Il prezzo del progresso e la tradizione perduta degli Italiani: intervista a Giuseppe Bufalari

Fonte: antoniocelano.wordpress.com

L’uomo che mi riceve nella centrale ma tranquilla via Dei Macci a Firenze ha la barba e i capelli bianchissimi. Ha gesti cortesi e semplici, come il suo modo di vestire: una camicia a quadri, un pantalone scuro di tela, un paio di sandali aperti. Chi mi ospita nella sua casa accogliente di libri, di legno e di un senso antico è Giuseppe Bufalari, classe 1927, autore del libro La masseria [uscito nel 1960 presso Lerici e ripubblicato da Hacca edizioni nel 2015, ndr], uno dei capolavori del romanzo meridionalista. Accanto a lui il figlio Vieri e la moglie Ketty, a cui lo scrittore dedicò il volume.

Bufalari è  lucidissimo: “venni in Basilicata nel 1953 e per un anno sono stato in una masseria. Successivamente fui trasferito a Calvello per altri tre anni. Il libro lo scrissi solo dopo, quando ormai ero a Porto Ercole. Lo terminai là nel 1959, fu pubblicato l’anno successivo”.

D.: Il suo libro raccolse davvero molte critiche positive. Dopo averle lette resta però la curiosità di chiarire meglio le circostanze dei suoi esordi di scrittore…

L’Università sotto assedio

di Daniele Balicco Alfabeta2

Universitaly di Federico Bertoni è un saggio politico. Il suo oggetto immediato è la metamorfosi inquietante dell’università pubblica in Italia; ma, come in ogni vero esercizio saggistico, l’oggetto è in realtà pretesto per un discorso più generale. Bertoni, mentre discute di università e di ricerca, sta in realtà costringendo il lettore a riflettere su una questione di fondo, inaggirabile benché ovunque elusa: se si manomettono le forme istituzionali di educazione pubblica di massa è la qualità stessa della nostra democrazia a essere a rischio. Questo è il nodo attorno a cui il saggio ruota. E il decalogo che chiude il volume – le dieci pratiche di resistenza a cui il testo invita – andrebbe letto come un piccolo manifesto portatile di disobbedienza civile. Ma andiamo con ordine.

Paolo Gentiloni in un video dello Stato Islamico

Per la prima volta, un politico italiano appare in un video dello Stato Islamico, nella parte iniziale, la parte nella quale gli autori dei video mostrano i nemici.

Si tratta di Paolo Gentiloni (minuto secondo e 45 secondi).

Il filmato questa volta è un po’ diverso dagli altri, per quanto riguarda le immagini. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che il video contiene scene di asserite battaglie svolte, nella terminologia dello Stato Islamico, nella provincia di Tarabulus, ossia Tripoli.

New video message from The Islamic State: “This Is What God and His Messenger Had Promised Us – Wilāyat Ṭarābulus”

Di Maio e la lobby dei malati di cancro. Il paziente come stakeholder

di Menici60d15

StakeholdersUILDM

Gli stakeholder della distrofia muscolare dal punto di vista dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

 

Negli Stati Uniti non è raro il ricorso a stereotipi etnici negativi per sminuire e deridere. Gli irlandesi sono ubriaconi, i polacchi stupidi, gli italiani imbroglioni, se non mafiosi. Renzo Tomatis ha raccontato come in alcuni ricercatori italiani che lavorano negli Stati Uniti possa svilupparsi per reazione un “nazionalismo di ritorno” (1). E’ successo anche a me, quando ero resident clinico in anatomia patologica a Boston. Ai tempi di Tangentopoli il direttore mi disse, con un tono lievemente beffardo, di avere visto in tv che in un ministero Italiano era stata trovata una stanza piena di valigette vuote, usate per consegnare mazzette. Insultando mentalmente i corrotti nostrani, risposi che l’Italia si sarebbe dotata anch’essa del sistema delle lobby, e non ci sarebbe stato più bisogno di valigette, perché la corruzione sarebbe divenuta legale come negli States.

Il messianismo americano (3a parte)

fonte: Affari italiani

Come Alain Joxe nella sua opera L’impero del caos (2003), sono in molti a ritenere che gli Stati Uniti all’inizio degli anni 2ooo abbiano sviluppato una concezione a due velocità del diritto internazionale. Ai “forti” (gli Stati Uniti e i loro alleati) la protezione del diritto (ispirato dallo Zio Sam). Ai “deboli” è riservato il “non diritto”, simbolizzato fino alla caricatura dalla sorte estrema riservata ai detenuti della base di Guantanamo, quei «combattenti illegali» catturati in Afghanistan e privati della tutela della Convenzione di Ginevra. Sorte estrema, caso eccezionale, davvero?

In correlazione alla scelta strategica dell’unilateralismo, si osserva anche che la dimensione di autolimitazione, percepibile in Wilson, sembra ormai tendere a svanire. Sintomo aneddotico: a fine settembre 2001, dopo aver usato la parola «crociata» (immediatamente ritrattata), la Casa Bianca ha cominciato a chiamare la sua guerra al terrore operazione «giustizia infinita» (Infinite justice). Niente più limiti! E’ stata necessaria una protesta di teologi perché Bush jr. rinunciasse a questa formulazione appropriata per l’Onnipotente, l’Almighty God, per un nuovo appellativo, Enduring Freedom.

Il golpe è stato organizzato dal generale statunitense John F. Campbel?

La circostanza che, subito dopo il tentativo di golpe in Turchia, la stampa occidentale, anziché cercare di scoprire chi fossero i miserabili che avevano organizzato il golpe, avesse iniziato a scrivere un numero infinito di articoli contro la reazione di Erdogan,  ignorando che tutti i partiti laici si erano immediatamente schierati contro i golpisti, scambiando provvedimenti amministrativi, giustificati, per il momento, dallo “Stato di emergenza” dichiarato ai sensi dell’art. 120 della Costituzione turca, e che saranno sottoposti al controllo dei tribunali civili, per provvedimenti definitivi, imputando ad Erdogan alcuni episodi violenti avvenuti nelle piazze la sera del fallito golpe, del tutto prevedibili in situazioni analoghe e dei quali Erdogan evidentemente non ha alcuna responsabilità, e accusando Erdogan di avere le liste di proscrizione già pronte (fino ad ipotizzare l’auto-golpe, tesi strampalata sostenuta quasi soltanto in Italia e dal probabile golpista Gulen), senza tener conto che Erdogan imputa la responsabilità politica del golpe ai “Gulenisti”, i quali gestiscono decine di Università e altre istituzioni private, e sono una setta o massoneria che esprime notoriamente giudici costituzionali e circa duemila alti magistrati, e quindi senza tener che i nomi dei gulenisti erano ovviamente già noti (sono stati sospesi tutti i docenti che insegnano nelle università guleniste, ecc. ecc.), mi aveva subito fatto ipotizzare che in qualche modo gli Stati Uniti, grazie al “dominio delle onde”, e per mezzo di centinaia e centinaia di giornalisti-spia da essi lautamente pagati, stessero tentando di destabilizzare la Turchia.

La politica economica e finanziaria del Vangelo

Letto su Appunti

 

Giorgio La Pira

L’attesa della povera gente

Cronache sociali, n. 1, del 15 aprile 1950.

Tratto, con qualche modifica, da Federico Caffè, La dignità del lavoro, a cura di Giuseppe Amari, Castelvecchi, Roma 2014.

La politica economica e finanziaria del Vangelo

I.

L’attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere)? La risposta è chiara: un governo a obiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria.

Un governo, cioè, mirante sul serio (mediante l’applicazione di tutti i congegni tecnici, finanziari, economici, politici adeguati) alla massima occupazione e, al limite, al “pieno impiego”.

Altra attesa “rispetto al governo” la povera gente né aveva, né ha: senza saperlo essa fa propria la tesi dell’”Economist” del febbraio scorso: il “pieno impiego” è l’imperativo categorico fondamentale di un governo che sia consapevole dei compiti nuovi affidati agli Stati moderni.

Ma volere seriamente la massima occupazione e, al limite, il pieno impiego, significa accettare alcune premesse e volere alcuni strumenti senza l’uso dei quali non è possibile raggiungere quel fine.

II.

Il messianismo americano (2a parte)

fonte: Affari italiani.it

La questione del diritto internazionale è al centro della retorica wilsoniana. Nel suo famoso discorso davanti alla joint session del Congresso in cui perora l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Germania (2 aprile 1917), dichiara:

“E’ una cosa terribile condurre questo popolo pacifico alla guerra. Ma il diritto è più prezioso della pace, e noi dobbiamo combattere per le cose che ci sono sempre state più care, per la democrazia, per il diritto di coloro che si sottomettono all’autorità di avere una voce nel loro governo, per i diritti e le libertà delle piccole nazioni, per un regno universale del diritto, per portare pace e sicurezza a tutte le nazioni e rendere il mondo finalmente libero!”

Figlio del pastore presbiteriano Joseph Ruggles Wilson, questo politico dal tono di predicatore era davvero l’idealista intransigente che molti dei politici suoi colleghi temevano? Questo statista longilineo e severo non si salvava dai calcoli, dalle meschinità e ancor meno dai pregiudizi razziali: durante la sua presidenza, ha istituito una vera e propria segregazione alla Casa Bianca. Ma la stessa intransigenza di cui ha dato prova alla fine della guerra, intransigenza che ha in parte rovinato i suoi progetti, fa pensare che i principi che animavano la sua politica internazionale siano venuti prima dei compromessi pragmatici, tesi a uno scopo ossessivo, quella «pace mondiale» di cui lo Zio Sam era chiamato a fare il messia contemporaneo.

Sapir: la crisi italiana sarà la crisi dell’Eurozona

di Jacques Sapir Russeurope

La situazione delle banche italiane è ormai critica. La pratica della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate. Essa mette in discussone direttamente le regole della Unione bancaria, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza il cattivo funzionamento, in via di peggioramento, dell’ Eurozona.

La quota dei prestiti denominati « non performing » nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto quasi il 18%, secondo uno studio FMI [1]. A parte il caso della Grecia, dove il tasso arriva oltre il 34%, questo è il tasso più alto dell’Eurozona. Il Portogallo segue peraltro questa tendenza, ma a un livello ben inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è « solo » del 12%. In sintesi, si stima il volume totale a 360-400 miliardi di Euro, dei quali dai 70 ai 100 da coprire, o da parte dello Stato o da altri meccanismi.

Tabella 1

Quota dei prestiti « non performing » nei bilanci delle banche

 A - 01 -Bad loans

 

Il messianismo americano (1a parte)

fonte: Affari italiani

La sera di martedì 13 aprile 2004, il presidente degli Stati Uniti [G. W. Bush jr., ndr] si è dedicato, davanti a una platea di giornalisti, a uno degli esercizi che teme di più: la conferenza stampa. Occorre dire che le circostanze lo esigevano. Per una settimana, l’Iraq era stato teatro di scontri senza precedenti dalla fine della guerra. L’epicentro della crisi? La città di Fallujah, nel cuore del Triangolo sunnita, i cui 300.ooo abitanti sono allora oggetto dell’operazione militare Vigilant Resolve destinata a braccare gli esponenti della resistenza contro l’occupazione americana. Come in un remake di Black Hawk Down, quasi tremila marines si lanciano in un combattimento di strada senza pietà nella città sunnita, uccidendo più di dieci iracheni per ogni soldato americano messo fuori combattimento. Con gli incroci della città mesopotamica ancora disseminati degli ultimi cadaveri da seppellire, l’imbarazzo della Casa Bianca era alle stelle. Come mantenere l’immagine di un esercito liberatore dopo simili massacri? Come evitare la coalizione (ieri impensabile) tra i sunniti e gli sciiti della fazione di Moqtada al-Sadr?

Destabilizzare la Turchia?

Kerry: «la Nato valuterà molto attentamente cosa sta succedendo in Turchia»

Potrebbe essere la terza fase di un progetto di aggressione che ha per scopo di destabilizzare la  Turchia: il tentativo di golpe sarebbe soltanto una delle fasi esecutive di un progetto più complesso: tentativo di golpe che non poteva riuscire o che poteva non riuscire e che è stato lasciato tentare; attacco mediatico alla prevedibile reazione del Governo turco; in fine, per ora, una attenta valutazione della NATO.

Siamo già al terzo passaggio? Possibile che gli Stati Uniti vogliano destabilizzare anche la Turchia? E perché potrebbero volerlo? Una vicenda da seguire con attenzione: serve un’attenta valutazione del FSI.

 

Sergey Lavrov: La Russia è stata demonizzata dall’Occidente (2a parte)

Qui la prima parte dell’intervista

Domanda: Tutti i paesi del Medio Oriente stanno seguendo dappresso il confronto Russo-Turco. I politologi locali si ricordano bene quando il Presidente Russo Vladimir Putin li ha avvertiti che questa faccenda “non se la sarebbero cavata con qualche pomodoro”. Ora, in ogni caso, le cose sembrano giunte ad una svolta inattesa. Alcuni giorni fa noi per primi abbiamo detto che avremmo voluto ripristinare qualche contatto. Questo magari è molto cristiano, ma che ne è stato del principio “occhio per occhio, dente per dente”?

Sergey Lavrov: Direi che può bastare. Continuare sarebbe come segnare goal giocando da soli. Lei e le persone con cui si relaziona fate affermazioni che sono completamente false e, procedendo da tali errate premesse, traete conclusioni sulla base delle quali valutate il nostro operato. Non abbiamo mai detto che intendevamo offrire alla Turchia il ramoscello di ulivo o nient’altro del genere. Perché avremmo dovuto? Abbiamo detto che la Turchia deve scusarsi e rimborsare i danni provocati da questo atto criminale, da questo crimine militare. Quando è stato chiesto al Presidente Vladimir Putin  se la Turchia stava intraprendendo qualche iniziativa, ha risposto che loro si stanno facendo sotto utilizzando differenti canali.

Sergey Lavrov: La Russia è stata demonizzata dall’Occidente (1a parte)

Intervista al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov pubblicata sul Sito ufficiale del Ministero il 31 maggio 2016 (traduzione dalla versione in inglese di Marco Bordoni per Saker Italia).

Domanda: Hanno provato a spezzarci con le sanzioni, la NATO si avvicina ai nostri confini, stanno dispiegando un sistema di difesa missilistica. Il nostro paese è sottoposto ad una demonizzazione senza precedenti da parte dei media internazionali. Si rifiutano di ascoltarci. Gli Stati Uniti sono alla guida di questo processo. Il presidente USA Barack Obama ha detto che la nazione americana è “eccezionale” e gli altri paesi devono stare alle regole stabilite dagli Stati Uniti. Il ruolo di vassallo ci va chiaramente stretto. Siamo quindi condannati ad una eterna rivalità e ad una conflitto senza fine contro l’Occidente, raccolto intorno agli Stati Uniti, una rivalità che in ogni momento può degenerare in confronto, per tacere gli scenari più neri? La gente dice sempre più frequentemente che ci sarà una guerra. Quanto sono fondate queste preoccupazioni?

Il Gioco Unionista

di Nicola Di Cesare (FSI Cagliari)

Secondo quanto definito in seno alla nota Teoria dei Giochi, il contesto attualmente definito dall’Unione  Europea dovrebbe essere ricompreso in uno dei casi classici di gioco non cooperativo.

Non solo la sua definizione normativa ne asserisce la sostanza non collaborativa ma essa è testimoniata anche dall’osservazione diretta della genealogia e della cronologia delle decisioni adottate all’interno del gioco dai vari giocatori.

In termini puramente classificatori l’Unione Europea dovrebbe rappresentare un gioco competitivo (non cooperativo) a “Utilità Trasferibile” o con pagamenti laterali, nei quali esiste un mezzo, il denaro o altro, per il trasferimento dell’utilità, ripetuto nel tempo (ad ogni esercizio solare).

Contrariamente, i giochi cooperativi (di coalizione) definiti dagli studi di John von Neumann e Oskar Morgenstern1 si caratterizzano per il fatto che una coalizione di giocatori può esistere se e solo se si verificano due condizioni relative alla distribuzione delle vincite tra i suoi membri e cioè:

A) Qualunque ipotesi di spartizione dei “guadagni” conseguibili tra i giocatori non appartenenti alla coalizione è inferiore alla spartizione dei “guadagni” effettuata tra i giocatori appartenenti alla coalizione;

B) non esiste nessuna ipotesi di spartizione dei guadagni all’interno della coalizione superiore a quella definita naturalmente all’interno della coalizione stessa.

Il nostro mondo, valle del fare anima

di JOHN KEATS (1795-1821)

Supponiamo che una rosa provi sensazioni. Un bel mattino, essa fiorisce e gode di se stessa; poi, però, sopraggiunge un vento freddo e il sole si fa ardente. La rosa non ha scampo, non può eliminare i suoi travagli nati con il mondo: allo stesso modo, l’uomo non può essere felice ignorando che quei travagli esistono, e gli elementi materiali prenderanno il sopravvento sulla sua natura. I corrotti e i superstiziosi chiamano comunemente il nostro mondo “valle di lacrime”. Da questa valle dovremmo essere liberati grazie a un certo arbitrario intervento di Dio e condotti in cielo: che pensiero limitato e mediocre!

Chiamate il mondo, vi prego, “la valle del fare anima” (the vale of Soul-making) e allora scoprirete qual è la sua utilità (…) Dico fare anima intendendo per “anima” qualcosa di diverso dalla “intelligenza”. Possono esistere milioni di intelligenze o scintille della divinità, ma esse non sono anime fino a quando non acquisiscono identità, fino a quando ognuna non è personalmente se stessa. Come possono, dunque, queste scintille che sono Dio acquisire identità al punto tale da ottenere la beatitudine propria di ciascuna esistenza individuale? In quale modo, se non attraverso la mediazione di un mondo come questo?

“Usate i camion come falciatrici”

Uccidete i miscredenti in qualunque modo, americani o europei, australiani o canadesi, compresi i cittadini dei paesi che entrano in una coalizione contro lo Stato Islamico e attaccate i civili. Se non siete in grado di trovare un’arma da fuoco, allora prendete una pietra e con quella spaccate le teste degli infedeli, squartateli con un coltello, investiteli con la macchina, usate i camion come falciatrici, buttateli giù da un dirupo, strangolateli o avvelenateli. Se non siete in grado di fare tutto ciò, bruciate le loro case, le loro attività, i loro campi” (Dichiarazione di qualche mese fa di Abu Muhammed al-Adnani al-Shami, portavoce dello Stato Islamico).
 
L’unico modo per evitare attentati come quello compiuto ieri sera a Nizza, i quali proseguiranno per almeno altri 10 anni, sarebbe non partecipare alla guerra contro lo Stato Islamico.
Ho scritto 10 anni perché, sconfitto il prossimo anno o quello successivo lo stato islamico in Iraq o Siria – togliendo ad esso l’amministrazione delle città, Mosul e Raqqa in testa, risultato ottenibile soltanto bombardando, e così uccidendo, decapitando, squartando, facendo ardere vivi e lasciando senza case decine o centinaia di migliaia di civili sunniti iracheni e siriani – bisognerà poi sconfiggere la guerriglia che l’IS organizzerà e ha già organizzato: la guerriglia sarà almeno decennale.

Per un’etica a venire in economia

di SALVATORE GULLÌ (FSI Calabria)

Cos’è l’etica? Potrebbe definirsi un agire che accresce la libertà dell’uomo. Essa non consiste di certo in un mero – pur corretto – convincimento che ogni agire debba porre sempre l’uomo al centro. Ed infatti ogni valido proposito che non sia però idoneo a tradursi in effettivo agire finisce per perdere di significato. Un’etica che non contrasti concretamente gli squilibri e le ingiustizie diffusi nel reale – ed ove fosse così si sarebbe dinanzi ad un’etica ispirata da un’idea di uomo alta – è da ritenersi dunque impotente ed inutile. Etica ed azione devono sempre insomma considerarsi indisgiungibili.

Ma l’imperversare di cattive etiche continua a soffocare ogni valida iniziativa, a vanificare le idealità, ad impoverire la società contemporanea. In Occidente si considera ormai addirittura utopistico proporsi un’etica che valorizzi ogni singolo nella comunità e che metta ciascun individuo in condizione di offrire il meglio di sé. Sebbene, in fondo, l’essenza di ogni etica stia tutta qui. La verità è che, con il declino dell’umanesimo, il significato dell’etica non costituisce più, nelle sedi politiche, oggetto di un effettivo interesse. Così tanto si è ormai aggravata la crisi di un’idea autentica di uomo!

Servono partiti populisti “di sinistra”?

“Questo articolo del Manifesto equipara il crollo dell’ideologia eurofederalista a quello delle ideologie del Novecento. L’autore afferma altresì che tutto ciò che vi era di positivo negli ideali europei – solidarietà sociale, autonomia dagli Stati Uniti, un’economia di mercato diversa da quella liberista – è stato tradito dal Trattato di Maastricht in poi, cioè sin dal 1992. Il pezzo si conclude mettendo in dubbio la tesi secondo cui l’apparato eurofederale esistente sia riformabile: dunque, un’altra Europa può nascere sì, ma previa destrutturazione istituzionale dell’Unione Europea.
Dico a vari miei contatti di sinistra: ma invece di arrivare a certe considerazioni quando la frittata è fatta – cioè con anni di ritardo – non fareste prima a dare retta a chi le analisi riesce ad anticiparle di anni?
Tipo me e gli altri amici del FSI – Fronte Sovranista Italiano, per esempio.
Meglio interpretare la storia mentre si svolge piuttosto che ad anni di distanza dallo svolgimento dei fatti, no? Perlomeno, è meglio nella misura in cui si vuole ancora provare a essere soggetti storici” (Ricardo Paccosi del FSI di Bologna).

“Io credo che siano necessari partiti popolari, corrispondenti, mutatis mutandis, alla DC al PSI e al PCI, ciascuno però radicalmente ancorato alla nazione e all’idea che qua, su questa terra, ci tocca militare per costruire una grande civiltà (gli altri popoli seguissero altre strade, ci imitassero o ci combattessero: in tal caso ci difenderemo). Li si può anche chiamare partiti populisti (ma popolari sarebbe preferibile). Astrattamente, li si può anche chiamare di sinistra (ma “popolare”, “socialista”, “della giustizia e dell’indipendenza” “della patria costituzionale” “dei doveri del popolo” sarebbe mille volte meglio). Tuttavia, deve essere chiaro che i partiti dei quali c’è bisogno devono ripudiare sia pregiudiziali posizioni immigrazioniste, sia residui di subculture antistatalistiche, sia il sostegno o l’indifferenza a scuola e università facili e quindi classiste, sia redditi di cittadinanza a tutela del fancazzismo, sia il giusnaturalismo dei diritti umani, fondamento di imperialismo culturale e strumento dell’imperialismo “umanitario” statunitense, giusnaturalismo che deve essere sostituito con il rispetto per le diversità culturali, religiose e istituzionali dei popoli, sia il giusnaturalismo dei “diritti civili bioetici”, sui quali è necessario ammettere ampio dibattito e libertà di coscienza. Ho l’impressone quindi, che  la sinistra radicale non soltanto sia arrivata tardi – meglio tardi che mai ma i cittadini, anche “di sinistra” sono tenuti ad apprezzare chi è arrivato prima e a disistimare chi è arrivato dopo –  ma resti ancorata a parole inutili e ambigue e, soprattutto, mentre comincia, per fortuna, a sostenere posizioni che ha avversato, sia ancora lontana dall’abbandonare posizioni che ha sostenuto e che hanno significato essere “di sinistra” negli ultimi trenta anni” (Stefano D’Andrea, presidente del FSI).

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Contro il Politicamente Corretto

di COSTANZO PREVE

Personalmente considero incondizionatamente positivo che i vecchi sgradevoli “pregiudizi” verso gli ebrei, i neri, le donne e gli omosessuali vengano superati. Se il Politicamente Corretto interdice la manifestazione pubblica del disprezzo verso gli ebrei, i neri, le donne e gli omosessuali questo è bene e non è male. Sono disposto a riconoscere questo dato positivo in modo chiaro, limpido e senza tortuosi equivoci. Mi prendo soltanto l’insindacabile diritto ad assumere in proposito un giudizio storico-dialettico, che non deve ovviamente essere scambiato per approvazione a posteriori dei precedenti “pregiudizi”. Anche l’Illuminismo fu positivo in rapporto alla precedente cultura assolutistica e signorile, eppure Horkheimer e Adorno si sono presi il diritto di criticarlo. Non vedo perché a me deve essere proibito ciò che ad Horkheimer ed Adorno ha dato invece la fama e l’approvazione della tartuferia semicolta degli intellettuali.

La principale caratteristica del Politicamente Corretto è ovviamente quella di impedire che se ne parli in modo non programmaticamente politicamente corretto. È questa una caratteristica di tutti i tabù, per cui parlarne è già violare un tabù, e delle religioni, per cui è già blasfemo parlarne in modo non religioso sulla loro genesi e sulla loro funzione storica.

Viaggio in Grecia

di ALESSANDRO BADII (FSI Toscana)

La prima volta che sono andato all’estero sono andato in Grecia. Lo so che per voi la Grecia non è più estero ma il cortile di casa, ma per noi, nel 1981 era veramente un paese straniero. Nel 1981 non c’erano Erasmus e altre cazzate simili. Se viaggiavi è perché avevi voglia di viaggiare, non per scoparti una straniera. Ho lavorato come muratore due mesi per avere i soldi del viaggio. Muratore registrato all’ufficio di collocamento e con i contributi. Dopo due mesi di lavoro avevo speso un sacco ma mi restavano ancora tanti soldi per andare in Grecia. Eh sai, prima della globalizzazione eravamo un paese in cui se lavoravi avevi i soldi.

Siamo partiti in cinque su una Renault Cinque… non la R4 mitica ma comunque una macchina decente. Per andare in Grecia abbiamo preso la direzione di Rimini. Lo so che non ha logica adesso, ma allora era importante salutare i posti dove eravamo stati un mese in vacanza l’anno prima. Quindi da Rimini abbiamo sceso il litorale adriatico, le Marche, gli Abruzzi, il Molise, la Puglia fino a Brindisi. A Manfredonia una notte mi sono perso un dente davanti, ma questa è una storia che non voglio raccontare. A Brindisi traghetto e dormire sul ponte col sacco a pelo, quelli invernali perché allora di sacchi a pelo ne avevi uno e doveva servirti per sempre. Naturalmente dormivamo sopra il sacco a pelo.