Danilo Zolo: Cosmopolis

di LUCA BETTARELLI (economista; Università Statale di Milano)
L’analisi del libro Cosmopolis di Danilo Zolo [ed. Feltrinelli, 2002, ndr] ci permetterà di entrare nel vivo di un dibattito – tanto filosofico, quanto pratico – che contrappone una visione del mondo “cosmopolitica”, che vede nella costituzione di un governo sovranazionale e universale la soluzione ai particolarismi nazionali – e a tutte le derive che ne discendono – ad una invece che identifica nel riconoscimento della varietà di colori, culture, razze, idee, religioni e prospettive, di cui il mondo è teatro, la spinta verso un equilibrio “popolare” e “policentrico”, dove è proprio il riconoscimento di queste diversità la chiave di volta verso un’accettazione culturale, che nessuna “istituzione superiore” riuscirà a raggiungere, o – come afferma Zolo – ad imporre.
In Cosmopolis Zolo parte argomentando le ragioni etiche, culturali, ma anche politiche e strategiche che stanno alla base di una certa concezione dei rapporti internazionali, secondo le quali per affermare una strategia di pace universale, sia necessaria la costituzione di un nuovo ordine mondiale, volto a garantire la stabilità politica, economica e sociale planetaria.
Nel corso dei secoli le grandi potenze che sono uscite vincitrici da conflitti armati di dimensioni mondiali si sono sempre impegnate in ambiziosi progetti di pace, tentando più volte di dare vita ad una cosmopolis planetaria che garantisse la stabilità, e di conseguenza la pace, attraverso una legittima gerarchia di potere. Si è affermato in pratica quello che Zolo definisce come “il modello cosmopolitico della Santa Alleanza”. La Santa Alleanza è stato infatti il primo tentativo di dar vita ad un governo internazionale. Tra il 1814 e il 1815 le potenze che avevano sconfitto Napoleone si impegnarono a prendere le misure necessarie per garantire la tranquillità e la prosperità dei popoli e il mantenimento della pace.
Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, il modello della Santa Alleanza venne poi riesumato per dar vita alla Società delle Nazioni. In entrambi i casi furono i contrasti tra le nazioni dominanti ad impedire ai due tentativi di “governo sovranazionale” di operare come veri e propri organi collettivi. Arriviamo così alle Nazioni Unite, che racchiudono in sé la storia, gli obiettivi e la struttura delle due organizzazioni che l’hanno preceduta, e che rappresentano la struttura di governo ideale del modello cosmopolitico moderno.
La Carta delle Nazioni Unite pone però a suo fondamento la disuguaglianza, dato che la totalità dei poteri decisionali è concentrata nel Consiglio di Sicurezza, che non delibera all’unanimità, ma con un criterio di maggioranza qualificata che deve includere il voto favorevole di tutti i membri permanenti, che sono tali non per una qualche regola universale, ma perché vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Il Consiglio di Sicurezza è quindi in realtà – come afferma Zolo – la Santa Alleanza del ventesimo secolo e i suoi cinque membri permanenti sono una “Santa Alleanza nella Santa Alleanza”.
L’ordine internazionale è garantito solo se gli stati rinunciano a farsi giustizia da sè e si sottomettono al potere assoluto di un governo planetario che controlli e regoli sia i rapporti interstatali che i rapporti fra gli stati e i loro cittadini. Spetterà solo e soltanto al governo mondiale, a questo punto, il compito di difendere i diritti di tutti, anche attraverso l’uso discrezionale della forza.  La diretta conseguenza di questa logica di pensiero è il recupero della dottrina cristiano-medievale della guerra giusta, intesa come guerra giustificata da buone ragioni morali. La guerra era giusta perché combattuta secondo le nostre ragioni morali (giuste) e quindi qualsiasi azione che ne scaturiva era comunque eticamente compatibile con l’obiettivo di difenderci dagli ingiusti.
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il linguaggio retorico si rivolse verso un’idea che, nell’epoca post-coloniale, venne ad assumere una forza ed un significato nuovo: i diritti umani. Sebbene praticamente tutti i membri dell’ONU abbiano ratificato tali diritti e li abbiano formalmente presi a fondamento del proprio agire, nella realtà ogni stato si è ripetutamente macchiato di qualche violazione più o meno grave.
Nonostante ciò la Dichiarazione universale dei diritti umani è stata regolarmente invocata come strumento da parte dei governi per condannarne altri e per intervenire in nome della sua tutela. Si ristabiliva in pratica il diritto dei civilizzati a sopprimere le barbarie; i paladini del diritto naturale avevano non solo il diritto morale (e politico), ma anche il dovere morale e politico di intervenire, legittimando così l’interventismo umanitario. I diritti umani però, riferendosi a tutti gli esseri umani in quanto cittadini del mondo appartenenti ad una stessa civitas maxima, si sono scontrati con i particolarismi nazionali, e la loro tutela con il principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato.
La Carta dei Diritti dell’Uomo tende così a costituire una cittadinanza cosmopolitica che accumuna tutti gli uomini sotto l’universalità della sua dottrina, garantita dalle azioni di polizia internazionale di un governo sovranazionale, rappresentato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò implica il superamento del principio westfaliano della non interferenza negli affari interni di uno stato e, come logica conseguenza, stabilisce il diritto e dovere di ingerenza umanitaria.
Il Consiglio di Sicurezza viene legittimato come organo arbitro dell’ordine mondiale. Un arbitro – come afferma Zolo – sottomesso al potere discrezionale dei suoi membri permanenti, in grado di legiferare sui comportamenti altrui, rimanendo al tempo stesso esenti da giudizio, in virtù del loro diritto di veto. A differenza quindi di ciò che sostiene Ferrajoli – che vede nei Diritti Umani una legge del più debole contro il più forte – Zolo li identifica come strumenti attraverso i quali le grandi potenze internazionali continuano a perpetuare le loro strategie di dominio universale.
Nel saggio Zolo contrappone al paradosso della visione cosmopolitica del diritto di ingerenza in nome della pace universale, le argomentazioni del realismo politico, secondo cui alle radici della violenza politica e della guerra c’è sempre un’incompatibilità tra universi simbolici e sistemi di valori diversi. Non si può pensare di sconfiggere la guerra con strumenti repressivi sovranazionali.
Nel quadro dei rapporti internazionali, l’assenza di una giurisdizione accentrata non corrisponde ad una situazione di totale anarchia conflittuale. Esiste una condizione che può essere definita come “anarchia cooperativa” o “ordine anarchico”, dove gli attori statali, seppur in aspra competizione tra loro, mostrano la tendenza ad adattarsi e a cooperare con altri attori, alla ricerca di vantaggi reciproci. Si tratta di una governance without government dove le dinamiche sistemiche tendono a dar vita ad un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di interazione strategica e di negoziazione multilaterale che operano

in maniera efficiente proprio grazie all’assenza di funzioni di governo centralizzate.
Uno stato è virtuoso se riesce a ridistribuire risorse in modo da promuovere il benessere collettivo, inibendo così le conflittualità. Ma lo stato moderno riesce effettivamente nei compiti tradizionalmente a lui assegnati? Lungi dal sostenere posizioni neo-liberiste, che promuovono la commercializzazione delle funzioni pubbliche, quello che si vuole mettere in risalto è come in specifiche situazioni l’abilità stessa dei cittadini di auto-organizzarsi e di trovare risposte efficaci a problemi comuni.
Come sottolinea Ward, nel XIX secolo esisteva un massiccio movimento di auto-organizzazione sociale e comunitaria: milioni di persone aderivano alle friendly societies, in una fitta rete costituita su vari livelli per soddisfare le esigenze di produzione, consumo e scambio, comunicazione, istruzione, sostegno reciproco, difesa del territorio, ecc. La società “sopravviveva” grazie ad un reticolo mutualistico, inclusivo e partecipato. In pratica, quello che Zolo chiama “anarchia cooperativa”. Tale società non rappresenta un’entità immutabile. Al contrario, l’armonia scaturisce dal continuo bilanciamento tra forze e influenze diverse. Non è dei conflitti globali che bisogna avere timore, ma degli infiniti conflitti locali creati dalle disuguaglianze.
Qui la versione integrale dell’articolo

Fanno il deserto e lo chiamano progresso

di LUCA MANCINI (ARS Lazio)

L’Occidente spesso si definisce come “progressista”, ma che cos’è il progresso? L’enciclopedia Treccani definisce il progresso come “lo sviluppo verso forme di vita più elevate e complesse, perseguito attraverso l’avanzamento della cultura, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, dell’organizzazione sociale, il raggiungimento delle libertà politiche e del benessere economico, al fine di procurare all’umanità un miglioramento generale del tenore di vita e un grado maggiore di liberazione dai disagi.” Dopo aver letto e riflettuto brevemente su questa definizione, sfiderei qualunque “occidentale” a definire ancora la società in cui vive come “progressista”.

La parte di mondo in cui viviamo è indubbiamente caratterizzata da un fortissimo progresso scientifico e tecnologico. Siamo in grado di inviare persone e satelliti vari nello spazio e siamo circondati da tecnologie molto avanzate, che hanno sicuramente rivoluzionato il nostro modo di vivere, probabilmente in meglio, ma è tutto qui. Al di là del progresso scientifico e tecnologico, per l’uomo occidentale non c’è nient’altro ed egli ha finito per confonderlo con il progresso tout court.

L’Italia pronta alla guerra in Libia

di FARID ADLY (giornalista, Radio Popolare)

Si torna a parlare di intervento occidentale in Libia. Questa volta non soltanto dal cielo. Lo hanno paventato fonti britanniche e francesi a metà gennaio e lo ha ripetuto in modo insistente da Washington, la scorsa settimana, un alto funzionario del Pentagono, il generale Joseph Dunford. Dunford ha confermato che l’orientamento dei vertici militari statunitensi era per «una decisiva azione militare» contro Daesh a Sirte, città a metà strada tra Tripoli e Bengasi con circa 3mila jihadisti del Califfato nero che controllano la zona costiera.

Della questione si è discusso alla riunione di Parigi dei ministri della difesa della coalizione anti Daesh. Giovedì, il New York Times, in un editoriale, svela che l’amministrazione Obama sta predisponendo i piani per aprire in Libia il terzo fronte della lotta a Daesh, dopo quelli iracheno e siriano. «I funzionari dell’amministrazione dicono che la campagna in Libia potrebbe iniziare nel giro di settimane ─ scrive il Nyt─ Essi prevedono che sarebbe stata condotta con l’aiuto di un manipolo di alleati europei, tra cui Gran Bretagna, Francia e Italia».

Una guerra incostituzionale, perché di aggressione, contro un nemico molto forte, che ci combatterà per cinquant’anni

Stiamo per iniziare una guerra di aggressione contro lo Stato Islamico, che non ci ha ancora fatto niente. Non restate stupefatti: ci ha fatto qualcosa? No. E allora diciamo la verità, anche se ci dispiace. Certamente contro-attaccherà, dopo che lo avremo attaccato. Ma per ora non ci ha fatto niente.

Lo Stato Islamico combatte così (vedete tutto il filmato, così almeno conoscerete le qualità del nemico):

New video message from The Islamic State: “Raids of the Vultures – Wilāyat al-Ānbār”

Si tratta di una guerra che, a mio avviso, durerà almeno altri cinquanta anni e che sarà sempre più intensa.

Dico cinquanta anni, perché distrutto, eventualmente, uno Stato islamico se ne fa un altro. Lo Stato Islamico, infatti, è un fenomeno culturale in grande espansione: questa è la vita che lo Stato Islamico promette ai video-dipendenti aspiranti jihadisti.

Intanto, alla battaglia irachena, nulla più che una battaglia, si affiancherà ben presto la battaglia libica.

Io lascerei che per cinquanta anni siano Stati Uniti e Russia a combattere contro lo Stato islamico, Al Nusra e il Franchising di Al Qaeda, e più in generale l’internazionale islamista.In fondo, si tratta di un fenomeno che Stati Uniti e Russia hanno concorso e concorrono ad alimentare e comunque la nostra Costituzione non consente la guerra di aggressione che stiamo per intraprendere.

Vladimiro Giacchè: Il conflitto inevitabile fra la Costituzione italiana e i Trattati europei

di ALBA VASTANO (La Città futura)

 

Incontro Vladimiro Giacchè a “Casale Alba2”, uno dei cinque casolari immersi nella cornice naturale del parco Aguzzano di Roma. È un luogo dove si svolgono attività socio-culturali-didattiche e di ristoro L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro Costituzione italiana contro i Trattati europei (ed. Imprimatur, 2015, pp. 96, 7 euro). Un saggio che l’autore, economista d’eccellenza, presenta con maestria.

Il tema è intricatissimo, intrigante ed  è assolutamente attuale. Giacchè ne argomenta i punti focali: l’attacco alla Costituzione italiana, come uscire dalla gabbia economica, in cui ci hanno rinchiuso i Trattati europei,  riaffermando la validità dell’impianto della Costituzione e la sua priorità sugli stessi Trattati. Si sofferma a lungo l’economista sul nuovo art.81 che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, in conformità delle regole europee del Fiscal compact, e fa un’accurata analisi dolens sulla sua incostituzionalità. Offre spunti  per riflettere su come l’inserimento in Costituzione dell’art.81 sia “un vero e proprio cuneo che scardina il sistema dei fondamentali diritti”. Nell’intervista a seguire, concessa da Giacchè in esclusiva per “La Città futura”, pillole di economia  per i lettori.

“PENTASTELLATI SOVRANISTI”, SE VERAMENTE SIETE SOVRANISTI, È GIUNTO IL MOMENTO DI USCIRE

di STEFANO D’ANDREA (ARS Abruzzo; Università della Tuscia)

Sovranismo non significa “no euro”, come credono ormai pochi decerebrati. Il sovranismo è la moderna forma di patriottismo: la forma che in questo tempo assume il patriottismo in Europa.

Il sovranista vuole la disintegrazione dell’Unione europea, la liberazione dalla dittatura finanziaria germanocentrica e a matrice statunitense e la riconquista della sovranità da parte dello Stato e del Popolo italiano.

I pentastellati che si appellano alla Commissione europea fanno SCHIFO. Fanno più schifo di Renzi. Se ciò che ha deciso Renzi sulla Rai è sbagliatissimo, chiedere un intervento sovranazionale contro la politica di Renzi è schifoso.

Se veramente nel M5S ci sono sovranisti, è ora che escano. Come un comunista non può stare in uno stesso movimento assieme chi si dichiara ipercapitalista, e come un repubblicano non può stare in uno stesso movimento con chi vuole una monarchia, e come un radicale non può stare nello stesso movimento di chi invoca una teocrazia, allo stesso modo un sovranista non può stare nello stesso movimento con chi invoca interventi sovranazionali.

Altrimenti, se nel M5S questa elementare logica è accantonata, il M5S è IMMONDIZIA STRUTTURALE.

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Sul cosmopolitismo

di LUCIANO DEL VECCHIO (ARS Emilia-Romagna)

Il cosmopolitismo (dal greco kòsmos, mondo, e politès, cittadino) tradizionalmente definisce la dottrina che attribuisce a ogni individuo la cittadinanza del mondo; e presenta tre caratteri essenziali, sia come condizioni che come necessarie conseguenze: un assunto individualistico che considera l’uomo autonomo dai vincoli culturali, sociali e politici; l’affermazione di eguaglianza tra gli uomini in virtù di un condiviso elemento unitario come la natura umana o la ragione; e un carattere pacifistico derivato dall’idea di comunanza e uguaglianza. L’accezione individualistica del cosmopolitismo si espresse nella filosofia post-socratica come desiderio di autodeterminazione e di liberazione dai legami politico-territoriali ma, a seconda dei mutamenti storici, si alternò e si compenetrò con il principio di unione e solidarietà tra gli uomini, che i filosofi stoici, in un rinnovato clima politico-sociale, individuarono nella comune natura razionale.

TTIP: la dirittura di arrivo

di Mauro Poggi, Ars Liguria

Le trattative per il TTIP, l’accordo di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti fortemente voluto da Obama, stanno ormai per concludersi. Gli obiettivi dichiarati sono lodevoli: promuovere gli scambi e gli investimenti tra i paesi aderenti, per stimolare l’innovazione, la crescita economica e lo sviluppo, e per sostenere la creazione e il mantenimento di posti di lavoro. Esattamente gli stessi perseguiti dal trattato omologo dell’altro oceano, il TPP, chiuso nell’ottobre del 2015 dopo dieci anni di negoziati, e ora all’esame dei parlamenti dei singoli stati per la ratifica.

Il TTIP è in fase negoziale da soli tre anni. Negli anni ’90 c’era già stato un tentativo di introdurre fra i paesi OCSE delle deregolamentazioni che limitassero la sovranità degli stati a vantaggio degli investitori (MAI, Multilateral Agreement on Investment), ma era abortito nel 1998 a causa delle forti resistenza dell’opinione pubblica, sensibilizzata grazie a Internet – di cui per la prima volta si erano scoperte le potenzialità non solo di informazione ma anche di mobilitazione.

A NAPOLI il 6 e 7 FEBBRAIO: SEMINARIO DI FORMAZIONE DELL’ARS

Sabato 6 e domenica 7 febbraio 2016 saremo a Napoli presso il Centro Culturale Domus Ars per un seminario di formazione dedicato ai soci dell’ARS – Associazione Riconquistare la Sovranità, ma aperto anche ai simpatizzanti e ai curiosi.

I non soci che volessero partecipare possono scrivere, anche per avere i codici da utilizzare per le prenotazioni alberghiere, a italiasovrana@gmail.com.

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Da Mattei a Ustica: l’eterna rivalità fra gli stati europei

Alcuni passaggi da Intrigo internazionale (ed. Chiarelettere, 2010), libro nel quale il giornalista Giovanni Fasanella intervista l’ex magistrato Rosario Priore, titolare delle inchieste sull’attentato a Giovanni Paolo II e sulla strage di Ustica. Le domande (in corsivo) sono di Fasanella e le risposte (in tondo) di Priore, oggi finalmente libero di dire quello che poté scoprire durante le sue lunghe indagini.

Nel corso del XX secolo ci sono stati diversi tentativi italiani di conquistare una posizione di predominio nel Mediterraneo, ridimensionando la presenza inglese. Questa era la linea, per esempio, degli statisti dei primi del Novecento, che però non seppero sfruttare le grandi occasioni. Infatti, ripiegarono sull’impresa di Libia, invece di scegliere una delle alternative offerte dalla storia: aderire alla proposta britannica di un «condominio » anglo-italiano sul Sudan o fornire l’ausilio in funzione antinglese agli Usa. La linea di personaggi come Francesco Crispi e Giovanni Giolitti fu seguita poi dal regime fascista, che voleva addirittura tentare avventure sugli oceani, oltrepassando le colonne d’Ercole e il canale di Suez. La guerra sul mare, combattuta durante il secondo conflitto mondiale, aveva questo scopo. Anche se poi l’Italia, pur avendo una flotta che in determinati momenti è stata persino superiore a quella inglese, non è mai riuscita a fronteggiare l’avversario in mare aperto. Sembrerà strano, ma il progetto di Mussolini ha influenzato anche la linea di condotta dell’Italia democratica, fino ai giorni nostri. E con un certo successo, dal momento che la nostra politica mediterranea, nel dopoguerra, è riuscita a ridimensionare fortemente la presenza britannica.

La grandezza di Karl Marx

Gli eredi del Partito comunista italiano hanno creduto che porsi al servizio della globalizzazione liberista sia stata una scelta che non spezzava il filo di continuità con la tradizione. La loro scelta non è stata sentita come un tradimento, ma ha trovato appoggio nella base anche quando la crisi mordeva, la disoccupazione saliva e l’insicurezza diventava la condizione comune dei lavoratori. Essi potevano contare su una lunga abitudine alla fede nella storia e alla negazione della realtà: se i padri del popolo di sinistra hanno potuto credere che i Gulag fossero propaganda capitalista, perché i loro figli non avrebbero dovuto credere che la globalizzazione fosse una nuova fase nel progresso dell’umanità?

Per una democrazia teocentrica

Come i regimi teocratici, anche la secolarizzazione è un pericolo per la libertà dei popoli? [gm]

di GIUSEPPE MAZZINI

Venga il regno di Dio sulla terra, siccome è nel cielo: sia questa, o fratelli miei, meglio intesa e applicata che non fu per l’addietro, la vostra parola di fede, la vostra preghiera: ripetetela e operate perché si verifichi. Lasciate ch’altri tenti persuadervi la rassegnazione passiva, l’indifferenza alle cose terrene, la sottomissione ad ogni potere temporale anche ingiusto, replicandovi, male intesa, quell’altra parola: “Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare e ciò ch’è di Dio a Dio”. Possono dirvi cosa che non sia di Dio?

Nulla è di Cesare se non in quanto è conforme alla Legge Divina. Cesare, ossia il potere temporale, il governo civile, non è che il mandatario, l’esecutore, quanto le sue forze e i tempi concedono, del disegno di Dio : dove tradisce il mandato, è vostro, non diremo diritto, ma dovere, mutarlo. A che siete quaggiù se non per affaticarvi a sviluppare coi vostri mezzi e nella vostra sfera il concetto di Dio ?

Sulla revisione della Costituzione

La relazione del giurista e deputato Paolo Rossi (Psi) alla Commissione per la Costituzione nel 1947.

La determinazione di particolari norme e garanzie per la revisione della Costituzione, implica, naturalmente, il presupposto che la Costituzione sia essa medesima una garanzia ed anzi il presidio fondamentale di quel «riposato vivere civile» che fu il miraggio di tante generazioni di italiani, realizzato appena, e forse soltanto intravvisto, in alcuni decenni più felici.

Ora tutti sappiamo che la Costituzione è uno, e certo non dei più efficienti, tra i mezzi con i quali, data sempre l’esistenza di certe condizioni economiche, morali e psicologiche, si possono salvaguardare le libertà politiche.
La Costituzione è prima un sentimento che una legge, e noi abbiamo avuto sotto gli occhi gli esempi opposti di paesi intrinsecamente costituzionali, che pur non posseggono una Costituzione vera e propria, e di paesi brutalmente incostituzionali, a dispetto di Costituzioni moderne e perfettissime. Si è detto che il diritto, non è la legge e si può soggiungere, a maggior ragione, che la Costituzione non è la libertà.

Immigrazione e integrazione nell’Europa mondialista

di MARIANGELA CIRRINCIONE (ARS Veneto)

“Uno Stato nazionalmente omogeneo appare allora come qualcosa di normale; uno Stato in cui manca questa omogeneità appare allora come qualcosa di anormale, che minaccia la pace” (Carl Schmitt, Dottrina della Costituzione)

«Mediante la decisione di tagliare i legami – scrive il filosofo canadese Will Kymlicka ne La cittadinanza multiculturale – gli immigrati rinunciano volontariamente ad alcuni diritti che appartengono alla loro originaria appartenenza nazionale». Le rivendicazioni di spazi e diritti nella terra d’accoglienza possono in linea di principio conseguentemente e coerentemente dispiegarsi sul piano dei diritti poli-etnici, implicanti norme che garantiscano il riconoscimento di tratti salienti e per certi versi “ininfluenti/innocui” della diversa cultura, ma non dei diritti riconosciuti nello Stato di origine.

Si è grossolanamente sottolineato “ininfluenti/innocui” in quanto, ad esempio, mai potrà giustificarsi la violenza quand’anche essa sia frutto di una tradizione risalente e pacificamente accettata e praticata in un dato Paese d’origine. Sembra qualcosa di anomalo e raro, ma non per i tecnici del diritto cui giornalmente tocca affrontare casi di bambine infibulate, minori che chiedono l’elemosina e mogli maltrattate perché la cultura d’origine addirittura lo auspicherebbe nell’ottica della buona tenuta dei legami familiari, e tutto ciò, non in Africa o nel Medio Oriente, ma nella provincia italiana e nei grandi complessi urbani e occidentalissimi dello Stivale. L’integrato o l’individuo da integrare, quasi mai riesce pienamente a rinunciare alla sua integralità, al suo portato esistenziale, al suo bagaglio di cultura e emozioni, al richiamo delle sue origini e della sua terra.

Il vero potere

di STEFANO D’ANDREA (ARS Abruzzo; Università della Tuscia)

Si è diffuso il convincimento che il “vero potere” sia internazionale o comunque non nazionale. Talvolta il vero potere è identificato senz’altro con lo stato imperiale, talaltra si affiancano a quel centro di potere altri poteri, cosmopoliti, costituiti da titolari e gestori del grande capitale e dei grandi strumenti di propaganda.

Questo punto di vista, che contiene, indubbiamente, una parte di verità, è foriero di molte conseguenze negative, soprattutto quando, ingenuamente, l’assunto venga considerato come un vangelo da interpretare alla lettera. Le conseguenze negative riguardano l’azione pratica, ossia l’azione politica, che si pensasse di voler compiere per sottrarsi al “vero potere”.

Invero, esistono soltanto “situazioni economiche nazionali” e “politiche economiche nazionali”. La situazione economica globale è soltanto la risultante di politiche economiche nazionali, eventualmente coordinate e indirizzate da centri di potere dello stato imperiale o ad esso legati, centri di potere che comunque devono sempre servirsi di politici nazionali venduti o servi. Anche la creazione di organizzazioni internazionali vincolanti avviene attraverso il consenso dei poteri nazionali e la persistenza dei vincoli dipende soltanto dalla volontà o dall’interesse dei politici nazionali.

I misteri della sinistra secondo Jean-Claude Michéa

Intervista a cura di Fabio Gambaro (fonte: Repubblica.it)

“La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione “. Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. “La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola  –  nel deserto intellettuale francese  –  che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”.

Lega Nord: le ragioni del successo

di WALTER G. POZZI (scrittore e sceneggiatore)

Sono convinto che un’analisi efficace del successo della Lega non possa cominciare che risalendo alle origini del leghismo bossiano, al 1989. Ovvero, nell’anno della metamorfosi grazie alla quale la Lega Lombarda, abbandonando le vesti di partitino spontaneista, si trasforma in un partito di statura nazionale. È lì che bisogna tornare, a questo momento di passaggio, fondamentale, se si vuole inquadrare una volta per tutte la Lega all’interno della storia italiana dei partiti politici. Andando, cioè, oltre l’impianto xenofobo che, della sua politica, rappresenta ‘solamente’ l’aspetto visibile e più facilmente spendibile sul piano elettorale. L’ariete per entrare nella pancia della gente.

Perché il 1989? Perché è in quest’anno che nasce una confederazione di movimenti di stampo leghista (Unione Ligure, Piemonte Autonomista, Liga Veneta, Lega Friuli, Lega Trieste, Lega Emiliano-Romagnola, Alleanza Toscana) che trova proprio nella Lega Lombarda un luogo di convergenza ideale. All’improvviso, tutte queste realtà decidono di confluire, senza porre ostacoli, dentro un unico catalizzatore politico. Il che è già di per sé qualcosa di piuttosto insolito per la politica italiana.

Berlusconizzeranno Renzi?

Qualcuno è in grado di ipotizzare come l’elite europea possa berlusconizzare Renzi?
Indubbiamente, se Renzi ha gravi e palesi scheletri nell’armadio sarà facile. Accadrà e non ci sarà reazione. Ma se i gravi e palesi scheletri nell’armadio non ci sono?
Chi toglie a Renzi la maggioranza parlamentare?
Verdini? Non credo proprio.
Bersani e il suo gruppetto? Per fare che cosa? Proporre un’alleanza a sinistra per andare all’opposizione dopo le elezioni? E poi Bersani spaccherebbe il PD?
Qualcuno mi spieghi: non mi è per niente facile anche soltanto ipotizzare la forma della berlusconizzazione di Renzi.
E poi, berlusconizzato Berlusconi, sarebbe venuto Monti, sostenuto da entrambe le correnti del partito unico. Adesso chi potrebbe sostenere il governo Boeri o altro governo “tecnico”, ossia della Troika?
Infine, se era facile prevedere che la berlusconizzazione di Berlusconi lo avrebbe notevolmente indebolito, invece, sempre che non esistano scheletri nell’armadio di Renzi, per quale ragione Renzi dovrebbe uscire indebolito e non, invece, rafforzato dalla berlusconizzazione, in vista della successiva tornata elettorale?
Fateci caso, in tanti ripetono lo slogan della “berlusconizzazione di Renzi” ma nessuno sa vagamente formulare quale forma ipotetica possa assumere la berlusconizzazione.
Ciò significa che è molto difficile che Renzi venga berlusconizzato: se lo colpiscono, Renzi potrebbe venir fuori da questa situazione al punto da vincere la prossima tornata elettorale.