Il multiculturalismo forzato e l’immigrazione di massa rallentano l’integrazione: considerazioni sociologiche

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di MARTINA CARLETTI (FSI Umbria)

Quali sono i parametri etici attraverso i quali si possono valutare i diversi effetti sociali dell’immigrazione di massa? Secondo l’utilitarismo universalista degli economisti, il voler perseguire il massimo della felicità per il massimo numero di persone: quindi, ciò che accade alle popolazioni autoctone dei paesi ospitanti non ha alcuna importanza fintanto che nel complesso le migrazioni producano benefici a livello mondiale.

In realtà, alcune ricerche hanno evidenziato che, a livello sociale, un basso livello di migrazione comporta una serie di vantaggi, mentre un alto livello della stessa porta con sé una serie di perdite.

Il valore del senso di identità comune di un popolo è fondamentale, perché predispone le persone ad accettare la redistribuzione del reddito dai ceti più ricchi verso quelli più poveri, e a condividerne il patrimonio culturale. L’avversione nei confronti dell’identità nazionale, assiduamente propagandata dai principali mass media, rischia di avere conseguenze molto costose: una ridotta capacità di cooperare e una società meno equa, cosa che uno Stato sociale come il nostro non può assolutamente permettersi.

Miseria dell’europeismo

di PAOLO DI REMIGIO (FSI Abruzzo)

Mentre l’estremismo islamico dispone i suoi adepti a sfidare la morte, gli eroi del sogno europeo sfidano in questi giorni non solo i fatti, ma perfino il ridicolo. L’europeismo è la più giovane delle ideologie. Come tutte le ideologie, esso  è un modo per santificare con l’aureola dell’universalità interessi particolari.

Ideologia è infatti una visione che non sa staccarsi dallo spirito fazioso, che afferma come bene un’esigenza opposta a un’altra esigenza da annullare come male. Questo bene affermato dall’ideologia è così la contraddizione di essere tutta la vera realtà e di non esserlo, ma di avere il residuo del male al di là di sé, di essere assoluto e di essere relativo. L’ideologia risolve questa contraddizione evitando di conoscere l’esigenza che smentisce la sua universalità e attribuendole a priori le idee contrarie alle proprie. Le sfugge così la risposta razionale alla contraddizione, che il bene va concepito non come innocenza prima della caduta, ma come virtù che conosce il male e la nullità del male; e le resta preclusa la filosofia, il pensiero fedele al logos eracliteo, che organizza il quadro in cui gli opposti armonizzano in una compatibilità sensata, la cui universalità non è omogeneità, ma sistema.

L’ideologia si presta a diventare un’arma nel contrasto sociale perché nega il diritto del differente. Il socialismo nega il diritto del talento particolare, il liberalismo nega il diritto dell’uguaglianza; entrambi sfuggono al compito di organizzare la compatibilità dell’uguaglianza con il talento, di far confluire l’égalité e la liberté nella fraternité. Rispetto al socialismo e al liberalismo, che hanno qualcosa di sublime in quanto l’esigenza che fanno valere con troppa esclusività è comunque elemento necessario di ogni società, l’europeismo si presenta subito come un misero aborto; gli manca infatti quella minima coerenza, vanto di ogni ideologia, con cui può acquisire parvenza di razionalità: esso si presenta da subito come la contraddizione di negare le frontiere spacciandole per un rudimento arcaico e di affermarle contro Stati sentiti come pericolosi rivali (la Cina, l’India ecc.), di essere cioè cosmopolita quando ha in mente le nazioni europee, di dimenticare il cosmopolitismo e abbracciare il nazionalismo quando ha in mente Stati extra-europei. Prima ancora che un’ideologia l’europeismo è uno stato  di ebbrezza.

Il nostro NO: le ragioni del FSI contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi

La riforma Renzi-Boschi rappresenta solo l’ennesimo attacco alla Costituzione repubblicana operato da una classe politica liberista, esterofila, insofferente ed avversa, nonostante le dichiarazioni di facciata, al modello economico-sociale ed istituzionale delineato dai Padri Costituenti.

Un attacco che, pur ricalcando l’analogo tentativo respinto nel 2006 dal Popolo italiano con la bocciatura referendaria della riforma promossa dalla coalizione di centro-destra, vede fra i suoi fautori e sostenitori personaggi, anche di alto livello istituzionale, e formazioni politiche che allora si schierarono a difesa della Costituzione, adducendo quelle stesse argomentazioni che oggi disprezzano ritenendole come insensatamente refrattarie a un cambiamento necessario.

La riforma, peraltro, giunge a pochi anni di distanza da un gravissimo colpo inferto a quel che rimaneva della sovranità dello Stato italiano, con compromissione definitiva della residua possibilità per la Repubblica di programmare ed attuare una politica economica volta all’adempimento dei compiti inderogabili ad essa assegnati dai Costituenti e, quindi, alla soddisfazione delle esigenze dei propri cittadini: il vulnus fu la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (art. 81), introdotto dalla Legge costituzionale n. 1 del 2012, che ha addirittura anticipato le riforme imposte a livello europeo.

Il nuovo ordine

di MARIO PEZZELLA (filosofo; Scuola Normale Superiore di Pisa)

Dopo la caduta del muro di Berlino, è nata la grande illusione di un capitalismo ormai libero di realizzare compiutamente la sua missione di progresso. L’Altro, il nemico, il male, non esistevano più. Nel decennio precedente, i limiti e le contraddizioni del mondo libero erano stati giustificati dalla presenza di quell’ombra minacciosa. Si potevano appoggiare dittature e colpi di stato; si doveva impoverire una parte della popolazione per incrementare le spese militari; non si poteva rinunciare a tecnologie pericolose e distruttive.

Tutto ciò era reso indispensabile dalla competizione col nemico ed è ora divenuto superfluo. Ne è sorta una festosa euforia: e poi, rapidamente, una crescente delusione. Infatti, nulla sembra mutato, se non in peggio. L’ombra a cui prima si attribuiva ogni malessere, è passata dall’esterno all’interno: la luce della ragione e della democrazia è ora – si dice – minacciata dai rigurgiti arcaici del razzismo, o dai fondamentalismi emergenti.

Tuttavia v’è una sproporzione tra l’enorme accumulo di risorse, di armi, di tecnologie, accumulate dagli stati occidentali e il nuovo “nemico”. Perfino le “teste rasate” assumono la dignità di un pericolo, invece di essere rapidamente represse. Gruppi poco più che folcloristici – almeno all’inizio – divengono i depositari dell’ombra, i dèmoni del nostro spirito diurno.

Noi populisti

di STEFANO D’ANDREA (FSI Abruzzo)

SIAMO SOLTANTO ALL’INIZIO: PREPARATEVI, NOI POPULISTI AVREMO UNA EGEMONIA TOTALE

Cari sostentori del nomadismo, cosmopoliti, liberal, liberisti, ordoliberisti, globalisti, atlantisti, unionisti, radical chic, grandi capitalisti e gestori del risparmio, cari giovani modalioli videodipendenti narcisi sballati da anni di droghe chimiche, e cari imprenditorucoli da strapazzo che pensavate di capire tutto mentre non capivate niente (pensavate che tutto dipendesse da voi e invece tutto dipende dalla politica economica statale), noi populisti abbiamo appena mosso i primi passi.
Tra dieci anni il disprezzo per le vostre personalità, per i vostri temi, i vostri “valori”, i vostri argomenti, il vostro modo di essere sarà diffusissimo ed egemone: i più vi disprezzeranno come si disprezzano i nazisti, i pedofili e i sequestratori di persone.
La libertà di espatriare è costituzionalmente sancita e quindi ne potrete beneficiare.

Sovranismo o barbarie: difendere gli stati sovrani dall’attacco della globalizzazione neoliberista (parte seconda)

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di MARTINA CARLETTI (FSI Umbria)

Il sovranismo come riscoperta dello Stato nazionale

Di fronte a quelli che nel prossimo futuro si avvieranno ad essere scontri sociali sempre più spietati, come è dunque possibile perseguire quel sogno di kantiana memoria, che auspicava una dimensione in cui i popoli fossero quanto più «liberi ed uguali»?14

Nell’illusione della costituzione di comunità più estese, capaci di offrire ai gruppi quelle garanzie che lo Stato non sarebbe riuscito a dare, i credenti del mito europeista e i credenti di miti universalistici pensavano che, svincolando il patriottismo dallo Stato nazionale, si potesse dar vita ad un patriottismo democratico depurato da ogni residuo nazionalistico e statalistico, collocando la patria, come suggeriva Zizola, in una presunta «prospettiva universalistica»15.

La invocata dissociazione dell’amor di patria dallo Stato nazionale, con la speranza di proiettarlo verso identità sovranazionali, ha in realtà portato a distruggere il senso dello Stato nazionale, e con esso il senso di appartenenza comunitario che si era identificato nell’epoca del Risorgimento.

La linea politica del M5S sulla UE e sull’euro non è decisa dagli iscritti

di MASSIMILIANO SIST (FSI Lazio)
Il Fronte Sovranista Italiano ha da sempre rimproverato al Movimento 5 Stelle una intollerabile ambiguità sui temi dell’unione europea e dell’euro, spesso anche con toni forti e accesi. L’ultima prodezza in ordine di tempo è stata la modifica, dalla sera alla mattina, di un articolo sul blog di Beppe Grillo che spiegava in 10 punti tutti i perchè del referendum britannico sull’uscita dalla UE.
Come infatti potete vedere dalle due immagini allegate, fino al 17 giugno il decimo punto recitava: “L’Italia dovrebbe indire un referendum simile? In Italia non si tiene un referendum sull’Europa dal 1989, ed i cittadini dovrebbero poter esprimere la loro opinione, senza dover sempre subire decisioni calate dall’alto. In ogni caso il Governo italiano dovrebbe negoziare con Bruxelles condizioni favorevoli alla sua permanenza in UE su una molteplicità di fattori che attualmente premiano solo ed esclusivamente i Paesi del Nord Europa. Ovviamente questo sarà possibile una volta che il nostro Paese si sarà liberato dal cappio della moneta unica che, in quanto Paese debitore, lo mette in condizioni svantaggiate in un processo di negoziazione. Il rischio di fare la fine di Tsipras sarebbe altissimo”.
Oggi invece il decimo punto riporta: “Per il Movimento 5 Stelle l’Italia dovrebbe uscire dall’UE? Il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla. Se non fossimo interessati all’Unione Europea non ci saremmo mai candidati; qui, invece, abbiamo eletto la seconda delegazione italiana. L’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’UE, ma ci sono molte cose di questa Europa che non funzionano. L’unico modo per cambiare questa ‘Unione’ è il costante impegno istituzionale, per questo il Movimento 5 Stelle si sta battendo per trasformare l’UE dall’interno”.
Chi ha deciso il cambiamento sostanziale della linea del movimento? C’è stata una consultazione degli iscritti? Se poi andiamo a leggere le dichiarazioni di altri esponenti pentastellati la confusione aumenta ancora. Proprio il 23 giugno Di Battista dichiara: “Quello che è certo è che non appena a un popolo è permesso di scegliere si vedono i risultati. Quella è la strada, anche per noi” (ANSA). Così Alessandro Di Battista, deputato M5s e membro del direttorio del movimento ospite alla serata organizzata dall’ambasciata britannica di Roma, in occasione del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna.
Che altro aggiungere? La strada, noi del Fronte Sovranista Italiano l’abbiamo indicata con anni di anticipo. Chi ha a cuore le sorti del proprio paese non può che riconoscersi nella nostra linea e dovrà ammettere che l’unica cosa che riesce bene al M5S è il marketing politico (questa volta, traditi probabilmente dai sondaggi, nemmeno questo).

Contro l'”anarchia del potere”, uscire dall’UE è la scelta giusta

di DOMENICO LOMBARDINI (poeta e biologo)

Tutto ha degli effetti collaterali. Cose che contengono una gran parte di bene conservano tuttavia porzioni di male, e viceversa. La libera circolazione di merci e persone è, soprattutto per alcuni, un bene innegabile (sarebbe opportuno, detto per inciso, distinguere il bene del singolo dal bene della collettività).

Nondimeno, il liberismo sfrenato (leggasi “assenza dello Stato come controllore e, nel caso, limitatore-regolatore degli scambi commerciali) ha causato e causa danni alla maggior parte delle persone, ossia alle persone che devono lavorare per vivere.

Ciò si accompagna all’innegabile deriva autoritaria delle politiche nazionali, oramai del tutto succube di BCE-commissione europea. L’Europa o meglio le politiche della UE hanno esposto i propri cittadini alla competizione, al ribasso, con i lavoratori cinesi, indiani e dell’Est europeo.

Ciò ha causato, negli anni, la quasi distruzione della classe media in tutta Europa, delocalizzazioni di massa di realtà produttive, vendite di innumerevoli aziende nazionali, veri e propri fiori all’occhiello del Made in Italy, tassi di disoccupazione intollerabilmente elevati, distruzione dello stato sociale, compromissione credo ormai irreversibile della fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Sovranismo o barbarie: difendere gli stati sovrani dall’attacco della globalizzazione neoliberista (parte prima).

Moneta e Impero

di MARTINA CARLETTI (FSI Umbria)

«L’epoca della globalizzazione, quella che stiamo vivendo e che prosegue la dialettica della modernità, sembra aver dispiegato le sue forze verso una negazione della sovranità assoluta degli Stati, finendo per far somigliare le democrazie occidentali ad un «impero senza vertici e senza centro», come descritto da Antonio Negri e Michael Hardt1 : una Babele di identità culturali dominata dal pluralismo degli interessi capitalistici e dal narcisismo degli individui.

La globalizzazione assume sempre più il volto di una «ideologia che maschera i rapporti di dominio economico avanzando l’immagine di un sistema economico mondiale autoregolamentato e al di fuori dell’intervento da parte dei centri di decisione politica»2 : ciò comporta un’inevitabile indebolimento del ruolo della democrazia, con un’inversione della gerarchia tra politica ed economia, detto altrimenti «uno Stato sotto la sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato»3.

Nel propagandato “villaggio globale” la ricchezza è in continuo aumento solo per coloro i quali appartengono alle fasce di reddito più alte: la disparità economica e la polarizzazione della ricchezza sono fenomeni dilaganti anche nella ricca Europa4. In questo orizzonte storico, descritto da alcuni autori con il termine di “nuovo medioevo”, ciò che sembra preannunciarsi è una «società piena di istanze intermedie al posto di uno Stato-centrale»5 : una vera e propria metamorfosi della natura della decisione politica, non più in grado di esibire una propria intensità qualitativa e di farsi carico della missione democratica e costituzionale affidategli dalla storia del Novecento.

Né cosmopoliti né xenofobi

di ALAIN DE BENOIST

La questione dell’identità (nazionale, culturale, ecc.) ha un ruolo centrale nel dibattito sull’immigrazione. A questo proposito, si impongono di primo acchito due osservazioni.

La prima consiste nell’osservare che, se si parla molto dell’identità della popolazione d’accoglienza, si parla in generale molto meno di quella degli immigrati stessi, che sembra tuttavia, e di gran lunga, la più minacciata dal fatto stesso dell’immigrazione. In quanto minoranza, gli immigrati subiscono infatti direttamente la pressione dei modi di vita della maggioranza. Votata alla cancellazione, o al contrario esacerbata in modo provocatorio, la loro identità il più delle volte non sopravvive che in maniera negativa (o reattiva) in ragione dell’ostilità dell’ambiente d’accoglienza, o addirittura del supersfruttamento capitalista che si esercita su lavoratori separati dalle loro naturali strutture di difesa e protezione.

Si è d’altra parte colpiti nel vedere come la problematica dell’identità sia posta, in certi ambienti, solo in correlazione con l’immigrazione. La principale, se non la sola, “minaccia” che peserebbe sull’identità nazionale francese sarebbe rappresentata dagli immigrati. Ciò vuol dire non tenere conto dei fattori che, ovunque nel mondo, nei paesi che contano una forte manodopera straniera come in quelli che non ne comportano alcuna, inducono una disgregazione delle identità collettive: primato del consumo, occidentalizzazione dei costumi, omogeneizzazione mediatica, generalizzazione dell’assiomatica dell’interesse ecc.

Brexit: ovvero come l’élite britannica non ha mai pensato di uscire dalla UE

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di ANDREA FRANCESCHELLI (FSI Abruzzo)
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In questi giorni che anticipano il referendum in Gran Bretagna, si fa un gran parlare di Brexit.

Ovviamente anche in questa occasione la nebulosa mediatica ha fatto la sua parte, evitando di raccontare i fatti per quello che sono e alimentando le tifoserie pro e contro, su temi fuorvianti.

Purtroppo mi tocca constatare che, come in occasione del referendum greco dell’anno scorso, vi è una grandissima ignoranza sul tema, che costringe a leggere ed ascoltare parecchie corbellerie.

Le bandiere greche sulle foto profilo dei social network sono state sostituite da quelle inglesi – per la verità intermezzate da quelle francesi – issate dal popolo del “qualcuno all’estero ci salverà”. Beh cari esterofili, vi do una notizia che non vi piacerà: dall’estero non ci salverà nessuno, e non tanto per egoismo, quanto per il fatto che anche in Gran Bretagna esiste una classe dirigente dominante liberista e globalista, per molti aspetti analoga a quella italiana.

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad analizzare il tema del referendum indetto per il 23 giugno in Gran Bretagna, adottando la stessa metodologia sperimentata con successo nell’esaminare la vicenda greca del 2015: basarsi sui documenti ufficiali.

“L’età secolare” di Charles Taylor

di don DUILIO ALBARELLO (Facoltà teologica dell’Italia settentrionale)

Nel volume L’età secolare [trad. it Feltrinelli, 2009, ndr] Taylor fa interagire tre profili del fenomeno della secolarizzazione, che riguarda in particolare i paesi dell’area nordatlantica: la privatizzazione della fede religiosa, ciò che viene comunemente indicato con la categoria di laicità dello Stato; l’indebolimento della credenza e della pratica religiosa a livello della vita personale; l’opzionalizzazione dell’esperienza religiosa. In queste pagine, l’autore si occupa in particolare di quest’ultima accezione, incentrata sul passaggio da una società in cui era virtualmente impossibile non credere in Dio, a una in cui al contrario la fede religiosa, anche per gli stessi credenti, non è più un dato indiscutibile.

L’opera di Taylor si propone dunque di ricostruire la genesi storica di tale processo di secolarizzazione, che ha posto fine al riconoscimento ingenuo del trascendente e quindi alla credenza religiosa come posizione automatica a livello individuale e collettivo. Soprattutto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, l’alternativa alla visione religiosa della realtà ha acquistato una tale solidità e anche una tale differenziazione al suo interno, da formare un vero e proprio sistema connotato da una pretesa totalizzante.

È utile comprendere una fase storica con cinque anni di ritardo?

di RICCARDO PACCOSI (FSI Emilia-Romagna)

Maurizio Landini afferma che “il più grande errore” della sinistra italiana fu commesso durante la caduta di Berlusconi, allorché venne appoggiato Mario Monti e le sue politiche criminali nei confronti dei diritti del lavoro ed eversive nei confronti dei fondamenti della Costituzione.

Ovviamente io sono d’accordo. Anzi, ci aggiungo che quel sostegno può forse essere considerato il più grande errore compiuto dalla sinistra italiana dal Dopoguerra a oggi. Fu quell’appoggio al progetto di “golpe legale” da parte dei poteri economici, infatti, a sancire in via definitiva il divorzio tra sinistra e ceti popolari e ad affossare i moderati tentativi di Bersani di rendere più o meno “socialdemocratico” il PD.

Alle elezioni politiche del 2013, operai, lavoratori autonomi e disoccupati sdegnarono difatti in massa la coalizione “Italia Bene Comune” guidata da Vendola e Bersani: quest’ultima, oltre a essere stata corresponsabile in Parlamento delle azioni devastanti di Monti, addirittura si presentava alle urne alleata con quest’ultimo.

Tutto ciò che avvenne dopo – l’ascesa di Renzi e l’opera di tabula rasa su quanto rimaneva della cultura di sinistra – come giustamente rileva Landini fu “una conseguenza”, ovvero “Renzi agì su un terreno già arato”.

Darwinismo

di PIERLUIGI BIANCO (FSI Puglia)

Inchiesta sul darwinismo (di Enzo Pennetta, edito nel 2011 da Cantagalli, ndr) parte da un’analisi scientifica della teoria e si spinge fino alla comprensione delle corrispondenti motivazioni ideologico-politiche. Si giunge così ad uno dei dati di fondo che emergono dal libro, ossia il fatto che le teorie socio-economiche precedettero le conclusioni scientifiche.

Nel 1798 (e in una versione definitiva nel 1826), con il suo Saggio sul principio di popolazione, Thomas Robert Malthus arriva a sostenere che, se la crescita di una popolazione supera la sua capacità produttiva, l’eccessiva offerta di manodopera porta inevitabilmente a salari più bassi e quindi, di riflesso, all’aumento della povertà.

I poveri se aiutati e sostenuti, continuerebbero a riprodursi riproducendo la povertà stessa. Darwin, leggendo l’ultima versione del saggio di Malthus, ebbe così l’intuizione per poter elaborare la sua teoria giungendo alla conclusione che l’ambiente (predatori, malattie e limitatezza di risorse) esercita sulle specie una forte pressione che seleziona solo alcuni esemplari. Quali? I più adatti. Darwin stesso scrive:

Tra costituzioni e mercato. Ordoliberismo e principio di sussidiarietà

Di Nicola Di Cesare (FSI Cagliari)

Senza scomodare sontuosi compendi di economia, una definizione sintetica di ordoliberismo la si può trovare sulla Treccani (quindi non perderò tempo a riportarla), formulata con evidente deferenza per la scuola di Friburgo, tanto da attribuire a questa scuola di pensiero giuridico-economico il “pregio” di accomunare libertà di mercato e giustizia sociale.

Uno dei padri dell’ordoliberismo, Walter Eucken, teorizzò e implementò la struttura costituzionale della Germania Federale come applicazione della cosiddetta Economia sociale di mercato.

Il motivo per il quale è utile conoscere la teoria ordoliberista è molto semplice; la sua diretta emanazione politico economica si ritrova interamente applicata nei principi regolatori dell’Unione Europea e dunque in netto contrasto e in posizione dominante rispetto all’impianto costituzionale Italiano ma in perfetto accordo con i principi costituzionali Tedeschi; Eucken non a caso fu nel 1951 Ministro dell’Economia nel governo dell’Europeista Adenauer.

L’Economia sociale di Mercato (ESM) ha come obiettivi principali della sua Politica Economica il primato della politica monetaria e della politica di sviluppo, l’allineamento dei prezzi sull’offerta delle merci, una ripartizione equa e graduale dell’aumento del benessere; nulla, ma proprio nulla fa riferimento al lavoro e alla piena occupazione e il motivo è molto semplice: l’intervento dello Stato nei mercati, dunque anche quello del lavoro, è ritenuto dall’ESM inammissibile.

Multiculturalismo, sradicamento, americanizzazione

di SEBASTIANO CAPUTO (giornalista)

L’enraciment (Il radicamento) Simone Weil avrebbe potuto pubblicarlo oggi e invece lo scrisse nello storico Café Flor di Parigi. Era il 1943. Con sessant’anni di anticipo raccontava la Francia dei nostri giorni, quella urbana, metropolitana, cosmopolita, post-industrializzata. La trasformazione delle grandi città – Parigi, Marsiglia, Lione -, la nascita delle banlieues (quartieri periferici), la distruzione dei bistrot e delle botteghe tradizionali.

E’ la parabola di tutte metropoli d’Occidente dal Piano Marshall (1945) passando per il Sessantotto (1968), dove la città diviene sempre meno rappresentativa dello spirito profondo della nazione. In Francia però, questo snaturamento, appare più evidente che altrove in Europa.

Da un lato c’è il fattore demografico – le grand remplacement (la grande sostituzione) lo chiamano Oltralpe -, legato al passato coloniale e alle politiche immigrazioniste pianificate entrambe dalla sinistra repubblicana e progressista, che vede le popolazioni magrebine e africane insediarsi nelle città, dall’altro c’è quello economico-simbolico, in un Paese colonizzato integralmente da marchi e prodotti-spazzatura statunitensi (dalla ristorazione al vestiario, dal Mc Donald ai jeans).

Storia, geopolitica, calcio: non imparano mai. E noi?

di SIMONE GARILLI (FSI Lombardia)

Il declino geopolitico italiano viene da lontano. Per limitarci alla storia moderna, possiamo dire che fin dal XV secolo l’Italia è preda di intricati interessi esteri, espressi sia in forma militare che in forma economica e culturale.

In epoca contemporanea il processo non si è invertito, e gli Stati Uniti, nuovo attore globale nel XX secolo, non hanno fatto altro che sostituirsi, in buona parte, al precedente dominio sull’Italia di alcune grandi potenze europee.

La costante, perlomeno negli ultimi seicento anni, è quindi che le classi dirigenti nazionali – con varie gradazioni e nonostante qualche parentesi storica di maggiore autonomia – sono subordinate a classi dirigenti esterne. Insieme alle classi dirigenti nazionali sono naturalmente subordinati anche i cosiddetti ‘dominati’, siano essi proletari, piccolo borghesi o borghesi, per utilizzare categorie un tantino invecchiate.

La subordinazione più interessante è quella ideologico-culturale. L’esterofilia di una larga fetta di italiani è fenomeno noto, da molti rivendicato con orgoglio idiota e ignorante. La formula di questi italiani senza patria è più o meno questa: [tutti xme stesso] dove al posto della ‘x‘ si scrive, in ordine di frequenza, ‘ladri’, ‘corrotti’, ‘incompetenti’, ‘incivili’, ‘terroni’, ‘ignoranti’, ‘raccomandati’.

Imperialismo, colonialismo e immigrazione (2a parte)

di MANUEL COSTANZI (FSI Umbria)

<<Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità>> Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso.

La guerra aveva portato a un generale indebolimento delle grandi potenze europee che avevano colonie in Africa, gli ideali di libertà diffusisi in seguito alla vittoria delle democrazie nella seconda guerra mondiale fornirono lo sfondo ideale al malcontento degli africani verso la dominazione coloniale.

Negli anni intorno al 1950 iniziò una spinta autonomistica delle popolazioni delle colonie: i popoli indigeni reclamavano il diritto di essere indipendenti dalla ‘’madrepatria’’ e di decidere del proprio destino, con insurrezioni e movimenti di protesta in cui si intrecciavano rivendicazioni politiche, economiche e sociali.

In molti paesi questa ribellione fu guidata da partiti politici che si ispiravano al ‘’socialismo africano’’, che si distingueva in modo abbastanza netto dalle ideologie socialiste di matrice occidentale.

In genere i leader politici africani rappresentarono il socialismo come rifiuto del sistema economico capitalistico portato dai colonizzatori, a favore del recupero di valori tradizionali africani come il senso della comunità, della famiglia, o la dignità del lavoro agricolo.