Considerazioni sulla globalizzazione (2a parte)

di GIUSEPPE GERMINARIO (Conflitti e Strategie)

Le incongruenze di queste rappresentazioni riguardano rispettivamente il merito del processo di globalizzazione, la sua immagine sacralizzata e assolutizzata che ne obnubilano le diverse e diseguali dinamiche interne, l’attribuzione di una intelligenza e volontà proprie ai sistemi reticolari e alla relazione piuttosto che agli agenti operanti in quelli, la riduzione di ogni gerarchia al dominio dell’economico o al meglio degli agenti economici sugli altri ambiti, alla separazione dell’azione politica rispetto agli altri ambiti di attività, alla riduzione dell’attività politica all’attività statale e nell’ambito dello stato, al disconoscimento e al travisamento della funzione dei centri strategici e delle dinamiche del conflitto e della cooperazione tra di essi.

Le conseguenze di queste discrasie sono particolarmente pesanti e negativamente significative nell’azione politica.
Comincio dalle incongruenze:

1) La G non è un processo che investe uniformemente tutti gli ambiti. Vi sono settori investiti pesantemente (parte del finanziario, trasmissione e gestione dei dati), altri con minore intensità; nemmeno investe uniformemente i territori ed i paesi e le limitazioni sono presenti spesso e volentieri anche nei paesi centrali paladini della libera circolazione. La stessa intensità è sopravvalutata dalla ulteriore frammentazione politica del pianeta che ha trasformato in internazionali gli scambi interni dei paesi originari.

Considerazioni sulla globalizzazione (1a parte)

di GIUSEPPE GERMINARIO (Conflitti e Strategie)

1. L’argomento della globalizzazione (G) comincia ad affiorare dagli ambienti accademici negli anni ’80 soprattutto a causa dei progressi tecnologici per affermarsi definitivamente nel dibattito pubblico con l’implosione del sistema sovietico, il crollo del sistema bipolare e la permanenza degli Stati Uniti come unica superpotenza regolatrice. Poggia quindi su un contesto politico inedito per le dimensioni dello scenario e la profondità del processo, anche se, inteso limitativamente come internazionalizzazione, è in realtà una situazione che si verifica ciclicamente nella storia.

2. Il processo di G implica una azione significativa sulle dimensioni del tempo e dello spazio. Il tempo di azione necessario alle attività tende ad azzerarsi; lo spazio operativo e di influenza tende invece ad estendersi all’intero pianeta

3. Il processo di G consiste in un decisivo incremento delle correlazioni, delle interrelazioni, degli scambi, dei flussi di dati, prestazioni e merci su scala planetaria tendenzialmente senza particolari zone di influenza. Riguarda l’ambito culturale, il sistema informativo e di trasmissione dati, l’ambito economico e in maniera più controversa quello politico

4. La rappresentazione del processo di G offre due scenari guida principali con numerose varianti e gradazioni all’interno:

Hillary Clinton e il mito dell’eccezionalismo americano

di MAURO POGGI (ARS Liguria)

Hillary Clinton

I peggiori disastri umanitari e geopolitici dell’interventismo americano degli ultimi anni vedono fra i protagonisti l’attuale più autorevole aspirante alla candidatura democratica per la presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton. Si parte dall’Honduras, con il colpo di stato del 2009 che ha dato luogo all’attuale dittatura fascista, per arrivare alla Siria odierna, passando per la Libia e l’Ucraina: in ognuna di queste tragiche crisi, questa virago si è distinta come ispiratrice e sostenitrice del “fare ciò che va fatto” senza esitazioni.

Come riassume Oliver Stone: ”Il curriculum di Hillary include l’appoggio ai barbari contras contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80 del secolo scorso, l’appoggio ai bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, quello alla guerra di Bush in Iraq, tutt’ora in corso, e al disastro afghano, tutt’ora in corso; come Segretario di stato la distruzione della Libia, il colpo di stato militare in Honduras, il tentativo di cambio di regime in Siria. Ognuna di queste situazioni ha prodotto più estremismo, più caos nel mondo e maggior pericolo per il nostro Paese”.

Confini. Un elogio dialettico

di PAOLO DI REMIGIO (ARS Abruzzo)

Le barriere sono un sinonimo di divisione e la divisione lo è del male. Forse per questo, abolire i confini tra le nazioni è diventato un obiettivo per amore del quale si dimenticano i confini tra le ideologie: contro i governi che li ripristinano a dispetto della Commissione Europea e dei poteri retrostanti si mobilitano ormai non solo questi poteri e le loro legioni di giornalisti, ma anche le potenze celesti e le impotenze terrene, il papa e i centri sociali.

Nella posizione della chiesa cattolica non solo si indovina il legittimo desiderio di evitare atteggiamenti interpretabili come ostili dal mondo islamico, si avverte anche la sopravvalutazione della potenza dell’amore nel risolvere i problemi degli uomini; dietro la posizione dei centri sociali c’è non solo una psicologia maschile primitiva che accorda la preferenza al caos pur di rifiutare l’ordine paterno, ma anche l’incapacità intellettuale di difendersi dai pregiudizi. E il pregiudizio universalmente diffuso, contro cui solo la cultura umanistica potrebbe qualcosa, è l’idea positivistica di progresso storico.

L’antimeridionalismo eterno della Lega

di GIAMPIERO MARANO (ARS Varese)

Non ho mai creduto alle fole sulla “svolta nazionale” di Salvini (se ne parla ormai da un paio d’anni) e sulle aperture al Sud accompagnate dagli ipocriti mea culpa d’occasione. In questa trappola può cadere soltanto chi non conosce il popolo leghista, animato da un sentimento inestinguibile di odio per Roma e da un furioso razzismo antimeridionale. Non potrà mai esistere una Lega che non sia secessionista e ostile allo “statalismo” romano, perché questo significherebbe lo stravolgimento completo della sua storia e del suo patrimonio genetico: e infatti, nonostante qualche apparente perplessità espressa dal segretario, l’art. 1 dello Statuto, che si propone il “conseguimento dell’indipendenza della Padania” e il “riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”, rimane ancora lì, intatto.

Gli ingenui che hanno abboccato all’amo dovrebbero meditare su questo aneddoto raccontato da Roberto Maroni nel libro Il mio Nord (ed. Sperling & Kupfer, 2012, p. 61):

“Bossi intensificò gli slogan contro i terroni, per scelta e calcolo precisi. Se la prendeva con loro perché era evidente che non parlavano la nostra lingua. Poi c’era anche l’aspetto dell’occupazione degli uffici pubblici, ma ‘Roma ladrona’ venne dopo. Noi volevamo costruire un movimento basato sull’identità affermando l’autonomia del Nord contro il Sud. Mi resi pienamente conto di quanto quella linea fosse penetrata stabilmente nel cuore di milioni di persone solo molto tempo dopo.

Il movimento sovranista ormai esiste

Azioni separate, da parte di centri propulsori diversi, che tuttavia si sono conosciuti, reciprocamente letti e hanno talvolta collaborato,  hanno prodotto un risultato comune che si rivelerà di grande rilevanza culturale, storica e politica: il movimento sovranista.
 
Dopo cinque anni di lavoro, si può affermare con sicurezza che ormai esiste in Italia un movimento sovranista, il quale ha un numero di curiosi, di simpatizzanti, di attivisti, di divulgatori, di militanti, di punti di riferimento intellettuali (oltre all’ “intellettuale collettivo” ARS, Bontempelli, Preve, Bagnai, Barnard, Barra Caracciolo, Scardovelli, Giacché, Cesaratto, Guzzi, Pivetti, Fusaro, Rinaldi, e altri ancora), nonché, soprattutto, una omogeneità culturale e una profondità di analisi e proposte, di gran lunga superiori ai curiosi, simpatizzanti, attivisti,  ecc., che aveva il movimento di Grillo nel 2007.
 
Tutti insieme, con il metodo “molecolare”, così ben descritto da Antonio Gramsci, abbiamo dato vita in cinque anni (l’azione delle avanguardie è partita nel 2011) a un movimento sovranista che non solo è nato ma ha dimostrato di essere vitale, di saper crescere, e di essere fondato su una idea (la riconquista della sovranità nazionale) che ha il polso della storia, perché è una delle due idee che si confronteranno e scontreranno fino alla vittoria e alla morte dell’una o dell’altra nei decenni a venire.

Mauro Scardovelli e Marco Guzzi: una nuova frazione della futura alleanza sovranista?

Sabato 30 aprile, a Milano, presso il teatro Asteria, p.le Carrara 17, con un doppio appuntamento (ore 17,00 e ore 21,00) Marco Guzzi e  Mauro Scardovelli presentano “Un progetto politico e spirituale per una nuova umanità“. Si legge nella locandina che “Disuguaglianza, illegalità, e disoccupazione crescenti,  conflittualità economica e sociale e grave impoverimento del paese, sono tutti effetti del tradimento della Costituzione, da parte di una classe dirigente, corrotta e irresponsabile, al servizio della finanza transnazionale“.

Si tratta di due intellettuali straordinariamente disorganici rispetto al pensiero politico, economico e ideologico dominante e straordinariamente, se non organici, affini al pensiero politico sovranista. Guzzi e Scardovelli sono al tempo stesso molto omogenei tra loro. Per Scardovelli e Guzzi, liberazione individuale e liberazione collettiva vanno di pari passo.

Mi auguro vivamente che essi promuovano una autonoma formazione politica, che sia parte del movimento sovranista e che tra qualche anno diventi frazione della futura alleanza sovranista.

E’ importante, direi indispensabile, che essi percorrano molti passi con autonomia, rispetto agli altri centri ideologici sovranisti,  mobilitando e organizzando le non poche persone che li seguono assiduamente, li stimano e li ammirano e che raramente coincidono con coloro che, in un modo o nell’altro, divulgando o organizzandosi, studiando e scrivendo o diffondendo, militando o presenziando ad eventi, sono a vario titolo già parte del movimento ideologico sovranista.

Il referendum da Mortati a Emma Bonino: “società politica” contro “società civile”

di LORENZO D’ONOFRIO (ARS Pescara)

Si fa un gran parlare in questi giorni di referendum, quorum e astensione. Spesso si dà per scontato che il referendum abrogativo abbia ad oggetto sempre norme “sbagliate”.

Non è detto che sia così!

La disaffezione da inflazione referendaria, il disgusto per la politica in generale e il controllo mediatico sulle masse da parte del grande capitale sono pericoli immensi.

Si può discutere se la determinazione di un quorum sia una scelta opportuna o meno, ma non ci si può esimere dal cercare di comprendere le motivazioni che hanno spinto i Costituenti a fissare quel principio.
La storia insegna che in nome delle libertà abbiamo abdicato con troppa leggerezza a presidii importanti della nostra democrazia.

È sbagliato pensare che la modernità implichi necessariamente soluzione di problemi nuovi: le esigenze di democrazia diretta, ad esempio, non sono nate con il web, ma sono state attentamente valutate dall’Assemblea Costituente che ha consapevolmente optato per una forma di democrazia rappresentativa parlamentare, seppur con istituti di democrazia diretta.

Contro il destrismo

I reazionari disonesti e l’odio verso la Costituzione

di STEFANO D’ANDREA (ARS Abruzzo)

E’ veramente paradossale, e in fondo comico, che i reazionari, che non hanno mai accettato la Costituzione, e che, nel passato, per tanti anni, volevano “tornare indietro”, o “andare oltre” riprendendo elementi della “tradizione” ossia del passato (ma non mi risulta, a rigore, che qualcuno di questi reazionari abbia mai dichiarato che si dovesse andare “oltre la Costituzione”), oggi che si tratta di “tornare alla Costituzione” e all’attuazione che se ne diede per circa un trentennio, siano sempre i più solerti ad affermare, contro ogni evidenza, che “la storia non torna indietro”, quando il neoliberismo, almeno per quanto riguarda il diritto pubblico dell’economia, non è stato altro che la reintroduzione di principi abbandonati via via dagli anni trenta in poi.

Vivevano di odio prima e vivono di odio adesso. Non servono a niente (fanno il paio, da questo punto di vista, con i sinistristi, ossia i sostenitori del sinistrismo). Sono fermi al ventennio. Pochi di loro – per i quali esprimo il massimo apprezzamento – hanno accettato ciò che è accaduto in Italia dalla Resistenza a tutta la Prima Repubblica.  Il permanente odio di tutti gli altri per la Costituzione, che è odio per la casa comune, li ha a lungo collocati, durante la seconda Repubblica, tra i più accaniti europeisti, sia pure con la solita ingannatrice e demagogica formula di “un’altra Europa”.

25 aprile: la resistenza secondo Albert Kesselring e Rodolfo Graziani

Gli italiani divennero antifascisti soltanto dopo la fine della guerra, come oggi, specialmente sulla rete, sostengono taluni che si improvvisano storici?
La Resistenza fu politicamente e militarmente irrilevante, come sostengono gli stessi pretesi storici?

Leggiamo cosa ha raccontato Albert Kesselring e cosa dichiarava nel giugno del 1944 Rodolfo Graziani, due fonti non sospette, alle quali si deve necessariamente dar credito.

Kesselring, Memorie di guerra, Milano, 1954, p. 252:
Dopo l’abbandono di Roma si ebbe un inasprimento dell’attività partigiana, in misura per me affatto inattesa. Questo periodo di tempo può essere considerato come la data di nascita della “guerra partigiana illimitata” in Italia. L’afflusso di nuovi elementi alle bande, che agivano specialmente tra il fronte e gli Appennini, andò intensificandosi in modo visibile. Tanto da potersi calcolare che la loro forza fosse salita in breve da alcune migliaia di individui a circa centomila uomini … A partire da quell’epoca la guerra partigiana diventò per il comando tedesco un pericolo reale, la cui eliminazione era un obiettivo di importanza capitale“.

Graziani [da il carteggio Graziani-Mussolini (25-27 giugno 1944), in Frederik William Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino 1963]:

Bisogna essere socialisti e patrioti!

di GIOVANNI PASCOLI

Se tra un popolo grandissimo e potentissimo, come l’inglese, alligna meglio Kipling che Tolstoi; se un popolo, che fu il difensore della libertà e dell’indipendenza degli altri popoli, e si onorò sempre di combattere per il diritto contro la forza, se persino esso vuol ora conquistare e assorbire e annullare; possiamo noi che da quel popolo che fu più amico di tutti, ricevemmo l’ingiuria che non ricevemmo dal più nemico; possiamo noi abbandonarci alla dolcezza contemplativa della pace e fratellanza universale?

Io credo, o giovani, io voglio credere che il grande grido “Operai di tutto il mondo, unitevi “sia per distruggere i calcoli degli imperii che già si formano e già minacciano e già cominciano l’opera loro. Io credo che quest’internazionalismo (e pare sulle prime assurdo) sia per proteggere le nazioni e conservarle. Chè noi non possiamo, nè altri può aspirare all’ineffabile felicità della pacificazione e unione universale a quel patto che la religione ci assegna per l’acquisto della beatitudine eterna: la morte!

Noi non vogliamo morire! un popolo non può desiderare di morire! E d’altra parte è contro ciò che la scienza ha di più sicuro, affermare che l’unità umana sia per ottenersi con la fusione, dirò così, nel gas primigenio e omogeneo, sì che non ci sia più che una lingua e un popolo.

Dallo Stato sociale allo Stato penale

di DANILO ZOLO

Soprattutto nei paesi occidentali nuove sfide stanno alterando i rapporti fra quella che un tempo veniva chiamata civil society e le strutture centralizzate del potere statale. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti.

Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello “democratico”. I suoi principali assiomi – il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali – sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal “governo” che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Stato di diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis.

La volontà del potere esecutivo si sostituisce di fatto alla volontà, puramente presunta, del “popolo sovrano” e alla dottrina della “sovranità popolare” non resta che il ruolo di una “maschera totemica”, come lo stesso Kelsen ha sostenuto.

Il secondo fenomeno è la pressione crescente che il potere esecutivo esercita sui cittadini. La vita pubblica è dominata dall’egemonia di alcune élites politico-economico-finanziarie al servizio di intoccabili interessi privati. È la cosiddetta “nuova classe capitalistica transnazionale” che domina i processi di globalizzazione dall’alto delle torri di cristallo di metropoli come New York, Washington, Londra, Francoforte, Nuova Delhi, Shanghai.

Un atto sovranista: emarginare le Organizzazioni non governative (Ong)

di SIMONE GARILLI (ARS Lombardia)

Ogni anno una simpatica organizzazione non governativa, Reporters Sans Frontieres, si diverte a pitturare di arancione, rosso e nero i Paesi scomodi all’imperialismo a stelle e strisce. Ecco allora che gli Stati Uniti, nei quali è quasi impossibile distinguere dove inizino le lobby e dove il giornalismo, si tingono di giallo (che significa “libertà di stampa soddisfacente”) mentre la Russia è naturalmente tutta rossa (situazione difficile), la Cina addirittura nero petrolio (situazione molto grave), il Sud America quasi tutto arancione (situazione problematica) e il virtuoso blocco Nato europeo va dal giallo al bianco (situazione ideale), ma con alcune interessanti eccezioni, tutte concentrate nell’instabile Sud Europa, strategico per posizione geopolitica, essendo il crocevia tra Nord Africa, Medioriente e continente asiatico.

L’Italia, in quanto maggiore economia sudeuropea, è tinta di arancione, “problematica”, e si situa in classifica dopo Paesi africani in preda a dittature, instabilità estrema e guerre civili. Ora, a nessuno viene in mente di difendere l’informazione italiana, nel complesso scandalosa. La questione è: quale informazione di uno Stato a capitalismo avanzato può considerarsi libera e soddisfacente? E quindi: quali sono i parametri secondo i quali l’Italia segue in classifica Paesi impresentabili secondo la stessa retorica atlantista? Paesi cosiddetti incivili perché non (ancora) rigidamente capitalistici?

Contro il sinistrismo

di UGO BOGHETTA (Direzione nazionale Rifondazione Comunista)

Cosmopolitica era il titolo dell’assemblea con cui ha preso avvio Sinistra Italiana, Cosmopolitica è un nome, un programma, un’ideologia: il sinistrismo, che è una delle malattie della politica italiana. La sinistra, infatti, non è la soluzione ma un problema. Prima del ’89 il termine sinistra veniva usato in modo generico per indicare i partiti dai socialisti alla sinistra rivoluzionaria, dopo l’89, con la nascita del PDS/DS, il termine nomina un partito.

Il PD di Veltroni va oltre, ma sinistra resta come nome e peso allo tempo stesso, e con la scissione dal PRC, Vendola si aggiunge al treno: Sinistra Ecologia, Libertà. Solo Berlusconi, su indicazione dei sondaggisti, usava il termine comunista. I sistemi elettorali maggioritari polarizzando gli schieramenti hanno favorito questo lessico, e questi passaggi comportano la cooptazione della sinistra nel sistema. Pds/DS, prima, Vendola poi, nascono anticomunisti e anticlassisti, portando ad una visione liberale, con un po’ di ecologia e tanti diritti individuali.

Il mito non è un privilegio dei poeti

di CESARE PAVESE

Nel mito vero e proprio c’imbattiamo ogni volta che ci accade di riandare nel tempo all’inizio di un’epoca di poesia. Risalendo il cammino della civiltà di qualunque popolo vediamo le sue varie espressioni di vita colorirsi sempre piú di miticità, finché viene il momento che nulla piú si fa né si pensa nell’àmbito della tribú che non dipenda da un modello mitico. Che cosa significa questo dipendere? Le varie usanze quotidiane e festive, il linguaggio, le tecniche, le istituzioni e le passioni, tutto si modella su fatti accaduti una volta per sempre, su divini schemi che in un senso non soltanto temporale sono all’origine di ogni attività ‒ qualcosa, per accadere, ha bisogno d’esser già accaduto, d’essere stato fondato fuori del tempo.

Il mito è ciò che accade e riaccade infinite volte nel mondo sublunare eppure è unico, fuori del tempo, cosí come una festa ricorrente si svolge ogni volta come fosse la prima, in un tempo che è il tempo della festa, del nontemporale, del mito. Prima che favola, vicenda meravigliosa, il mito fu una semplice norma, un comportamento significativo, un rito che santificò la realtà. E fu anche l’impulso la carica magnetica che sola poté indurre gli uomini a compiere opere.

Quando la moneta non è un’opinione (lo strano caso dell’Euro Tedesco)

Di Nicola Di Cesare (Ars Cagliari)

Avrei potuto aprire queste poche righe esclamando: “Ora basta, la misura è colma”, ma non sarebbe stata una notizia perché la misura non c’è mai stata e nel caso è stata oltrepassata da qualche anno nel silenzio.

Non è stata sufficiente la violazione dei trattati di Eurozona, che vedono la Germania finanziare il proprio sistema economico a tasso zero attraverso il suo sistema di Banche Pubbliche (quelle banche che l’Italia si è affrettata a privatizzare), silentemente autorizzate a ricevere prestiti dalla BCE e ad utilizzare quei denari per la spesa pubblica teutonica; nemmeno è stato sufficiente il sistematico sforamento dei tetti di surplus commerciale intraeuropeo da parte Tedesca che hanno messo in ginocchio le bilance di tutto il Sud Europa, Francia compresa; non hanno sortito effetto nemmeno i costanti sforamenti del tetto di deficit pubblico denunciati tempi addietro dalla stessa Germania e in tempi più recenti da mezza Europa e nemmeno le conclamate violazioni del Trattato di Schengen; a ricordare la palese tracimazione ci ha pensato in questi giorni la Bundesbank, la Banca Centrale della Repubblica Federale Tedesca che ha autorizzato in scioltezza il conio e la messa in corso legale, e non numismatico come si vorrebbe far credere, di una moneta da 5 Euro all’interno dei propri confini nazionali.

L’Italia è all’avanguardia

Se la novità della Francia è “Nuit Debout”, Notte in piedi, allora si deve convenire che l’Italia ha largamente preceduto la Francia.
Infatti, il movimento Nuit Debout, non diversamente da Podemos, per le modalità con le quali è nato, può al massimo aspirare a divenire come il M5S, che lo ha nettamente preceduto.

Spetta ai sovranisti italiani mantenere l’Italia all’avanguardia, anticipando i francesi anche nella nascita e soprattutto nella emersione di un partito sovranista, destinato, da un lato, ad affiancare, superare e parzialmente assorbire il M5S, dall’altro, a dare finalmente all’Italia una classe dirigente di alto livello, patriottica e fedele sia al modello dirigista sia all’obiettivo della piena occupazione, fissati nella Costituzione del 1948.

Il bombardamento etico

di COSTANZO PREVE
Prefazione alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico (luglio 2012).
Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie.

L’idea di una libertà illimitata nasce dal capitalismo

di ALAIN DE BENOIST (filosofo)

La cultura libertaria discende esattamente dalla stessa fonte ideologica della cultura liberale. È la ragione per la quale, come ha detto Jean-Claude Michéa, il liberalismo economico (di destra) e il liberalismo culturale e sociale (di sinistra) sono destinati a ricongiungersi. Bisogna del resto farla finita col il mito del ’68! Non è dal ’68 ma dal capitalismo liberale che proviene l’idea di una libertà irresponsabile e senza limiti.

Il capitalismo è legato dalle sue origini a un modello antropologico, quello dell’homo œconomicus, che si crede cerchi sempre di massimizzare il suo miglior interesse materiale. Da qui la legittimazione dell’egoismo. Il capitalismo si struttura d’altronde sull’idea dell’illimitato, di affrancamento da ogni frontiera, da ogni limite. La sua sola parola d’ordine è “sempre di più!” (sempre più mercato, scambi, profitti…). Da qui la legittimazione della dismisura, che i greci chiamavano hybris. Già presso Adam Smith, l’economia sembrava essere guidata dal desiderio molto più che dal bisogno.

Ora, il desiderio è per natura illimitato (Epicuro faceva già del desiderio illimitato il principale ostacolo alla felicità). La pulsione economica oscura così la questione dei fini. Se oggi l’immaginario simbolico è sempre più colonizzato dai soli valori mercantili non è per colpa dei gauchistes, ma del capitalismo liberale che, per estendersi, ha bisogno di distruggere metodicamente tutto ciò che può fungere da ostacolo all’egoismo, alla libertà del commercio e al regno dell’interesse.