La nuova sintesi

Thomas Hobbes, filosofo e matematico inglese (1588-1679), concepisce l’uomo come “animale individuale”, atomizzato, competitivo ed egoista. Ogni individuo nello “stato di natura”, prima ancora che si formi la società umana, tenderebbe a procacciare per sé, senza alcun limite, tutto ciò che gli consente di muoversi, vivere e autoconservarsi; e siccome ciò fanno anche gli altri individui, le azioni di uno si scontrano con le reazioni di tutti (homo homini lupus) e allora tutti lottano contro tutti per predominare se non addirittura per prevaricare (bellum omnium contra omnes). Il Leviatano sorgerebbe per impedire una permanente guerra civile e sociale e dunque la sua base è la paura collettiva dei propri simili. Questa concezione si contrappose a quella di Aristotele che vede l’uomo come “animale socievole e comunitario” zoón politikón che tende naturalmente ad aggregarsi in poleis, a vivere in società, non solo perché ha bisogno degli altri per le proprie necessità, ma soprattutto perché solo le leggi e l’educazione, proprie di ogni convivenza sociale, gli consentono di raggiungere la virtù. Ogni società tende dunque a costituirsi Stato, che ha come scopo la felicità comunitaria. Coerentemente con tal fine Aristotele predilige l’attività economica che è mossa più dal bisogno che dal desiderio di ricchezza: l’agricoltura che converte la merce in denaro per acquistare altre merci è preferibile al commercio che converte denaro in merce per guadagnare altro denaro.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: La sanità

In aderenza alle pulsioni e credenze del pubblico in tema di salute, opportunamente stimolate e pilotate, la medicina, alla quale ci si affida come un tempo alla religione, è stata trasformata in uno dei maggiori settori dell’imprenditoria liberista; un settore parassitario dove la Domanda è facilmente regolata da un’Offerta senza scrupoli, e sul quale si è sovrapposta l’economia fittizia della speculazione finanziaria.

Noti economisti auspicano che la quota sanità del PIL salga al di sopra del 15%; ciò è ottenibile, ma sarebbe una disgrazia, perché già oggi per far diventare la medicina un motore di crescita economica la si è gravemente inquinata con deviazioni e con pratiche fraudolente; così che essa non fornisce ciò che potrebbe dare mentre storna risorse e crea danni iatrogeni. Ad esempio, la “prevenzione” oggi non consiste nell’assicurare un ambiente salubre, condizioni di vita equilibrate e cibi genuini, alla luce delle conoscenze biomediche; ma in trattamenti medici di massa ai sani mediante costosi programmi di screening, l’inutilità e la dannosità dei quali sta venendo riconosciuta in diversi casi anche in sedi ufficiali. Si favorisce la cronicizzazione delle malattie, per trasformarle in rendite assicurando il maggior consumo di costose scatolette di farmaci proclamati efficaci, e si lascia alle famiglie la gran parte di carichi sanitari essenziali come le cure odontoiatriche e l’assistenza ai non autosufficienti. E’ anche possibile che, ridotta la democrazia reale al lumicino, i futuri sviluppi, che potrebbero includere una maggiore privatizzazione della sanità, si avvalgano di forme più tradizionali di autoritarismo, per giungere allo “Stato terapeutico” preconizzato da alcuni commentatori. I meccanismi coi quali il potere ottiene ciò sono oscurati da fattori psicologici e tecnici, potenziati dalla propaganda e dalla censura; ma gli effetti negativi sono percepiti da una quota crescente di cittadinanza.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: Scuola e Università

È in atto da molto tempo un lento processo di distruzione della Scuola e dell’Università pubbliche. Le continue riforme che si succedono, ad ogni cambio di ministro, non fanno che portare avanti questa distruzione. Nella Scuola pubblica viene in sostanza cancellata la centralità delle discipline e dei contenuti, che sono la vera sostanza sulla quale si basa il processo educativo specificamente scolastico. Questa perdita di contenuti disciplinari riduce il lavoro scolastico ad una sorta di immane servizio di “babysitteraggio”, con la perdita di ogni reale valore educativo del tempo passato sui banchi. Le varie riforme, inoltre, colpiscono al cuore il carattere di scuola nazionale, uguale per tutti i cittadini, della scuola pubblica, prevedendo una sciagurata autonomia che significa soltanto trasformazione della scuola in azienda privata (anche se formalmente pubblica) che va a caccia di clienti sul Mercato. Analogo destino colpisce l’Università, i cui gravi problemi non vengono risolti ma accentuati dalle varie “riforme” succedutesi negli anni.

I deliri del giovane Marx

UN COMMENTO A Marx, Sulla questione ebraica

 

Et nous savons que cette erreur procède d’un déni de réalité et infecte l’esprit de bien des gens.

Jacques Sapir

 

 

È noto che la sinistra non ha letto Marx, meno noto che se lo avesse fatto non sarebbe molto diversa da come è: determinata dal rifiuto della verità presente, posseduta dalla volontà di realizzare un sogno, dall’aspirazione a una realtà diversa. In questo non differisce da Marx; che già Marx viva il presente come una gabbia e la verità come una prospettiva futura, è infatti evidente fin dall’articolo giovanile Sulla questione ebraica. Suo tema centrale è l’insufficienza dell’emancipazione politica effettivamente realizzata dallo stato costituzionale, rispetto al dover-essere, che il giovane Marx chiama emancipazione umana.

Francesco De Sanctis: Il patriottismo di Machiavelli

Il Machiavelli vede nel papato temporale non solo un sistema di governo assurdo e ignobile, ma il principale pericolo dell’Italia. Democratico, combatte il concetto di un governo stretto, e tratta assai aspramente i gentiluomini, reminiscenze feudali. E vede ne’ mercenari o avventurieri la prima cagione della debolezza italiana incontro allo straniero, e propone e svolge largamente il concetto di una milizia nazionale.

La «patria» del Machiavelli è naturalmente il comune libero, libero per sua virtù e non per grazia del papa e
dell’imperatore, governo di tutti nell’interesse di tutti. Ma, osservatore sagace, non gli può sfuggire il fenomeno storico de’ grandi Stati che si erano formati in Europa, e come il comune era destinato anch’esso a sparire con tutte le altre istituzioni del medio evo. Il suo comune gli par cosa troppo piccola e non possibile a durare dirimpetto a quelle potenti agglomerazioni delle stirpi, che si chiamavano «Stati» o «Nazioni».
Già Lorenzo, mosso dallo stesso pensiero, avea tentato una grande lega italica, che assicurasse l’«equilibrio» tra’ vari Stati e la mutua difesa, e che pure non riuscì ad impedire l’invasione di Carlo ottavo. Niccolò propone addirittura la costituzione di un grande Stato italiano, che sia baluardo d’Italia contro lo straniero. Il concetto di patria gli si allarga. Patria non è solo il piccolo comune, ma è tutta la nazione. L’Italia nell’utopia dantesca è il «giardino dell’impero»; nell’utopia del Machiavelli è la «patria», nazione autonoma e indipendente.
La «patria» del Machiavelli è una divinità, superiore anche alla moralità e alla legge. A quel modo che il Dio degli ascetici assorbiva in sè l’individuo, e in nome di Dio gl’inquisitori bruciavano gli eretici; per la patria tutto era lecito, e le azioni, che nella vita privata sono delitti, diventavano magnanime nella vita pubblica. «Ragion di Stato» e «salute pubblica» erano le formole volgari, nelle quali si esprimeva questo dritto della patria, superiore ad ogni dritto. La divinità era scesa di cielo in terra e si chiamava la «patria», ed era non meno terribile. La sua volontà e il suo interesse era «suprema lex». Era sempre l’individuo assorbito nell’essere collettivo. E quando questo essere collettivo era assorbito a sua volta nella volontà di un solo o di pochi, avevi la servitù. Libertà era la partecipazione più o meno larga de’ cittadini alla cosa pubblica.
La patria assorbisce anche la religione. Uno Stato non può vivere senza religione. E se il Machiavelli si duole della corte romana, non è solo perchè a difesa del suo dominio temporale è costretta a chiamar gli stranieri, ma ancora perchè co’ suoi costumi disordinati e licenziosi ha diminuita nel popolo l’autorità della religione. Ma egli vuole una religione di Stato, che sia in mano del principe un mezzo di governo. Della religione si era perduto il senso, ed era arte presso i letterati e istrumento
politico negli statisti. Anche la moralità gli piace, e loda la generosità, la clemenza, l’osservanza della fede, la sincerità e le altre virtù, ma a patto che ne venga bene alla patria; e se le incontra sulla sua via non istrumenti, ma ostacoli, gli spezza.
La virtù è da lui intesa nel senso romano, e significa «forza», «energia», che renda gli uomini atti a’ grandi sacrifici e alle
grandi imprese. Non è che agl’italiani manchi il valore; anzi ne’ singolari incontri riescono spesso vittoriosi: manca l’educazione o la disciplina o, come egli dice, «i buoni ordini e le buone armi», che fanno gagliardi e liberi i popoli.
Alla virtù premio è la gloria. «Patria», «virtù», «gloria», sono le tre parole sacre, la triplice base di questo mondo.
Come gl’individui hanno la loro missione in terra, così anche le nazioni. Gl’individui senza patria, senza virtù, senza gloria sono atomi perduti. E parimente ci sono nazioni oziose e vuote, che non lasciano alcun vestigio di sè nel mondo.
Nazioni storiche sono quelle che hanno adempiuto un ufficio nell’umanità, o, come dicevasi allora, nel genere umano, come Assiria, Persia, Grecia e Roma. Ciò che rende grandi le nazioni è la virtù o la tempra, gagliardia intellettuale e corporale, che forma il carattere o la forza morale. Ma come gl’individui, così le nazioni hanno la loro vecchiezza, quando le idee che le hanno costituite s’indeboliscono nella coscienza e la tempra si fiacca. E l’indirizzo del mondo fugge loro dalle mani e passa ad altre nazioni. La grandezza e la caduta delle nazioni non sono dunque accidenti o miracoli, ma sono effetti necessari, che hanno le loro cause nella qualità delle forze che le movono. E quando queste forze sono in tutto logore, esse muoiono. Tra l’impero e la città o il feudo, le due unità politiche del medio evo, sorge un nuovo ente, la Nazione, alla quale il Machiavelli assegna i suoi caratteri distintivi, la razza, la lingua, la storia, i confini. Tra le repubbliche e i principati spunta già una specie di governo medio o misto, che riunisca i vantaggi delle une e degli altri, e assicuri a un tempo la libertà e la stabilità, governo che è un presentimento de’ nostri ordini costituzionali, e di cui il Machiavelli dà i primi lineamenti nel suo progetto per la riforma degli ordini politici in Firenze. È tutto un nuovo mondo politico che appare. Si vegga, fra l’altro, dove il Machiavelli tocca della formazione de’ grandi Stati, e soprattutto della Francia.
L’idea del Machiavelli riuscì un’utopia, non meno che l’idea di Dante. Ed oggi è facile assegnarne le cagioni. «Patria», «libertà», «Italia», «buoni ordini», «buone armi», erano parole per le moltitudini, dove non era penetrato alcun raggio d’istruzione e di educazione. Le classi colte, ritiratesi da lungo tempo nella vita privata, tra ozi idillici e letterari, erano cosmopolite, animate dagl’interessi generali dell’arte e della scienza, che non hanno patria. Quell’Italia di letterati corteggiati e cortigiani perdeva la sua indipendenza, e non aveva quasi aria d’accorgersene. Gli stranieri prima la spaventarono con la

ferocia degli atti e de’ modi; poi la vinsero con le moine, inchinandola e celebrando la sua sapienza. E per lungo tempo gl’italiani, perduta libertà e indipendenza, continuarono a vantarsi per bocca de’ loro poeti signori del mondo, e a ricordare le avite glorie. Odio contro gli stranieri ce ne era, ed anche buona volontà di liberarsene. Ma ci era così poca fibra, che di una redenzione italica non ci fu neppure il tentativo. Nello stesso Machiavelli fu una idea, e non sappiamo che abbia fatto altro di serio per giungere alla sua attuazione, che di scrivere un magnifico capitolo, in un linguaggio rettorico e poetico fuori del suo solito, e che testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore che la calma persuasione di un uomo politico. Furono illusioni. Vedeva l’Italia un po’ a traverso de’ suoi desidèri. Il suo onore, come cittadino, è di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria, come pensatore, è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della società moderna e della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verità del futuro.
Ci è nel Machiavelli una logica formale e c’è un contenuto. La sua logica ha per base la serietà dello scopo, ciò ch’egli chiama «virtù». Proporti uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina. Essere uomo significa «marciare allo scopo». Ma nella loro marcia gli uomini errano spesso, perchè hanno l’intelletto e la volontà intorbidata da fantasmi e da sentimenti, e giudicano secondo le apparenze. Sono spiriti fiacchi e deboli quelli che stimano le cose, come le paiono e non come le sono: a quel modo che fa la plebe. Cacciar via dunque tutte le vane apparenze, e andare allo scopo con lucidità
di mente e fermezza di volontà, questo è essere un uomo, aver la stoffa d’uomo. Quest’uomo può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo. Ciò è fuori dell’argomento, è un altro aspetto dell’uomo. Ciò a che guarda Machiavelli è di vedere se è un uomo ciò a che mira è rifare le radici alla pianta «uomo» in declinazione. In questa sua logica la virtù è il carattere o la tempra, e il vizio è l’incoerenza, la paura, l’oscillazione. Si comprende che in questa generalità ci è lezioni per
tutti, pe’ buoni e pe’ birbanti, e che lo stesso libro sembra agli uni il codice de’ tiranni, e agli altri il codice degli uomini liberi. Ciò che vi s’impara è di essere un uomo, come base di tutto il resto. Vi s’impara che la storia, come la natura, non è regolata dal caso, ma da forze intelligenti e calcolabili, fondate sulla concordanza dello scopo e de’ mezzi; e che l’uomo, come essere collettivo o individuo, non è degno di questo nome, se non sia anch’esso una forza intelligente, coerenza di scopo e di
mezzi. Da questa base esce l’età virile del mondo, sottratta possibilmente all’influsso dell’immaginazione e delle passioni, con uno scopo chiaro e serio, e con mezzi precisi.
La serietà della vita terrestre, col suo istrumento, il lavoro; col suo obbiettivo, la patria; col suo principio, l’eguaglianza e la libertà; col suo vincolo morale, la nazione, col suo fattore, lo spirito o il pensiero umano, immutabile ed immortale, col suo organismo, lo Stato, autonomo e indipendente, con la disciplina delle forze, con l’equilibrio degl’interessi, ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo del Machiavelli, a cui è di corona la gloria, cioè l’approvazione del genere umano,
ed è di base la virtù o il carattere, «agere et pati fortia». Il fondamento scientifico di questo mondo è la cosa effettuale, come te la porge l’esperienza e l’osservazione. L’immaginazione, il sentimento, l’astrazione sono così perniciosi nella scienza, come nella vita. Muore la scolastica, nasce la scienza.
Questo è il vero machiavellismo, vivo, anzi giovane ancora. È il programma del mondo moderno, sviluppato, corretto, ampliato, più o meno realizzato. E sono grandi le nazioni che più vi si avvicinano. Siamo dunque alteri del nostro Machiavelli. Gloria a lui, quando crolla alcuna parte dell’antico edificio. E gloria a lui, quando si fabbrica alcuna parte del nuovo. In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degl’Italiani a Roma. Il potere temporale crolla.
E si grida il «viva» all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli.
[Storia della letteratura italiana, 1870-71]

Documento di analisi e proposte dell’ARS: L’errore politico e tecnico dell’euro

L’unione europea ha sottratto allo stato italiano anche il potere di gestire una moneta nazionale, vincolandolo a una moneta comune che non è di nessuno. L’adozione della moneta unica si è rivelata, oltre che un errore politico un grave errore tecnico.

Gli architetti politici che si sono occupati della costruzione dell’euro hanno scelto di non tener conto delle preoccupazioni espresse da vari esponenti della scienza economica.

Non sono pochi gli esperti che avevano rilevato per tempo come una unione monetaria fra Paesi molto diversi rispetto ad importanti parametri economici (come competitività e tassi di inflazione) avrebbe comportato numerosi squilibri, che sarebbero poi esplosi nei momenti di crisi. Questo è ciò che è puntualmente avvenuto. Nei circa dieci anni passati dall’avvento della moneta unica, i paesi PIGS hanno avuto livelli di inflazione significativamente più elevati di quelli della Germania, e di conseguenza hanno perso competitività, finendo per accumulare pesanti deficit commerciali, non a caso nei confronti della stessa Germania.

E’ questa la ragione principale della crisi di fiducia che i mercati esprimono nei confronti dell’eurozona. I Paesi meno competitivi rispetto alla Germania vedono peggiorare continuamente  la loro situazione economica, senza poter reagire con lo strumento della svalutazione della moneta nazionale (che non hanno più), e sono quindi considerati a rischio default.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: L’insanabile contrasto tra Costituzione della Repubblica Italiana e Trattati dell’Unione Europea

La parte più nobile e moderna della Costituzione della Repubblica Italiana è costituita dal titolo dedicato ai “rapporti economici” (artt. 35-47). Essa, da almeno due decenni, è totalmente disapplicata, in ragione della prevalenza dei Trattati dell’Unione Europea e del diritto derivato (emanato dagli organi dell’Unione) sulle norme costituzionali volte a disciplinare la materia economica. Una congiuntura internazionale favorevole, un lungo periodo di bassi tassi di interesse, la promozione dell’indebitamento privato, che ha supplito per molto tempo la diminuzione dei salari e dei redditi da lavoro tutti, e la diffusione della ideologia globalista, mercatista, transnazionale, idolatra della concorrenza e individualista hanno oscurato a lungo, agli occhi del popolo italiano, questo dato di fondamentale rilevanza. Oggi siamo giunti al tempo della verità e alla necessità di invertire la rotta.

I principi fondamentali dell’Unione Europea non sono in grado di far uscire l’Italia dalla crisi economica, bensì spingono verso l’aggravamento e generano un difetto di coesione sociale e territoriale che sta minando l’Unità della Nazione e impoverendo larghi strati della popolazione.

Il modello di disciplina dei rapporti economici prefigurato dai Trattati Europei è irrimediabilmente in contrasto con il modello di disciplina prefigurato nella Costituzione. I valori e gli interessi promossi dalla Costituzione della Repubblica Italiana sono opposti rispetto ai valori e agli interessi promossi dai Trattati dell’Unione Europea. In Particolare:

Il salutista

Nell’apprendere le notizie sul turbinio che nell’ultimo periodo rimesta quella che la stampa definisce impunemente la “sinistra Italiana”, uno penserebbe di trovarsi in un’epoca di grandi rivolgimenti politici e di rinascita del senso di appartenenza delle classi meno abbienti. Mentre infatti quella strana creatura del PD (una sorta di sindacato del ceto fascio-finanziario deputato alla liquidazione dello Stato per via privatistica) sgoverna, i suoi cascami, quelli che parimenti dallo Stato hanno sempre preso senza mai dare alcun contributo, si riorganizzano, dibattono, si incontrano, si dimenano e parlano di “riforma” della sinistra Italiana. Ma di cosa stiamo parlando ? Facciamo qualche nome di riferimento. Fassina, Civati, Landini, Vendola, Boldrini (i caporali); sullo sfondo Bersani, Fassino, Bindi (i colonnelli), Dalema (il generale); Prodi, Letta (i probiviri), la stampa tutta (l’esercito). Vi pare sinistra ? No. E’ il meglio (!!!) della socialdemocrazia liberale Europeista Italiana che si aggrega perché ha capito di essere stata buggerata, proprio nella sua velleitaria idea di scioglimento dello Stato costituzionale nazionale, dai famelici interessi della finanza nordeuropea. Ma che differenza c’è tra i primi e i secondi ? Sottile. I primi caldeggiano uno scioglimento dello Stato Italiano per ricreare un superstato speculare europeo in cui essi possano continuare a fancazzisteggiare sulla pelle del popolo, propugnando il capitalismo liberoscambista di stampo calvinista; i secondi stanno invece conducendo con successo una guerra per la privatizzazione di ogni prerogativa pubblica, guridica, costituzionale ed economica (proprietà comprese) degli stati nazionali per il totale controllo della società da parte di chi controlla privatamente il denaro, attraverso gli strumenti dell’UE e dell’EURO. Attenzione però. Questi ultimi sono tutto fuorchè liberoscambisti; l’iperfinanza è monopolista per eccellenza e non sopporta la libera concorrenza dei mercati e tanto meno dell’economia pubblica (principale nemico); vogliono controllare tutto e tutti fin dentro le mutande dei cittadini con l’aiuto delle più sofisticate tecnologie dietro il paravento della sicurezza (che si preoccupano quindi di scardinare a tutti i livelli, sociale, economico e militare).
Ma torniamo al tema principale. Che c’entrano i salutisti in tutto questo ? I salutisti possono essere presi come categoria esemplificativa del comportamento dei Socialdemocratici buggerati di cui sopra, propugnatori dell’ ”altra Europa”. La caratteristica del salutista è quella di fingere di non vivere in un mondo inquinato e credere che un sano stile di vita li metta al riparo dalle conseguenti malattie. Nel far ciò non si preoccupa minimamente di sanare l’ambiente circostante, cosa che ritiene intimamente impossibile, ma si illude di trovare la soluzione in un comportamento tipicamente individualistico e fondamentalmente asociale. Il salutista di fatto pensa di poter sfuggire ai danni di un ambiente al quale non può sfuggire costruendosi la sua campana di vetro dove vivere “alla faccia” dei non salutisti. Inutile dire che in un simile contesto gli inquinatori possono dormire sonni tranquillissimi e con loro la finanza unionista apolide nordeuropea. La vera soluzione come sappiamo si chiama Sovranismo Costituzionale. Il vero antidoto all’inquinamento dell’ambiente politico. Ci libereremo.

Noticine sovraniste*

1. Il piano A e il piano B: recesso e resistenza. 2. Un secolo di lotte. 3. Il coraggio. 4. “Riconquistare la politica monetaria” o “fuori dall’euro”?  5. Non è autorazzismo ma razzismo. 6. Andreotti contro Murdoch, MTV e la televisione satellitare.

1. Il piano A e il piano B: recesso e resistenza.

Il piano A deve essere il recesso dall’Unione Europea, accompagnato da misure d’urgenza che indicammo, in modo sintetico, fin da principio nel “Documento di analisi e proposte” (scritto tra il novembre 2011 e il gennaio 2012). Al recesso seguiranno le trattative previste nell’art. 50 del TUE.

Il piano B è la RESISTENZA ai despoti interni ed esterni che si opponessero alla efficacia del recesso, tentando colpi di stato o seguendo altre subdole vie.

2. Un secolo di lotte.

La lotta contro l’austerità ha condotto alla lotta contro l’euro e a riscoprire il valore della piena occupazione, dell’inflazione e della repressione della rendita.
La lotta contro l’euro, le rendite, la disoccupazione strutturale e la deflazione stanno conducendo i ribelli, come noi dell’ARS avevamo previsto fin da principio, verso la lotta contro l’Unione europea.
La lotta contro l’Unione europea condurrà sempre di più alla riscoperta dell’indipendenza nazionale, della particolarità sull’universalità, della nazionalità verso la globalità, della specialità sulla generalità.
Il nuovo romanticismo, che è reazione alla razionalità tecnica globalistica e capitalistica (ossia alla forma contemporanea e priva di valore di illuminismo) sarà un movimento secolare contro la crisi antropologica.

Aleksandr Aleksandrovich Zivov’ev: intervista del 1999

Alexander Aleksandrovic, con quali sentimenti rientrate in Russia dopo un esilio così lungo?

Con il sentimento di aver lasciato una potenza rispettata, forte, e con il timore di ritrovare un paese vinto, in rovina. A differenza di altri, io non avrei mai lasciato l’URSS se mi fosse stata lasciata la scelta. L’emigrazione è stata una vera punizione. –

Pertanto qui in Occidente siete stato accolto a braccia aperte!

 E’ vero…ma malgrado l’accoglienza apparentemente trionfale e il successo mondiale dei miei libri, non mi sono mai sentito a casa mia qui…
Dopo il crollo del sistema comunista, il sistema occidentale è diventato il vostro principale soggetto di studio? Perché?

Perché quello che avevo detto è successo: il crollo del comunismo si è trasformato nel crollo della Russia. La Russia e il comunismo formavano una sola ed unica cosa
La lotta contro il comunismo era una copertura per una lotta contro la Russia?

La concezione soggettiva della identità personale, ovvero il diritto alla falsità e alla psicosi

La sentenza della Corte di Cassazione civile n. 15138/2015, la quale ha consentito al ricorrente di ottenere la rettifica del registro dello stato civile in ordine al sesso, anche quando non siano stati modificati con operazione chirurgica i caratteri sessuali primari (organi genitali) farà discutere sotto molti profili e sarà commentata in tutte le riviste di diritto civile.
Tuttavia, da una prima veloce lettura emerge un profilo che sta a monte della questione principale oggetto della causa: il diritto all’identità personale è il diritto ad essere rappresentato e considerato (anche dall’ordinamento) così come il titolare pensa e sostiene di essere o il diritto ad essere rappresentato e considerato come gli altri (il prossimo che ci conosce) ci rappresentano  e constatano (i medici che verificano oggettivamente l’esistenza dei caratteri sessuali primari nel caso di specie)?
Per esempio, ricorrendo le condizioni richieste dalla legge e dalla giurisprudenza per la rappresentazione filmica della vita di una persona vivente, quest’ultima può in ogni caso invocare la lesione del diritto all’identità personale, se nel film è stata raffigurata come persona avida oppure ignorante e incapace di scrivere due righe senza gravi errori o, ancora, squilibratissima fino ai limiti della follia? Chi è che decide cosa noi siamo, ossia qual è, appunto, la nostra identità personale? Noi stessi? O il prossimo che ci conosce? Se qualcuno crede di essere un grande romanziere e coloro che lo conoscono lo considerano un mitomane presuntuoso, il regista cosa deve mettere in scena? Il regista viola il diritto alla identità personale se rappresenta un mitomane sciocco e presuntuoso o se rappresenta un grande scrittore? E il regista viola il diritto all’identità personale se, in base alle numerose testimonianze raccolte, rappresenta un gioielliere, che ha sparato ad un presunto bandito, come una persona avida, disposta a sparare per poche lire o se, nonostante le testimonianze, rappresenta una persona da tutti considerata avidissima come persona non avida? Siamo noi che decidiamo che siamo persone generose e nobili? O è il giudizio del prossimo a definire la nostra identità personale?
La concezione soggettiva dell’identità personale sarebbe folle se non fosse perfettamente aderente all’individualismo egocentrico, intriso di narcisismo patologico che permea la società generata dal capitalismo assoluto.

La lunga notte del sovranismo italiano

Federico-Caffè1Quando nel 1987 il telegiornale diede la notizia della misteriosa scomparsa dell’economista Federico Caffè, avevo solo 10 anni e se non fosse stato per le sue origini pescaresi, che sono anche le mie, forse quella notizia data alla televisione nell’edizione nazionale del notiziario, non l’avrei mai e poi mai ricordata a distanza di tanti anni. E invece quella notizia ce l’ho piantata nel cervello come  un chiodo.

Oltre alle sue origini, ciò che in così tenera età stimolò la mia curiosità, fu il fatto che scomparve nel nulla lasciando a casa ogni cosa al suo posto e ben in ordine.

Era la prima volta che sentivo parlare di quel professore universitario pescarese e non nascondo che un altro elemento che sviluppò nella mia giovane e acerba mente quel fotogramma di vita, fu anche il suo particolare cognome.

Nel corso degli anni a seguire sentii ripetere quel nome molte volte, sentii celebrare il suo ricordo da importanti personaggi delle istituzioni italiane, da politici, da economisti , da giuristi.

Negli ultimi tempi il nome di Federico Caffè è tornato nuovamente sulla bocca di molti in occasione del centenario della nascita dell’economista pescarese. Tra i tanti “ricordi” quelli che più mi hanno colpito, o forse è meglio dire stordito, sono stati quelli dei suoi allievi Mario Draghi e Ignazio Visco.

La storia non si riscrive, si studia

Alcuni anonimi rancorosi, dediti al “copia e incolla” in rete, diffondono, riguardo ai protagonisti e ai momenti cruciali della nostra storia, una nuova selezione letteraria fatta di citazioni, racconti, leggende o invenzioni, seguita inevitabilmente da un repertorio di illazioni, condanne, ingiurie e calunnie varie, del tenore di un “Piemonte stato invasore“, “Garibaldi ladro e mercenario” o d’un “Mazzini strumento del potere e fondatore della mafia“.

Non di rado emerge che tale “letteratura” prescinde dalla conoscenza – anche elementare – della Storia, e muove dall’esigenza di ridisegnare una sorta di nuova “geografia morale” riguardo il nostro Risorgimento e i suoi protagonisti più illustri.

A prescindere per un momento dai metodi e dal significato politico (o psicologico) di quest’atteggiamento, desta stupore il fatto che tali moderni aizzapopolo rivolgano i loro improperi verso uomini che hanno vissuto il loro tempo più di 150 fa (il che la dice lunga sulla nostra capacità di leggere e vivere la contemporaneità). È come se il Savonarola, nei suoi sermoni, avesse preferito accusare pubblicamente papa Bonifacio, vissuto circa due secoli prima, piuttosto che il contemporaneo Lorenzo de’ Medici o la corte romana di papa Borgia.

Carlo Arturo Jemolo: In tema di unità europea (Il Ponte,1967)

Jemolo

In questa pagina di uno dei più illustri giuristi, politici e intellettuali del novecento italiano era già tutto scritto. Non pre-visto ma visto, perché le unioni politiche, come il gigante Jemolo ben sapeva, si generano, eventualmente, se preesistono taluni elementi, che nel nostro caso mancavano e mancano. Risulta sempre più evidente come l’ideologia europeista, ventotenista, federalista sia stata nel tempo un ampio e potente sostegno ideologico alla realtà dell’antisovrano liberal-capitalistico servile alleato degli Stati Uniti, che è da sempre la vera natura dell’Unione europea.

Leggo sempre con una certa commozione fogli di giovani, che danno opera per la diffusione della idea europeista, per creare organi dell’Europa, per stabilire una solidarietà d’interessi, cercando di allacciare tra loro non solo i governi – di cui è nota ed umana la riluttanza i cedere parte dei propri poteri – ma i Comuni, le istituzioni culturali. «Civiltà europea» è sempre alle nostre orecchie un termine augusto, una fiamma che per nulla al mondo vorremmo vedere impallidire. Ogni apporto al mantenimento ed alla diffusione di questa civiltà, e così di una comunione di vita culturale, di una sempre maggior conoscenza di quanto si compie oltre frontiera, non può non trovare pieno consenso. L’equivoco che occorre evitare è quello di operare un facile passaggio da unità culturale a rafforzamento di legami politici.

Capire, divulgare, non fermarsi, militare

La vita non è fatta dai desideri
bensì dagli atti di ciascuno
Paulo Coelho

Gli eventi della Grecia pare che infine abbiano sortito un unico effetto: rendere più inesorabili le spaccature tra quelli che hanno capito e quelli che proprio non vogliono capire.
Vi è chi, tra i sostenitori del progetto Europa, si è anzi convinto a chiedere ancora più Europa, perché ora è finalmente possibile negoziare: l’accordo lo dimostra.
Sulle loro contraddizioni, forse c’è poco ancora da evidenziare: continuano a vaneggiare di una federazione di Stati, dove la BCE sarà obbligata a fungere davvero da banca centrale e a garantire i debiti pubblici delle nazioni. E vaneggiando, beatamente glissano sul fatto che una federazione ha bisogno di Stati forti, e quindi Sovrani. E se uno Stato è sovrano ha un unico modo per restarlo: avere una propria banca statale. Tutto il resto è fantasia. o americanata cinematografica, a luci rigorosamente spente, però, su un altro fatto: che gli stessi Stati Uniti, inizialmente nati nelle strette maglie di una confederazione, abbiano avuto bisogno poi di una lunga guerra per rendere l’unione meno vincolante e ottenere maggiore autonomia statale…

Buona Scuola: l’incredibile panzana della valorizzazione del merito

Un articolo di Anna Maria Bellesia pubblicato sul sito “La Tecnica della Scuola” il 14 luglio scorso.

È passata l’idea che la riforma di Renzi abbia “finalmente” introdotto il merito e la valutazione dei docenti. Il messaggio che sia iniziata una “svolta epocale” è stato recepito dall’opinione pubblica, grazie al fatto che giornali e telegiornali fanno informazione riprendendo i comunicati stampa di fonte governativa confezionati ad arte. Così si crede che i docenti saranno distinti in “meritevoli”, da premiare, e “non meritevoli”, da castigare, con meno soldi e magari col licenziamento, e che nel Comitato di valutazione genitori e studenti avranno voce in capitolo.

Invece quella del merito è l’ennesima incredibile panzana. Vediamo di chiarire i vari aspetti.

Intanto le risorse stanziate sono da presa in giro. I 200 milioni di euro annui, pomposamente destinati “alla valorizzazione dell’impegno degli insegnanti”, altro non sono che 20mila euro massimi per istituto, come ci dice l’infervorato sottosegretario Faraone. Vale a dire mille euro all’anno per una ventina di insegnanti, che corrispondono all’incirca a un 10-20% del corpo docente di un istituto.

Giorgio Ruffolo: La questione meridionale? Non è colpa di Garibaldi

Giorgio Ruffolo (1926) è stato segretario generale della Programmazione economica negli anni Sessanta e ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992. Il brano che segue è tratto dal libro Quando l’Italia era una superpotenza, edito da Einaudi nel 2004.

All’inizio del Millennio il Mezzogiorno d’Italia, dal punto di vista della prosperità economica, stava nettamente in testa. Sarebbe stato del tutto naturale che fossero le regioni italiane più vicine all’Oriente e alle sponde dell’Africa settentrionale a trasmettere al resto della penisola che si risvegliava demograficamente ed economicamente gli impulsi del mondo sviluppato, arabo e bizantino. La Sicilia, poi, faceva parte integrante di quel mondo. Palermo era diventata la metropoli dell’islamismo mediterraneo, la più ricca, la più fiorente, la più colta. Invece quello slancio si spense presto. Già alle soglie del Duecento i rapporti tra le Repubbliche del Nord e il Regno del Sud si erano rovesciati.

Massimo Bontempelli: La verità sull’Europa

L’Europa è presentata dai mezzi di comunicazione di massa e dal dibattito politico come un problema, in quanto è fatta apparire un luogo ideale di razionalità ed efficienza in cui il nostro paese dovrebbe inserirsi per diventare migliore, e a cui tuttavia sembra permanentemente inadeguato. Basti pensare al lungo tormentone di alcuni anni fa riguardo alla possibilità o meno dell’economia e della finanza italiane di conformarsi ai parametri per l’adozione della moneta comune. Sembrò allora che il raggiungimento dei cosiddetti parametri di Maastricht costituisse la prova decisiva per il nostro popolo, ed ancora oggi lo schieramento di centro-sinistra si fa supremo vanto di aver conseguito quel risultato.

Tuttavia l’ammissione del nostro paese al club della moneta unica europea è sempre presentata, oltre che come premio per l’opera di risanamento finanziario compiuta negli anni Novanta, anche come situazione che esige da esso ulteriori, continue innovazioni, affinché i suoi difetti strutturali non lo escludano poi per altri versi da un legame definitivo con la realtà transalpina.

Rimanere fuori dell’Europa è, nel linguaggio cosiddetto politicamente corretto, sinonimo di declassamento, quando non addirittura di degradazione: senza l’aggancio all’Europa, si dice, l’Italia scivolerebbe inesorabilmente nel mondo maghrebino, si arabizzerebbe, diventerebbe sempre meno efficiente, razionale, moderna.

Una malattia del passato

La parola “crisi” non evoca solamente il risultato di anni di speranze tradite e naufragate nel nulla, ma anche il momento culminante di una grave malattia da cui si può guarire solo adottando una cura radicale: un cambiamento sostanziale nello stile di vita e nell’atteggiamento verso una visione poco lungimirante percepita come unica realtà.
Per gli Stati Uniti la crisi del 1929 rappresentò una grande occasione di ricostruzione e di guarigione da una grave malattia che, trascurata troppo a lungo o addirittura non diagnosticata, esplose in modo improvviso e virulento imponendo una medicina fino ad allora non tenuta in debito conto.
La crisi offrì l’occasione di ripensare un modello di società e di ricostruire il tessuto economico, politico e finanziario allargando ampiamente i diritti sociali senza compromettere quelli individuali.
La Grande Depressione ci aiuta sicuramente a comprendere i nessi tra Prima e Seconda guerra mondiale e le dinamiche che portarono all’ascesa di Hitler in Germania, certamente favorita dagli eventi statunitensi e dalle loro ripercussioni sull’economia tedesca.
Il forte intervento finanziario degli Usa nella ricostruzione e nella riconversione industriale del dopoguerra spiega, infatti, l’impatto che la crisi del 1929 ebbe su tutti i paesi europei che avevano ricevuto crediti dalla nuova superpotenza d’oltreoceano.
Per queste ragioni, la crisi economica iniziata con il crollo della borsa di New York nel famoso giovedì nero del 24 ottobre 1929 fu diversa da tutte le precedenti per lunghezza, intensità ed estensione.
Il colpo fu tanto duro quanto imprevisto se si pensa alle parole e ai toni trionfali del presidente uscente Coolidge nel dicembre del 1928.
Cosa provocò una crisi di simile portata senza che nessuno ne percepisse l’incombenza se non economisti marxisti considerati inattendibili, o economisti americani ritenuti antipatriottici e disfattisti e per questo esclusi dal dibattito pubblico?
La complessità del quadro fu messa a nudo dalla molteplicità di risposte che l’amministrazione democratica di Roosevelt dovette fornire con il New Deal per rimettere in piedi un paese in ginocchio.
Gli anni successivi alla Prima guerra mondiale furono caratterizzati da una corsa al profitto che, alla metà degli anni ’20, aveva contribuito a diffondere il ricorso alla speculazione finanziaria, spesso non legata ad effettive capacità produttive ma all’idea che potesse esistere una sorta di circolo virtuoso tra finanza, investimenti e produzione.
L’economia statunitense prima della crisi era ampiamente finanziarizzata, priva di pianificazione, fragile nei consumi interni e negli sbocchi esterni e allo stesso tempo troppo ottimista nella presunzione di potersi autoalimentare.
La compressione dei salari che limitò la capacità di assorbire la produzione fu certamente uno dei fattori preponderanti della crisi.
I possessori di titoli e gli economisti più avveduti, in realtà. avevano già cominciato a percepire molto prima del citato discorso di Coolidge che in alcuni settori la crescita degli indici di borsa non corrispondeva a quella dell’economia reale, che tendeva a ristagnare.
Eppure, lo scarso controllo degli speculatori e dei giocatori di borsa e la riluttanza della Banca centrale ad innalzare il tasso di sconto contribuirono al perdurare della frenesia di facili guadagni per mesi.
A questi fattori interni, certamente rilevanti, si aggiunse il relativo restringimento dei mercati che, pur non contribuendo in modo determinante alla crisi, mise in evidenza la necessità per il capitalismo americano di ricercare nuovi mercati in assenza di paesi da colonizzare.
In sostanza la causa principale della crisi del 1929 fu la pretesa ottocentesca e deterministica dei liberisti dell’epoca che il mercato avesse la naturale capacità di autoregolarsi, senza alcun intervento esterno, men che meno dello Stato.
Alcuni storici parlano, non a torto, di una crisi più che altro psicologica, causata dall’eccessiva autostima e autoreferenzialità della società capitalistica statunitense.
I piccoli e medi risparmiatori furono naturalmente i più colpiti e dovettero ricominciare da capo la lotta per la sopravvivenza, non potendo più contare su promesse di facile arricchimento.
In meno di un mese anche le banche chiusero i cordoni del credito accentuando ulteriormente la crisi.
Le innumerevoli attività cresciute prima del “crollo” fallirono, le loro merci invendute si accumularono nei magazzini, i loro dipendenti vennero da un giorno all’altro licenziati, scatenando una crescita geometrica della disoccupazione.
Tutto ciò a dispetto dell’odierna apologia del progresso suona piuttosto familiare e, mentre nessuno sembra farci caso, si continua a trascurare una malattia del passato, perseverando nel fanatismo che ne impedisce la diagnosi.

I fronti avanzati della guerra sovranista

AUSTRIA, DANIMARCA ED INGHILTERRA sono ormai i tre fronti più importanti  della battaglia tra europeisti, intesi in senso lato, comprensivo sia degli unionisti-liberisti sia degli sciocchi fognatori, da un lato, e sovranisti dall’altro, fronti ben più caldi rispetto allo pseudo-fronte greco.
Gli argomenti dei sovranisti austriaci, danesi e inglesi sono vari: tutela dei salari e lotta al libero-scambio, ossia alle multinazionali (Austria); difesa dello stato sociale e della “tribu'” danese (Danimarca); odio nei confronti della burocrazia e della autocrazia unionista (Inghilterra).
Poco cari europeisti, sia che siate liberisti sia che siate fanatici fognatori mancanti di intelligenza pratica, tra sei o sette anni sarete travolti: l’Unione europea sarà disintegrata e con essa il “sogno europeo”; e il vostro spirito nichilistico sarà in parte scomparso  (capirete in ritardo o comunque cambierete casacca), in parte sistematicamente offeso.