Gli sparanumeri

Quanti degli attuali pseudo-economisti, italiani e stranieri, che infestano i format televisivi, pontificando e sparando numeri e cifre che, si badi bene, hanno come riscontro oggettivo solo delle simulazioni sulla carta, erano a fare un mestiere reale nel 1992, all’epoca dell’uscita dallo SME dell’Italia? Quanti di essi si erano già laureati e capivano realmente ciò che in tanni anni avevano studiato? Scommetto che la maggior parte di costoro ne hanno solo sentito parlare.

Chi potrebbe realmente dirvi come andarono le cose sono i capitani d’industria dell’epoca, come ad esempio i Barilla, i Rana, gli Amadori, i Merloni, i Zanussi ma anche migliaia di altri piccoli imprenditori che all’epoca avevano a che fare con aziende estere.

Oggi vi voglio parlare di quello che successe ad uno di quest’ultimi, cioè al sottoscritto.

All’epoca avevo meno di 30 anni ed ero l’addetto agli acquisti-vendite del negozio di arredamenti di famiglia. Non un grosso negozio ma una struttura intorno ai 350mq, aperto dal 1972 e gestito completamente in famiglia. Esso dava lavoro a 5 persone, e ogni anno veniva archiviato con un utile operativo soddisfacente. L’economia era già materia che mi appassionava ma la usavo soprattutto per far quadrare i conti in negozio: erano ancora molto lontani i tempi in cui lei si sarebbe interessata di me.

Quale prospettiva politica dopo l’euro?

L’euro è finito anche per Carlo De Benedetti (Sole 24 ore del 16 dicembre). Grillo, Meloni e Salvini sono arrivati tardi: dovevano arrivare su posizioni no euro tre anni fa, se fossero stati veramente lungimiranti. Tra breve sarà no-euro anche Renzi. E finalmente, conclusa l’avventura dell’euro, entro due-tre anni ci divideremo su cose “serie”. Non che la questione euro si euro no non fosse seria: era serissima. Ma era seria 5 anni fa o al più 3 anni fa. E tuttavia, come allora erano tutti pro euro, tra breve saranno tutti no euro. Il dibattito politico sull’euro, dunque,non c’è mai stato.

Noi dell’ARS fin da subito abbiamo detto che il problema era la prospettiva politica dopo la fine dell’euro:

Dopo l'euro: la prospettiva dell'ARS (Stefano D'Andrea – sintesi)

Parola di Putin

Il concetto stesso della «sovranità nazionale» per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante.

Con queste parole il presidente russo Vladimir Putin, in una conferenza dello scorso ventiquattro ottobre, criticava l’operato degli Stati Uniti d’America e della stessa Europa dal punto di vista geopolitico. Secondo Putin la tendenza imperante sia nell’economia che nella politica è di assoggettare singoli Stati alle regole dettate da pochi altri Stati più forti, annichilendo quindi la libertà e la sovranità di quegli stessi Stati più deboli. Una logica imperiale, di centralizzazione assoluta del potere, delle risorse, della moneta, parrebbe quindi sottesa agli sforzi occidentali di modificare l’assetto geopolitico mondiale.

Le misure per esercitare pressione sui disubbidienti sono ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di «infra-diritto».

Standard per l’Educazione sessuale in Europa

Prima di mettermi a scrivere ho preso un momento di riflessione…durato un mese. Subito dopo aver letto lo “Standard” sull’educazione sessuale, ho avuto un moto di rabbia e di paura. Autentica paura. E le mie reazioni sono state quindi sconclusionate. Ho abbandonato il documento sul desktop del mio pc e mi sono concessa il tempo necessario per decantare le emozioni e ragionare lucidamente.
Nel frattempo la migliore amica di mia figlia quattordicenne è rimasta incinta del fidanzatino quindicenne.
Allora ho ripreso in mano lo Standard e l’ho riletto tutto, questa volta da madre che sa che ci sono ragazzine che considerano il ‘preservativo’ antiestetico e poco funzionale.

TTIP, ennesima scelta liberoscambista

di Giuliana Nerla dell’ARS Marche
Matteo Renzi, fedele alla sua linea politica iperliberista, ha di recente affermato che “il TTP ha l’appoggio totale e incondizionato del governo Italiano” e che “non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’UE”. Ne è convinto e non ammette critiche, poco importa se arrivano anche da premi Nobel come Joseph Stiglitz che, in una lectio magistralis di fronte ai gruppi parlamentari della Camera, ha sostenuto che il TTIP “accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini … i costi per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sono enormi … e neppure valutabili, perché è in atto un tentativo di sottrarre il TTIP dal processo democratico”. A conferma di ciò basti osservare come esso sia assente dal dibattito pubblico.
Lo scopo dichiarato del TTIP, accordo UE-USA su commercio e investimenti(Transatlantic Trade and Investment Partnership), è comunque noto a tutti: abbattere le barriere per costruire la più grande area di libero scambio al mondo.
Le barriere da abbattere sono per il 20% tariffarie (dazi e dogane) e per l’80% non tariffarie, ossia consistenti nel nostro sistema di sicurezza alimentare e ambientale.
Gli standard UE si fondano sul principio di precauzione, che impone cautela in caso di decisioni politiche ed economiche su questioni scientificamente controverse; in base a tale principio, di fronte a minacce di danno serio o irreversibile, si adottano misure di prevenzione anche in assenza di certezze scientifiche. Se questo principio venisse superato sfumerebbe gran parte del sistema normativo europeo sulla sostenibilità ambientale. In questo modo, ad esempio, approderebbe anche in Europa il fracking, fratturazione idraulica che sfrutta la pressione di un fluido immesso in uno strato roccioso per liberare il gas naturale intrappolato; tecnica devastante per i suoli sottostanti, le aree vicine e le falde acquifere.

Il governo della crisi. Ovvero bisogna che le crisi accadano

L’Unione Europea è l’esperimento più avanzato di disarticolazione del potere democratico. Essa fonda la sua legittimità nella separazione tra la sfera della rappresentanza e la sfera decisionale, tra la sfera della sovranità e quella della governamentalità[1].

Nell’Unione si compie la più lacerante separazione del corpo politico da ciò che è in suo potere, il perimetro del politico è nuovamente scritto come dopo una rivoluzione. La sfera della sovranità è completamente svuotata di ogni potere, i cittadini non possono più esprimersi nei processi decisionali e quando si esprimono il loro responso è del tutto ignorato (bocciatura dei referendum sulla costituzione europea da parte dei popoli francesi e olandesi, ma anche il referendum sui beni comuni tenutosi in Italia nel 2011).

Il potere decisionale si è completamente appiattito nella sfera della governamentalità e della gestionalità, che, se da una parte esistono per fronteggiare l’emergenza e la crisi, allo stesso tempo traggono proprio da queste ultime la propria legittimità. Evidentemente, un aggregato politico che trae la legittimità del suo potere dall’emergenza e dalla crisi avrà tutto l’interesse affinché queste condizioni si protraggano e si conservino. Si imputa la crisi ad un inevitabile effetto collaterale della finanza, ma non si comprende che la permanenza nello stato di crisi giova all’affermazione e alla conservazione di un potere che su di essa ha modellato e costruito i propri puntelli. Vediamo, infatti, governi che si sforzano non di affrontare le cause dei problemi, ma di gestire le conseguenze che vengono ritagliate e astratte dal loro contesto proprio. La disoccupazione e il precariato sono perciò oggetto di azioni sporadiche e isolate, di proclami e di programmi a termine.

Una “via di mezzo”

 

Ieri un mio amico, riferendosi alla sua condizione di studente/lavoratore impegnato contemporaneamente in vari ambiti e attività, per auto-definirsi ha utilizzato l’espressione una “via di mezzo”, aggiungendo “aspetto di diventare qualcosa, invece di essere sempre la metà o un quarto di qualcosa”.

Naturalmente se fosse certo o quasi certo lo sbocco in fondo ad una strada, uno seguirebbe quella strada assecondando la propria vocazione e tralasciando tutto il resto. Ma il dubbio di non farcela è più forte e ti costringe ad usurarti facendoti tenere il piede in più staffe, con pregiudizio al ruolo che ogni uomo naturalmente vorrebbe costruirsi in una società.

Questo significa sentirsi una “via di mezzo”.

Non credo che questa percezione sia infrequente in una società in cui una continua sequela di messaggi ormai impercettibili ha plasmato progressivamente nuovi “valori” della struttura socio-economica quali flessibilità, mobilità, adattabilità al cambiamento, competizione, allargamento delle abilità e delle competenze, ecc.. Tutti valori d’importazione, indotti, sempre invocati ma mai profondamente compresi. D’altro canto, nonostante la fitta e angosciante propaganda, gli italiani tuttora agognano intimamente un più antico sistema valoriale basato su stabilità e protezione del lavoro in tutte le sue forme, linearità delle carriere, sicurezza economica e sociale, auto-imprenditorialità, cultura della famiglia e della casa, solidarietà, cooperazione, ecc. Un interessante studio del Censis può supportare questa mia affermazione.

Il capitalismo assoluto aveva già vinto

Sto leggendo  1997, Dove va l’economia italiana?, a cura di J. Jacobelli, Bari, 1997, con interventi di tutti i piu’ importanti economisti del tempo, da Siro Lombardini a Paolo Sylos Labini e ad Augusto Graziani, da Paolo Savona a Salvatore Vinci.

I migliori mettevano in dubbio o negavano i vantaggi dell’Unione monetaria e riconoscevano che nella volontà di entrare subito nella moneta unica vi fosse un movente “sentimentale”.

Tuttavia, nessuno negava che, se non subito comunque dopo, si dovesse entrare nella moneta unica. Nessuno negava che le economie nazionali dovessero essere più aperte di quanto fossero anzi, sarei incline a pensare, tutti accettavano che dovessero diventare sempre più aperte. Nessuno si preoccupava dei tassi di interesse reali del debito pubblico ma tutti esclusivamente dei tassi nominali (reputati troppo alti). Nessuno si soffermava sulla libera circolazione dei capitali. Nessuno contestava le allora recenti riforme del diritto bancario. Mentre i parametri di Maastricht erano contestati da molti ma soltanto perché assurdi e scientificamente infondati. Nessuno era studioso e sostenitore dell’economia politica nazionale ma tutti erano studiosi e sostenitori dell’economia politica cosmopolita.

Individualismo di massa

Un individualista è bene che sia liberale, che abbia, quindi, una concezione dura della vita, che aspiri a fare denaro o ad avere successo, che sia tenace, paziente, che desideri fare gavetta a bottega per 10-15 anni e sappia farla, che sappia tacere, sappia reprimersi, sia cinico. Alla fine, materialisticamente, vivrà bene.

Invece, l’individualismo delle persone comuni è una contraddizione in termini, ha qualcosa di ridicolo e si esprime soltanto nel credito al consumo, nella indisciplina, nella impazienza, nella incapacità di contrarre o rispettare vincoli, nello sciacquare il cervello con la TV, nell’assumere perennemente la posizione di fan senza nemmeno voler un giorno divenire idolo. Le persone comuni devono essere comunitariste e quindi sottoporsi a vincoli stringenti come quelli che accetta il liberale, sebbene ad altri fini.

L’individualismo di massa genera una mentalità da servi, da pavidi – senza che il servilismo e la pavidità siano strumenti per raggiungere un giorno il successo, come sono, invece, per l’individualista liberale – da consumatori, da pigri, da ipocriti, da meschini.

L’urlo del castrato (Fassina)

Come scrissi quando Renzi prese il potere, il PD è morto.

Fassina sa bene che Renzi non vuole andare al voto come chiunque, in ogni luogo del mondo e in ogni tempo, ha il potere. Se mai volesse, Renzi andrebbe alle elezioni soltanto dopo che Fassina, Civati, D’Alema e Cuperlo avranno abbandonato il partito.

Fassina sta già preparando lo strappo della minoranza cercando di imputarlo a Renzi (del tutto legittimamente, sia chiaro).

Fassina sa che Renzi ha fatto fuori il suo compagno di partito Letta e che ha umiliato lo stesso Letta pubblicamente quando si trattava di mandare qualcuno in Europa. Sa che la cattiveria, la perfidia e la volontà di vendetta di Renzi non hanno limiti. Renzi si è fatto da solo, con meriti squallidi ma propri. Fassina è sempre stato un prediletto di qualcuno: segretario degli studenti universitari quando era fuori corso di un bel po’ di anni; poi sedicente economista, senza aver mai scritto un solo articolo scientifico; poi deputato perché aveva alle spalle una esperienza al Fondo Monetario Internazionale,  dove qualcuno lo aveva mandato; poi uno dei leader di una minoranza nella quale il capo non può scendere in strada senza venir offeso dagli operai.

Joyeux Noel!

hollande-kazakhstan

Anche in Francia l’aria natalizia inizia a farsi sentire: nonostante la legge sulla laicità del 1905 non c’è cittadina, grande o piccola che sia, che rinunci al suo mercatino di natale, alle sue luminarie, all’albero di natale e  al… Presepe, o crèche, come vien chiamato oltralpe. Ma mai come quest’anno il bue e l’asinello hanno agitato il dibattito politico. In effetti i presepi da anni sono stati rimossi da tutti gli spazi pubblici, almeno nelle grandi città. E pensare che fino agli anni ’70, ogni dicembre, l’Hotel de Ville di Parigi ospitava la più famosa mostra di presepi del paese, che ogni anno registrava migliaia di visitatori. Ma il furore laicista da un lato, il rispetto delle religioni dei nuovi arrivati dall’altro, ha fatto si che nessuna grande città allestisse, oggi, negli spazi comunali riferimenti religiosi alla natività. Ma quest’anno ad accendere i fuochi è stato Menard, storico giornalista francese, fondatore di Reporters sans frontieres, da sempre bandiera del giornalismo impegnato di sinistra, che negli scorsi anni si è avvicinato sempre più al Front National, fino a farsi eleggere sindaco di Bezieres con l’appoggio del Front.  Non appena l’ultima pecorella di Menard è stata appoggiata sul muschio di Bezieres, il rappresentante locale del Front de Gauche, Garcia, insieme alla solita armata da guerra delle associazioni antirazzismo e del Grande Oriente di Francia, hanno presentato denuncia al prefetto. Tutto l’establishment ha preso la palla al balzo per mettere in risalto il primo passo falso di una giunta comunale targata FN dopo le scorse elezioni comunali. In più, neanche 10 giorni fa, un sondaggio dell’Ifop ha detto che per l’80% dei francesi il primo valore da salvaguardare è la laicità dello stato. I media si son detti: “cosa di  meglio per mostrare la doppia faccia del Front rispetto alla laicité?” Grave errore da parte delle elites che, ancora una volta, hanno dimostrato la loro distanza dal sentire comune. Infatti alla gran cassa che gridava allo scandalo, a parte i soliti, nessuno ha preso parte alla battaglia mediatica, soprattutto nessun sindaco del PS o dell’UMP. A dire il vero non si sa se perché già sentivano l’aria che sarebbe girata di lì a poco, o semplicemente per il fatto che al primo che avesse aperto bocca si sarebbe subito potuto rimproverare i finanziamenti illeciti alle moschee e alle festività islamiche, che da anni tutti forniscono in cambio di schede elettorali.

La logica del profitto.

Siamo tendenzialmente portati a credere che, in campo economico, la convivenza tra razionalità e senso morale sia una questione piuttosto complicata. Spesso, i comportamenti assunti dagli operatori, per conseguire gli obiettivi economici, appaiono in contrasto con gli obiettivi etici e ciò può essere considerato vero se la razionalità viene utilizzata per ottenere un profitto di breve periodo, inteso come tornaconto individuale da ricercare con ogni mezzo.
Questo accade quando la razionalità è usata in modo opportunistico ed egoistico ma esiste anche il caso in cui la logica del profitto, sapientemente mediata, può diventare un occasione per mantenere vitale la società assicurando un benessere collettivo e duraturo.
Una Repubblica che per Costituzione è fondata sul lavoro, sulla tutela della retribuzione “dignitosa”, del risparmio diffuso, dell’accesso per tutti all’abitazione e all’istruzione, sul favore per l’impresa artigiana e per i coltivatori diretti obbliga le istituzioni ad attuare misure fiscali e di politica industriale che portino a rendere pienamente “spendibile”, per il bene della società stessa, il proprio patrimonio umano.
Ciò è possibile solo attraverso un’adeguata misura di spesa pubblica ed un’imposizione fiscale che non serva solo ad inseguire i parametri imposti dalla logica del profitto fine a se stessa.
Purtroppo, ad un certo punto del nostro percorso, ha cominciato a farsi strada l’idea che questo modo di fare tendesse a dispensare troppo buonismo sociale e, con giustificazioni francamente poco plausibili, si è deciso di rottamare il modello dello “Stato imprenditore” in favore di quello neoliberista per costringerci a ristabilire un contatto con la durezza del vivere.
Sotto il termine neoliberismo ricadono oggi una serie di concezioni politiche, economiche e filosofiche incentrate sull’esaltazione del libero mercato e sulla necessità di ridurre al minimo l’intervento dello Stato nella vita pubblica ma si può arrivare ad identificarlo anche nel processo che porta il potere finanziario a prendere il controllo dello stesso e dei suoi organi chiave.
L’Unione europea, organizzazione non sovrana che non persegue gli interessi del gruppo sociale degli “europei”, essendo l’esperimento più avanzato di neoliberismo, non potrà mai essere un’alternativa in grado di garantire l’applicazione di una “sana” logica del profitto poiché la sua unica vocazione è l’instaurazione di un’area di forte competizione commerciale tra Stati caratterizzata dalla “religione” della stabilità dei prezzi.
La chiamano concorrenza.

Uno spiraglio di luce dalla Corte Costituzionale nelle tenebre dei Trattati europei.

Il diritto internazionale generale è consuetudinario anche se sovente viene raccolto in grandi convenzioni che generalmente fanno capo alle Nazioni Unite. Il diritto internazionale generale costituisce la fonte suprema nel sistema delle fonti delle norme internazionali al quale sono subordinate le norme scaturenti dal diritto internazionale pattizio (cioè i trattati) in cui rientra, dunque, anche il diritto europeo. Questa basilare collocazione nella gerarchia delle fonti sembra spesso sfuggire alle istituzioni europee, le quali, autointerpretandosi, vorrebbero far apparire il diritto europeo come qualcosa di diverso rispetto al diritto internazionale pattizio, quasi a volergli attribuire, artatamente, un carattere che potremmo definire di “specialità” in virtù del quale prefigurare una forza maggiore, sempre e comunque, rispetto alle fonti di diritto interno degli Stati membri. Ma tale erronea auto qualificazione non può assumere carattere di diritto internazionale generale per il semplice fatto che non esiste quella diffusa conformità di opinione in tutta la comunità degli Stati internazionali.
Ciò premesso la recentissima sentenza n. 238 del 23 ottobre 2014 della Corte Costituzionale (http://www.diritticomparati.it/2014/10/sentenza-n-238-anno-2014-repubblica-italiana-in-nome-del-popolo-italiano-la-corte-costituzionale-composta-dai-signori.html ) potrebbe costituire un “quasi obiter dictum” come l’ha elegantemente definita il Presidente Barra Caracciolo in occasione del convegno scientifico tenutosi a Roma l’8 novembre scorso (l’intervento completo è visionabile sul sito di RI.SCO.S.SA italiana). Laddove infatti il principio riaffermato dalla Corte nella sentenza de qua – secondo il quale l’ordinamento generale internazionale, che è la fonte suprema del diritto internazionale (a cui l’ordinamento giuridico italiano si conforma ex art. 10 cost.), non può contrastare con la Costituzione (nella fattispecie in questione con l’art 24 Cost., un articolo importantissimo, ma mai quanto i primi 12 ndr ) – dovrebbe valere anche per il diritto internazionale pattizio (che è fonte subordinata rispetto al diritto internazionale generale!) e che quindi non potrebbe derogare, fortiori rationem, ai principi fondamentali della Costituzione contenuti nei primi 12 articoli (in particolare agli art. 1, 4 e 3 secondo comma).

Preghiera per la Patria

Da qualche tempo sto riflettendo sulle eventuali responsabilità che le grandi narrazioni religiose possono aver avuto nell’affermazione del pensiero neoliberista nella società contemporanea. Per ovvi motivi storico-culturali, la religione che più ci interessa analizzare è il Cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo (anche se sarebbe interessante analizzare il protestantesimo, culla del moderno capitalismo). Infatti, per quello che ho imparato da bambino, a rigor di logica, un cristiano cattolico è quanto di più distante ci possa essere dal perfetto neoliberista: ripudio della ricchezza materiale a vantaggio della spiritualità, solidarietà , famiglia come fondamento e base sociale; sono valori in netto contrasto con il materialismo spinto e l’ateismo incalzante della società post-moderna.

Penso che non sia un caso che negli ultimi trent’anni, mentre il pensiero individualista neoliberista cresceva, ci sia stata una diffusa disaffezione al legame religioso, soprattutto in un paese come il nostro dove era molto rappresentato anche a livello politico.

Quello che qui mi piacerebbe affrontare è in che modo la Chiesa di oggi possa guardare al sovranismo e in modo particolare al concetto di popolo.

Sulla liberaldemocrazia: una riflessione critica

Una delle domande cruciali alla quale la filosofia politica tenta di dare da sempre una risposta è la seguente: la democrazia può davvero esistere nella sua forma più pura? La risposta è no, considerando la forma che la democrazia stessa assume in aggregati di vaste dimensioni. La risposta vira verso il sì se invece cominciamo a considerarla in contesti molto più ristretti. Può sembrare ovvio, ma, al netto dell’insopportabile e vuota retorica che ci investe incessantemente per convincerci che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili, ci sembra doveroso cercare di descrivere ciò che realmente si deve intendere quando si parla di una moderna democrazia.
Con la nascita dello Stato moderno, il concetto quasi utopistico e ideale di una democrazia diretta, assembleare, sulla scia di quella degli antichi per intenderci, è divenuto un obiettivo irrealizzabile, semplicemente impossibile. Le democrazie su larga scala richiedono una strutturazione differente, la quale comporta, irrimediabilmente, una distorsione del principio democratico, della sua intima e intrinseca essenza.
Tra democrazia ideale, insomma, e democrazia reale occorre istituire un ibrido che sancisca il compromesso necessario tra utopia e realtà. E occorre altresì realizzare un istituto che funga da filtro, essendo il governo di tutti reso impossibile da evidenti e insormontabili ostacoli numerici (ve la immaginate un’assemblea di un milione di persone, tutte con uguale diritto a prendere la parola?) e geografici (estensione territoriale e dispersione demografica nei grandi Stati moderni).
Siamo di fronte ad una legge ferrea tale per cui quanto più alto è il numero dei cittadini appartenenti ad un sistema formalmente democratico, tanto minore, paradossalmente, sarà per essi la possibilità di partecipare direttamente alla presa delle decisioni di governo, insorgendo quindi la necessità di delegare ad altri questa funzione.
Ecco dunque che si inventa (anzi, si prende in prestito dai regimi monarchici) l’istituto della rappresentanza, affinché i componenti del corpo sociale possano essere rappresentati da un esiguo numero di individui in sede di potere decisionale. Accettando la soluzione della rappresentanza si estinguono automaticamente i limiti dimensionali di una comunità democratica, potendo il governo rappresentativo essere istituito per governare potenzialmente su un territorio illimitato, con un numero di abitanti altrettanto illimitato.
In questo modo, lo snodo centrale del sistema democratico-rappresentativo è costituito dalle libere elezioni, unico metodo capace di garantire a tutti quel minimo di partecipazione tale per poter definire il sistema politico come democratico. Ovviamente però, la presenza di libere elezioni è un elemento necessario, ma non sufficiente per determinare il grado di democraticità di un sistema, e di punti critici, nei moderni assetti democratici, ve ne sono parecchi. Analizziamoli brevemente.

Renzi ci porterà fuori dall’euro?

Come ho scritto piu’ volte,

RENZI E’ PIU’ OPPORTUNISTA DI GRILLO SALVINI E BERLUSCONI messi assieme.
Dall’euro  CI PORTERA’ VIA LUI (RENZI) e voi (intendo i no-euro acritici) sarete tutti felicemente renziani,come otto mesi fa propendevate per il M5s e da alcuni mesi propendete tutti per la Lega.

Le posizioni no-euro del M5s, di Fd’I, di Fassina e della Lega, tutte tardive rispetto a quelle di noi comuni mortali, erano tipiche posizioni opportuniste (Fassina sarà fatto fuori da Renzi e deve trovare una collocazione; FdI non arriva al quorum e cerca la strada; la Lega era moribonda e doveva cercare di risorgere, il progetto “rivoluzionario” di Grillo era arenato e finito). Renzi aveva e ha meno necessità di aderire precocemente a una posizione no-euro, perché è capo del governo e ha una maggioranza schiacciante; inoltre, se deve preparare il piano di uscita deve farlo in silenzio. Ma non è meno opportunista degli altri e appena reputerà necessario assumere una chiara posizione no euro lo farà.

Tutto va come previsto.

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Intervista-Delrio-TG1-43d2fe72-4e7a-4a13-9726-04bab011c64c.html

La Lega di Salvini e il Fronte Sovranista Italiano

Mi chiedono di chiarire quali punti programmatici dovrebbero differenziare, secondo il mio punto di vista, il partito sovranista che l’ARS desidera e vuole concorrere a creare, da un lato, e la Lega, dall’altro. Molti no-euro che ci conoscono e credo ci stimino, infatti, non comprendono l’atteggiamento severo dell’ARS nei confronti della Lega.

Mi limito soltanto ad alcuni punti. Il partito sovranista dovrebbe sostenere:

1) lo statismo socialista nei settori strategici, che andrebbero nazionalizzati, socializzati, o sottoposti a controllo pubblico mediante la riscoperta delle partecipazioni statali, che sono state gloria dell’Italia;

2)  una critica del grande capitale finanziario e della rendita non solo finanziaria, ma anche di quella urbana, la quale è in parte pulviscolare (molte persone comuni ne beneficiano, per corruzione, cointeressenza ignara con chi compie la corruzione, o fortuna);

3) l’esigenza di una nuova classe dirigente che il partito dovrebbe formare e selezionare (le classi dirigenti le formano e selezionano i partiti, sia nelle democrazie sia negli stati totalitari); se i partiti abdicano, entrano i Colaninno, i De Benedetti, i Bazzoli, i Serra, i Monti, i Passera, i Della Valle, le mignotte, i papponi, gli spacciatori, i cocainomani e i ruffiani;

La meraviglia di un figlio

di Alessandro Bolzonello

DCIM100GOPROConvivo con i miei figli; assisto al loro crescere.

Osservo il progressivo definirsi: nascono che “non sono” per poi diventare “qualcuno” e “qualcosa”. Quel che potranno, quel che vorranno.
Ed io qui a presenziare.
Alla nascita, eccetto il genere, tutto è novità: la “carne” con le sue fattezze, i lineamenti e le proporzioni, i tratti della fisionomia.
Non è vero che tutti nascono belli!
Resta celato l’essenziale: le energie, le capacità, l’emotività, il carattere.
Poi crescono.
Nel mio invecchiare loro definiscono se stessi; mentre io difendo l’acquisito loro si aprono al mondo.

Le parole e le cose

Di questi tempi appare abbastanza evidente come la sinistra sia la parte politica maggiormente responsabile del disastro verso cui si avvia il nostro paese, e come il suo “popolo” sia totalmente incapace di capire questo semplice dato di fatto. Occorre naturalmente distinguere fra le tendenze di fondo del nostro tempo e il modo in cui esse si concretizzano nei diversi contesti. Non c’è dubbio che, rispetto al tema di cui stiamo discutendo, la tendenza generale è quella della trasformazione, da tempo compiuta, della sinistra europea da forza di emancipazione e difesa dei ceti subalterni (il che ovviamente non vuol dire: forza rivoluzionaria) a forza totalmente asservita agli interessi dei ceti dominanti, e funzionale alla distruzione dei diritti degli stessi ceti subalterni. Questa trasformazione richiede ovviamente un certo tasso di inganno e autoinganno, perché i ceti dirigenti della sinistra devono distruggere diritti e redditi dei ceti subalterni continuando a richiamarsi ad una tradizione dove si faceva il contrario, e i loro elettori devono in qualche modo credergli. La mia impressione è che questo gioco sia particolarmente evidente e “spudorato” nel nostro Paese, cioè che in esso appaia in maniera particolarmente evidente, rispetto ad altri paesi, l’inganno perpetrato dai ceti dirigenti della sinistra, e la radicata volontà del “popolo di sinistra” di non prendere coscienza dell’inganno. Nella sinistra del nostro paese vi è una scissione, particolarmente evidente, fra le parole e le cose, fra quello che si dice e quello che si fa. Ripeto, questo è un dato generale, ma mi sembra più accentuato in Italia. Se è davvero così, sarebbe il caso di chiedersi perché.
Prima di provare a fornire una risposta, possiamo fare un paio di esempi. Il primo, sul quale ritorno di tanto in tanto perché, lo confesso, a suo tempo ne fui particolarmente colpito, è quello del Partito dei Comunisti Italiani, che nel ’99 fa parte (con 4 ministri, se non ricordo male) del governo D’Alema, e quindi si assume la responsabilità dell’aggressione alla Jugoslavia, cui il governo D’Alema partecipa assieme ad altri paesi NATO. Il punto è che il PdCI partecipa a questa guerra di aggressione imperialistica protestando e manifestando contro di essa e contro la NATO, senza che questo atteggiamento assurdo appaia, ai suoi elettori e in generale alle persone di sinistra, per quello che è, una intollerabile ipocrisia sufficiente a seppellire all’istante una forza politica.