicurato il Primo ministro Vallas, correndo ai ripari. “Il 15 gennaio la prima cosa che farò sarà comprare questo libro” recitava la pagina Facebook di Matteo Salvini, ancora una volta in pieno trip mediatico, senza precisare se all’acquisto sarebbe seguita la lettura.

Lineamenti per un confronto tra pensiero politico classico e moderno

Molti stereotipi e modelli preconcetti della modernità vedono nel pensiero antico i prodromi della società e del modo di produzione capitalistico. L’ideologia liberista, che tende per sua natura ad eternizzarsi, proiettando se stessa ovunque nella storia, si trova ad assecondare tale visione. Se nella nostra prospettiva ciò è infondato, dipende principalmente da una diversa declinazione del rapporto teoria e prassi delineato da due differenti scuole di pensiero politico: la filosofia politica classica e quella moderna. Per metterne in risalto i punti salienti nell’ottica di un miglior confronto, ridurremo le numerose specificità e le peculiarità che evidentemente esistono all’interno dei due poli.

Un’occhiata oltralpe

La Svizzera abolisce il cambio fisso con l’Euro e scoppia una bomba finanziaria. Tirando un’occhiata oltralpe la situazione appare critica per diversi motivi: la reazione dei mercati finanziari non si è fatta attendere e la Svizzera perde fino al 10% per poi recuperare chiudendo a -9%. Subito si fanno sentire le previsioni negative di questo, a prima vista, autogol della Banca Nazionale svizzera (SNB): -5% delle esportazioni, perdite nel settore turistico, crisi nera delle agenzie di cambio, calo del Pil dei catoni del 3%, senza contare che i 10 miliardi detenuti nelle casse e provenienti dalle evasioni fiscali italiane saranno incentivati al rimpatrio dall’apprezzamento del 15% che hanno ottenuto in un solo giorno (gli evasori aderendo al “volountary disclosure” potranno farli rientrare in Italia in guadagno, con buona pace di Renzi che se ne prenderà il merito). Questa ‘bomba’ porterà la Polonia e l’Ungheria  a dover affrontare una crisi bancaria non indifferente a causa dei mutui che sono stati stipulati in franchi svizzeri (solo in Polonia il 50% dei mutui per acquisto di immobili sono in franchi, quindi oltre 35 miliardi) perché vedranno le rate schizzare alle stelle con aumento dei crediti insoluti. Anche la Deutsche Bank e Barclays hanno registrato perdite per oltre 100 milioni di dollari. Insomma un terremoto scatenato da un piccolo paese che fino a ieri era considerato il paradiso dei capitali. Perché quindi? Analizzando il motivo per il quale la Svizzera per tre anni ha mantenuto il floor all’1,20 sul cambio euro emerge l’esigenza di evitare un apprezzamento del franco, che avrebbe penalizzato le esportazioni; nello stesso tempo però, ha reso necessario la diminuzione del costo del denaro a livelli negativi (ad oggi -0,75). In realtà la SNB era consapevole che questa strategia poteva essere mantenuta per un tempo limitato; la Svizzera infatti ha continuato in questi tre anni a comprare euro e dollari e vendere franchi di conseguenza, mettendosi in pancia una pseudomoneta cioè l’euro, che svaluta da almeno sei mesi. Il surplus di euro e dollari li ha potuti acquistare stampando franchi ma a fronte di questo le banche si riempivano di moneta pericolosa e svalutata. Ad un certo punto ha detto stop!!! E lo ha potuto fare in piena autonomia. Un aspetto da non sottovalutare è che sottoscrivendo l’accordo fiscale con l’Italia, nonostante la possibile futura fuoriuscita dei capitali, ha ottenuto anche l’autorizzazione per le banche elvetiche di operare nel nostro paese. Avrà sicuramente una diminuzione delle esportazioni ma solo in area euro perché in realtà con il dollaro non ci saranno diminuzioni sostanziali e non riguarderanno i beni di lusso. Greenwood massimo economista di Invesco, definisce la Svizzera riferendosi a questa decisione di sganciarsi dal cambio fisso: “un piccolo stato caratterizzato da un economia aperta che ha riaffermato la sua indipendenza”. E’ una dichiarazione che ha il sapore amaro per chi quell’indipendenza monetaria l’ha persa da tempo…… Ha confermato (semmai ce ne fosse bisogno) quanto sia importante per una nazione avere il controllo delle politiche monetarie per evitare il collasso economico. Lo stesso Greenwood spiega che mantenere il cambio fisso, finchè è servito, non ha comportato nessun costo per il paese perché la Svizzera ha potuto stampare i franchi necessari per acquistare gli eccessi di euro e dollari. Un esempio di come un paese pur essendo piccolo possa essere determinante grazie alla sua indipendenza, verso altri paesi molto più grandi anche economicamente, ma ingabbiati in un sistema sovranazionale che adesso sarà costretto suo malgrado, ad attuare manovre diverse in vista del Qe (quantitative easing): secondo una versione riferita dal settimanale tedesco “Der Spiegel” la banca centrale di ogni singolo Paese dovrà acquistare solo i titoli del proprio Paese con il limite del 20% del debito pubblico,  proposto da Draghi, per non ridistribuire i rischi finanziari. Questa è un implicita accettazione della frammentazione dell’unione monetaria, proprio quello che la Bce ha cercato di ridurre negli ultimi due anni. “Sarebbe di fatto una dichiarazione – scrive Guntram Wolff, direttore della think tank di Bruxelles, Bruegel – che la Bce non può agire ed acquistare titoli di Stato come istituzione dell’area euro nell’interesse, e per conto, dell’intera area. Minerebbe gravemente la credibilità della Bce” (Il Sole 24 Ore ).

Charlie Hebdo e Dieudonné: la satira al centro delle strategie di potere

di Riccardo Paccosi*

L’11 gennaio abbiamo visto i principali capi di Stato europei sfilare a Parigi contro il terrorismo e, al contempo, in nome della libertà di satira. La valenza simbolica di quel corteo è stata molteplice.

Innanzitutto, il fatto di vedere i capi di Stato partecipare non già a una liturgia istituzionale, bensì a un corteo – ovvero a una forma di rappresentazione collettiva che ha caratterizzato per due secoli il conflitto fra società e istituzioni statali – ha evidenziato ancora una volta come le società capitalistiche avanzate abbiano non soltanto recuperato, ma anche reso propri dispositivi strategici le modalità espressive dei movimenti rivoluzionari.

In secondo luogo, la presenza del premier israeliano Netanyahu, in prima fila al fianco dei leader europei, ha avuto mille implicazioni – dal piano geopolitico a quello culturale – su cui varrà la pena soffermarsi in altra sede.

A proposito di sfera cultuale, ci si potrebbe soffermare a lungo sulle vignette della rivista Charlie Hebdo. Vignette che, da oltre una settimana, si stanno diffondendo viralmente per tutto il worl wide web. Cominciamo col dire che si tratta di modalità satiriche che, nel contesto italiano, verrebbero sottoposte a immediata censura.

Il fine giustifica i mezzi?

Nella terza parte del mio “bigino del perfetto guastafeste” (http://www.appelloalpopolo.it/wp-content/uploads/2015/01/Il-bigino-del-perfetto-guastafeste.pdf ) ho citato una significativa pubblicazione del prof. Roberto Castaldi – professore associato di Filosofia politica e figura di spicco del federalismo europeo – caratterizzata da una nutrita serie di “lievi imprecisioni” giuridico-economiche (del tutto perdonabili ad un filosofo) sulle quali però non voglio intrattenervi (ne segnalo solo una, molto divertente: quella sul presunto “shock petrolifero” del 2001-2003, durante il quale il prezzo del greggio sarebbe salito da 18$ a 145$ al barile e del quale gli europei, grazie al meraviglioso scudo dell’€urone, non avrebbero avuto “cognizione”. Qui potete trovare i dati relativi ai costi dell’importazione del greggio in Italia, forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico: http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/costogreggio.asp e, come vedete, nel 2001-2003 non pare esservi traccia di uno “shock petrolifero”). Più interessante, per noi, è invece la prima parte dell’articolo, che ci spiega l’origine del progetto dell’unione monetaria.

Riassumo, per chi non avesse tempo o voglia di consultare il documento originale (che potete consultare qui: http://www.sisp.it/files/papers/2012/roberto-castaldi-1376.pdf ).

La République est morte! Vive la République!

Che c’è di attualità questa settimana ? con questa domanda ironica é iniziato il comitato di direzione di Charlie Hebdo, dimezzato dai recenti attentati, per il nuovo numero che é uscito mercoledì.

Appena pubblicata la nuova copertina, la comunità musulmana si é subito divisa al proprio interno nella condanna al giornale. Il rettore della moschea di Poitiers parla chiaramente di recidiva, e accusa il giornale di « non aver appreso la lezione». Ecco che allora gli avvenimenti dei giorni scorsi, sono serviti non a far ribadire chissà quale grande valore su cui tutti, dai grandi giornali agli account più analfabeti su facebook versano fiumi di vacue parole, ma ha fatto semplicemente crollare quel muro di ipocrisia che da 30 anni imprigiona la Francia. Milioni di persone, si sono ritrovate in piazza per dire, gridare, quello che in altre occasioni sarebbe stato subito recuperato da questo o quel partito. Il messaggio era chiaro: siamo francesi, vogliamo vivere come francesi, non siamo disposti a rinunciare alla nostra identità e specificità più intima, noi siamo ancora nation! E non c’é republique senza nation, non a caso la sfilata partiva da Republique e arrivava a Nation, passando per boulevard Volataire, potremmo quasi dire che l’attentato a Charlie era piccola cosa a confronto dei valori in giochi, ma come il pizzico di un piccolo spillo, ha risvegliato il popolo francese da un lungo letargo. Era dunque semplicemente aberrante vedere in prima fila delle manifestazioni di domenica scorsa, tutta la classe politica francese, complice materiale e mandante morale di quella strage. Una manifestazione spontanea organizzata dalla società civile, subito recuperata dal premier Manuel Valls, come manifestazione per la libertà di pensiero, che esclude pero’ quelli che la pensano diversamente da lui, cioé il Front National. Manifestazione dell’unità nazionale, in cui si é rifiutato l’accesso al primo di partito di Francia, l’unico che non ha colpe con quanto accaduto, se non altro per non aver mai amministrato il paese, e soprattutto l’unico che cercava di rompere il silenzio omertoso dei media su certi argomenti, che stavano distruggendo la république.

Il 7 gennaio a Parigi è accaduto un episodiuccio di per sé insignificante

A Parigi è accaduto un “episodiuccio” rispetto a quelli che qua e là capitano in tante parti del mondo e che, molto spesso, o sono provocati da noi (bombardamenti, missili, stragi con armi automatiche potentissime all’uranio impoverito) o sono provocati da eserciti o miliziani finanziati e armati da noi, o sono stati resi possibili perché noi abbiamo distrutto Stati che impedivano o limitavano episodi del genere.

Se voi foste un abitante di uno di quei tanti paesi nei quali gli Stati Occidentali sono autori o responsabili di episodi simili o più gravi di quello di Parigi e che si verificano quotidianamente (per esempio, da quando Baghad è stata invasa nel 2003 ed è stato distrutto lo Stato baathista, si contano un centinaio di rapimenti di persone al giorno!), che pensereste delle reazioni isteriche, degli odi religiosi diffusi dalla stampa mainstream, delle (pseudo) marce dei potenti della terra, della manifestazione di un milione di persone, e delle diffuse dichiarazioni di solidarietà? Avreste disprezzo? Odiereste?

A Parigi non è successo niente, fondamentalmente non è accaduto niente. In un paese serio, governato da una classe dirigente seria, un telegiornale serio avrebbe dato la notizia alle 20,00, l’avrebbe ripetuta il giorno dopo alle 13,00 e tutto sarebbe finito là.

Ritorno al futuro.

Ciò che oggi viene spacciato come una necessaria e naturale evoluzione è in realtà un dogma che ci proietta verso il passato.

«E perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? Il medioevo aveva un’umanità ben più ricca, e una pluri-identità che oggi può servire da modello. Il medioevo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. Anche oggi, come allora, riemergono nelle nostre società i nomadi. Anche oggi abbiamo poteri senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani».
Giuliano Amato

Riscoprire l’importanza dello Stato.

Da un’analisi spicciola sulla recente evoluzione del quadro politico nazionale balza palesemente agli occhi il proliferare di posizioni anti-euro. Non soltanto in partiti minori come Fratelli d’Italia e in partiti che sono sempre meno minori come la Lega, ma anche in frange sempre più consistenti dei partiti dominanti come PD, PDL e M5S.
La fine dell’euro è un processo naturale quanto ineludibile. Non soltanto perché l’unione monetaria dà luogo a contraddizioni, sia economiche che giuridiche, sempre più evidenti ed insostenibili, ma anche perché la storia ci insegna che nessuna unione monetaria è mai sopravvissuta. Sempre più leader di partito acquisiscono, giorno dopo giorno, questa consapevolezza da cui scaturisce l’esigenza, per mera convenienza politica, di cavalcare l’onda lunga dell’insostenibilità tecnica della moneta unica. A questo proposito concordo con l’arguta intuizione del Prof. Stefano D’Andrea quando dice che verosimilmente saranno proprio Renzi o forse Berlusconi, per fini di consenso elettorale, a portare l’Italia fuori dall’euro.
In questo scenario di profonda crisi sarà sempre più facile essere contro l’euro.

Un sovranista in regione (Post 2.0)

In primavera, 7 regioni e molti comuni andranno al voto. Per i partiti tradizionali è iniziata la campagna elettorale e si stanno definendo le varie liste con primarie, regionalie e quant’altro. Come al solito, questi appuntamenti sono visti più come sondaggi con indicazioni di voto per le future elezioni nazionali , con uno sguardo a possibili cambiamenti dei rapporti tra forze politiche all’interno del parlamento, che come possibilità per affrontare problemi locali. Il dibattito pubblico, quando non si abbassa a livelli indecenti (nella definizione delle liste le dichiarazioni livide di candidati e non sono all’ordine del giorno), è incentrato su problemi di natura troppo generale, che spesso sembrano le buone intenzioni espresse dalle candidate di Miss Italia a Salsomaggiore Terme. Visto che nella maggioranza delle tornate elettorali il risultato sarà quasi scontato (il PD vincerà quasi ovunque) e quindi l’argomento non merita il nostro approfondimento,  vorrei incentrare la discussione su che cosa può deliberare, con l’attuale ordinamento, un partito che vincesse le prossime regionali.

Con la riforma del Titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001, le regioni hanno ottenuto più poteri in campo legislativo cavalcando l’idea di Stato federale. L’attuale art. 117 elenca materie di esclusiva competenza dello Stato, materie a legislazione concorrente, e indica materie non altrimenti descritte come ad esclusiva competenza delle regioni :

Satira o razzismo?

Se un settimanale offende sistematicamente l’islam, gli islamici ma anche il cristianesimo è satira.
Mentre, se un settimanale offendesse sistematicamente, che so…, ebraismo e ideologia gender sarebbe razzismo.

No, non va.

Delle due l’una: o è razzismo anche offendere sistematicamente islam e cristianesimo o non è razzismo offendere sistematicamente ebraismo e ideologia gender.

Io propendo per la prima. Ma allora chi ha dichiarato “io sono Charlie” ha dichiarato “Io sono razzista”. D’altra parte su Panorama di questa settimana, in una intervista, Huellebecq  sembra aver confessato: antirazzismo e laicità non stanno più assieme.

Dall’homo sapiens all’homo reiterans

La post-modernità come epoca della fine delle ideologie. Questo cliché retorico nasconde a nostro avviso una verità differente. L’epoca che si vorrebbe depurata da tutte le vetuste ideologie novecentesche si sta in realtà potentemente delineando come l’epoca forse più ideologica della storia, pervasa da un’ideologia neutra, quasi impalpabile, sotterranea, la quale tuttavia sta penetrando in profondità nel tessuto sociale e culturale dell’umanità, generando un uomo ormai soggiacente al volere e alla meccanica della sua stessa creatura: la Tecnica.

La soggezione di fronte allo strapotere di questo moderno Leviatano è la cifra di un uomo irriconoscibile, che ha rinunciato a se stesso e che appare profondamente assorbito da dinamiche dominate da meccanismi autoregolativi e autoperpetuantesi. La post-modernità si presenta come l’epoca dell’automatizzazione dell’uomo, della sua alienazione completa, dell’abdicazione totale del suo pensiero e del suo pensare. Le conseguenze pratiche di questo mutamento, che è al tempo stesso filosofico ed antropologico, sono di notevole portata e investono evidentemente tutte le principali dimensioni che caratterizzano il vivere umano, sia esso inteso nel più ampio spettro delle relazioni sociali e comunitarie come in quello più ristretto e privato dell’ambito prettamente individuale. Lo scivolamento di status ontologico dell’uomo da creatore a suddito della propria creatura produce ripercussioni rilevanti sulla vita associata delle società contemporanee, determinando un asservimento totale della vita umana a logiche economicistiche pervase da una sorta di tecnicismo razionalistico di per sé sussistente che si sgancia dalla realtà delle cose per assurgere a unica e assiomatica verità, la quale pretende di non conformarsi più al divenire, ma, al contrario, di imbrigliare quest’ultimo entro le sue ferree ed asettiche costruzioni iper-razionalistiche.

Io non sono Charlie Hebdo

1. LIBERTA’ DI ESPRESSIONE E LIBERTA’ DI GIUDIZIO MORALE.  Trovo scritto: “Questo è il momento di difendere la libertà d’espressione sempre e comunque, contro ogni tendenza oscurantista. Ma usarla per fare copertine in cui Gesù e Dio fanno sesso anale tra loro, è un uso ben triste e misero della stessa”. Condivido e credo che dobbiamo spingerci più in là. La libertà di espressione è anche libertà di giudizio morale e va detto che autori ed editori di simili vignette sono legittimamente e giustamente valutati dalla maggioranza degli uomini che calpestano questa terra come escrementi umani. Escrementi che meritano di vivere e di esprimere liberamente la loro zozzura, culturale e psicologica, sia chiaro.

 

2. IO SONO CHARLIE. Non tutti coloro che in questi giorni hanno scritto e detto “io sono Charlie” sono deficienti: alcuni sono prima andati a verificare cosa pubblicava Charlie Hebdo. :)

Le caratteristiche delle misure restrittive in materia di cambi e valute

di Carlo Corti*, giugno 1932, in Rivista Bancaria, 1932.

Il dopo guerra è stato, dal punto di vista monetario, caratterizzato da periodi nettamente distinti che possiamo all’ingrosso ridurre a tre.

Il periodo caotico delle inflazioni disordinate, attraverso il quale tutti gli Stati d’Europa, dal più al meno, sono purtroppo passati. E’ proprio di questo periodo la speculazione più selvaggia sulle valute, il giuoco vertiginoso degli arbitraggi, l’invenzione dei più ingegnosi apparecchi di conguaglio per facilitare detti arbitraggi, le istallazioni più originali di complicati sistemi telefonici per raccogliere contemporaneamente in un solo apparecchio con giuoco di tasti le conversazioni di tutta la catena di paesi attraverso i quali l’arbitraggio veniva perfezionato.

Il periodo delle stabilizzazioni, caratterizzato dagli sforzi spesso eroici degli Stati per frenare la danza delle valute e ridare alle monete la funzione di misuratrici dei valori e di intermediarie negli scambi. A cavallo di questi due periodi troviamo tutta quella fioritura di legislazioni in materia di cambi che, dopo aver rotto la spina dorsale alla speculazione, accompagnò le relazioni commerciali fino quasi alla normalità e fino alla quasi assoluta abolizione di tutte le limitazioni.

Auspicando la fine dell’ideologia dell’obbedienza e dell’adesione incondizionata

di Alessandro Bolzonello

6861403735_fdba003943Artificialità, opportunismo, ipocrisia, falsità, manipolazione sono tratti dei comportamenti che si possono riscontrare in modo diffuso e frequente; tratti profondi, attuati implicitamente più di quanto si pensi.

Fino ad oggi ho considerato tali istanze quali parti costitutive del comportamento umano, connotando il loro manifestarsi con la fragilità, l’incompiutezza, la debolezza, insomma tratti dovuti alla storia, ai percorsi e alle caratteristiche culturali e personali. Ho adottato insomma un principio di comprensione piuttosto che di condanna.

Approccio comprensivo, se non giustificativo, che trova evidenza nella realtà dell’Italia di oggi: paese collocato al 69esimo posto tra le 177 nazioni valutate nell’indice di Transparency International, che registra solo 257 carcerati per corruzione su una popolazione di 50 mila.

Il bigino del perfetto guastafeste

Il bigino del perfetto guastafeste

La mattina di venerdì 19 dicembre ho partecipato, con il ruolo di guastafeste, ad un incontro fra i federalisti europei e gli studenti del Liceo Scientifico T.Taramelli di Pavia, programmato nell’ambito di una giornata di autogestione studentesca.
Ero stato invitato da un mio amico parroco, che insegna al Taramelli, per assicurare agli studenti un confronto dialettico fra chi sogna la c.d. “integrazione europea” e chi invece ritiene che tale percorso sia non solo impraticabile, ma foriero di una spaventosa regressione, sia sul piano economico che su quello, ancor più importante, della democrazia realizzata.
I federalisti hanno esposto le consuete tesi (riporto testualmente da un loro giornalino universitario, accuratamente omaggiato ai liceali presenti): “in un mondo globalizzato e sempre più indipendente, la comunità politica, le istituzioni democratiche, la solidarietà tra cittadini, la partecipazione e il confronto che permettono di maturare decisioni di governo devono espandersi al di sopra dei confini nazionali. Deve essere quindi superato il concetto di nazione a favore di una convivenza pacifica e civile tra i popoli, anche solo per controllare in modo legittimo i processi finanziari, economici e produttivi che hanno dimensione mondiale. Il modello federale permette proprio di unire nelle diversità ovvero di aggregare popoli di origine diversa senza compromettere le loro identità e di estendere l’orbita del governo democratico a livello sovranazionale. Un altro valido motivo per preferire l’integrazione tra gli Stati è l’incapacità di una singola nazione di competere a livello mondiale sia con le potenze emergenti come Cina e India, sia con quelle da tempo affermate, come gli USA o la stessa Russia. Le differenze di potenziale rispetto ai paesi di dimensioni continentali sono troppo elevate, non solo per le dimensioni territoriali, che comunque spesso significa anche presenza di materie prime e fonti energetiche, ma soprattutto per il numero di abitanti, e quindi di capitale umano (anche riferito al mercato)”.