Bisogna odiare l’Unione europea

“Le battaglie di liberazione implicano odio, come qualche anno fa un poeta genovese pensava che fosse utile l’odio di classe, noi dobbiamo sviluppare l’odio, un odio fondato su certi concetti, e allora ci libereremo”

Il dibattito – Incontro tra Stefano D'Andrea e Vladimiro Giacché

 

 

Un Occhio Al Mondo

Per capire fino in fondo l’importanza del cambiamento e della riconquista della ‘sovranità umana’ occorre capire come cambiare se stessi comprendendo il mondo. La ‘vera’ globalizzazione che unisce tutti i paesi esistenti,  e’ una malattia per la quale ciò che si fa spensieratamente a casa propria, provoca sofferenza altrove, in posti cosi lontani da non vederli ne con gli occhi ne con il cuore. A questo proposito ho scelto di parlare di un paese africano riportando tra virgolette alcuni passi di un’articolo pubblicato da Unimondo il 10 aprile scorso.

“Un Paese definito uno “scandalo” per la quantità di ricchezze presenti nel suo sottosuolo, dall’oro ai diamanti, dal rame allo stagno, dal cobalto al manganese, che lo configurano come uno dei più ricchi al mondo dal punto di visto minerario e geologico ma al contempo agli ultimi posti dell’Indice di sviluppo umano, tra i più poveri del pianeta, come condizioni di vita della popolazione”. Il Congo: un paese-icona dello sfruttamento operato dal sistema capitalista. Immense ricchezze minerarie e un popolo estremamente povero e affamato; sembra un ossimoro, in realtà e’ un cliché replicato in tutto il sud del mondo.

Alberto Scerbo: Sovranità statale e Trattati europei

L’intervento del prof. Alberto Scerbo (Università di Catanzaro) nel convegno ARS di Pavia (27 marzo 2015) sul tema Principi fondamentali della Costituzione italiana e obiettivi dell’Unione europea. Due modelli a confronto. Profili di incompatibilità

 

Il dovere di critica

ll diritto di critica è disciplinato dall’art 21 della Costituzione Italiana il quale, nel primo comma, recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Ma questo articolo è disapplicato nel nostro modello sociale, e non perché sia formalmente vietata la libertà di espressione, ma perché noi stessi, in maniera passiva, semplicemente non la esercitiamo. Quindi non esercitiamo volontariamente un nostro diritto.

La mia opinione è che la critica non sia solamente un diritto, ma soprattutto un dovere del cittadino, dell’amico e del padre. Infatti la critica agisce in un modo davvero particolare, responsabilizza la persona che la subisce, nel senso che, dopo una critica, l’interlocutore non può più non sapere e quindi diventa consapevole, qualunque cosa decida di fare. In seguito, non potrà più scaricare le proprie responsabilità. In questo senso la critica ha un ruolo sociale, direi politico (la responsabilità ha un rapporto molto stretto con la politica). La mancanza totale di critica e discussione dell’epoca in cui viviamo denota appunto una totale mancanza di responsabilità. Cosa che si nota a tutti i livelli. Inoltre la mancanza di responsabilità attenua di molto il senso di comunità e di gruppo, che ovviamente si fa più labile fino a scomparire. Quindi non restano che individui incapaci di prendersi la minima responsabilità. L’insieme di questi tipi psicologici forma la massa che Freud, nel suo Psicologia delle masse e dell’Io, così ben definisce:

Corpi politici in cerca di rappresentanza

Almeno trecentomila dollari sono stati stanziati dal Pentagono per il progetto “Body Leads”, che studia i movimenti del corpo di Putin e dei principali leader mondiali con l’obiettivo di svelarne le intenzioni recondite, mentre più di un miliardo ne ha investiti l’agenzia federale preposta alla sicurezza dei voli (Tfa) per insegnare al personale come riconoscere un terrorista dall’espressione del viso e dai gesti.

Queste notizie, rimbalzate pochi mesi fa dagli Stati Uniti, confermano, se mai fosse necessario, la rilevanza assunta oggi dal corpo, che sembra sul punto di tornare in auge dopo aver patito un’emarginazione più che millenaria. Su tale fenomeno Roberto Esposito riflette, con la consueta autorevolezza, nel suo Le persone e le cose (Einaudi, 2014, pp. 115, 10 euro). Il filosofo legge la realtà contemporanea in controtendenza rispetto a chi vuole vedervi unicamente il regno di monadi autistiche, sperdute nel “deserto del reale” e votate a un destino ineluttabile di schiavi-consumatori.

Secondo Esposito, il nostro tempo è attraversato in profondità da un’esigenza di rinnovamento che non investe soltanto la vita quotidiana ma anche la politica, sempre più segnata sia dalla crisi di rappresentatività delle istituzioni (governi, parlamenti, partiti) sia, come in tutto il mondo dimostrano le manifestazioni di piazza degli ultimi anni, dal bisogno di esprimere forme inedite di partecipazione e di passione comunitaria.

La vittoria mascherata di Sarkozy

L’evento più importante di quest’ultimo mese sono state senza dubbio le elezioni dei consigli generali dei dipartimenti francesi. Si é scritto di tutto e di più, anche i giornali di casa nistra hanno dato ampio risalto a queste elezioni  provinciali. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto come si vota e cosa rappresentano queste istituzioni.

Si vota in tre turni, le province sono divise in cantoni, ogni cantone esprime un eletto. Si tratta di un maggioritario binominale. Si vince al primo turno  nel cantone solo con il 50% dei voti , che comunque devono essere superiori al 25% degli iscritti, e quindi con un affluenza inferiore al 50%, il 50% dei voti non basta. Al secondo turno accedono i candidati che hanno riportato al primo turno più del 12,5% degli iscritti totali, quindi in queste elezioni, visto che ha votato il 50% degli aventi diritto, vuol dire che solo quelli con più del 25% dei voti venivano ammessi al secondo turno. Al secondo turno nel cantone, vince chi prende più voti, di solito si ha o un ballottaggio o un triangolare. Infine per eleggere il presidente della provincia bisogna che il 50% + 1 degli eletti dei cantoni voti per lui.

Natalino Irti: Storicismo e nichilismo giuridico in un’orazione di Ugo Foscolo (1)

da “Historia et ius”, rivista di storia giuridica dell’età medievale e moderna (www.historiaetius.eu – 2/2012 – paper 15)

1. “Tutto quello che è, deve essere; e, se non dovesse essere, non sarebbe”: questa proposizione – che un critico letterario di grande nome definisce ‘aforisma di tipo hegeliano’ (2) – raccoglie il senso dell’orazione Sull’origine e i limiti della giustizia, pronunciata da Ugo Foscolo a Pavia, il giugno 1809, nella cerimonia solenne di conferimento di lauree in leggi (3). A ciò che accade, a ciò che si mostra nell’effettuale realtà, non può contrapporsi ciò che deve essere: essere e dover essere perfettamente coincidono. I fatti sono in quanto debbono essere, sicché ricusano ogni raffronto con fatti che non sono accaduti, ma sarebbero già dovuti accadere in passato o dovrebbero accadere in futuro. Tutto quello che accade porta dentro di sé la propria intrinseca ragione, il proprio dover essere, e non è giudicabile alla stregua di un diverso e superiore criterio.

Ridestare le coscienze per ridestare il Paese

Il vaso è colmo. Non possiamo più permetterci di essere indulgenti con chi non capisce o non vuol capire, con chi chiude gli occhi di fronte alle limpide evidenze della Storia. Ogniqualvolta si tenti di affrontare un discorso, previo apposito e consigliabile corso di autocontrollo, con qualcuno afflitto da completa obnubilazione della mente al fine di aprire, in un ultimo e disperato tentativo di rianimazione, una breccia nel muro della manipolazione che lo ha reso inabile ad un qualunque approccio critico sui fatti che tanto a cuore dovrebbero risultare a noi tutti, sempre il solito atteggiamento traboccante scetticismo, autorazzismo e fideistica fiducia nella provvidenziale mano salvifica dell’efficiente uomo nordico, uno stereotipo ormai francamente insopportabile, oltreché fattualmente mendace e insostenibile. È il momento di invertire le gerarchie, di rifiutare una insensata e aprioristica soggezione al “progressista” sognatore europeista di turno (sognano perché dormono) dovendo, quasi col cappello in mano, richiedere tempo ed attenzione per dimostrare ciò che non richiede più alcuna dimostrazione.

Dove non c’è profitto c’è stato/Stato

Pensando alla capacità distruttiva del liberismo mi è balenata in mente la frase che dà il titolo a questo articolo. Ho subito capito che, cambiando semplicemente il carattere di una lettera, la sentenza avrebbe mutato completamente senso, dandomi così la possibilità di una piccola riflessione politica.

Dietro la frase con la “s” minuscola vi è il principio liberista secondo il quale un capitalista deve cercare il suo profitto senza tener minimamente conto della sua responsabilità sociale, perché comunque il mercato si autoregola e la ricerca del benessere individuale finisce sempre per giovare in qualche modo al benessere collettivo. Pertanto egli sfrutta persone e territori finchè questi gli garantiranno un profitto soddisfacente; nel momento in cui ciò non avverrà più li abbandonerà, spostando i suoi capitali su un altro territorio che gli possa garantire maggiori profitti.

Al contrario, alla base della frase con la “S” maiuscola vi è il principio keynesiano secondo il quale vi sono settori dell’economia nei quali lo Stato deve intervenire per garantire la fornitura di alcuni beni e servizi che altrimenti non sarebbero prodotti, lasciando nella povertà interi territori con tutte le persone che vi vivono. Pertanto, dove non c’è profitto, o dove questo non sia ritenuto soddisfacente dai capitalisti, è necessario che intervenga lo Stato: ciò deve avvenire proprio perchè il mercato non si autoregola, non vi è una “mano invisibile” a governare le faccende umane e la ricerca egoistica del proprio interesse non giova affatto all’interesse della collettività.

Questo cambia tutto

La realtà sociale e culturale del nostro tempo presenta una strana contraddizione: da una parte l’organizzazione capitalistica della società mostra sempre più chiaramente i suoi limiti, la sua incapacità di assicurare la riproduzione sociale in termini sostenibili nel tempo. Appare via via più chiaro il fatto che il modo di produzione capitalistico, giunto alla fase attuale del suo sviluppo, non sa più assicurare i livelli di benessere e i diritti che erano stati garantiti ai ceti subalterni dei paesi occidentali per tutta una fase storica, e che esso, per continuare a sopravvivere, ha avviato pericolosi processi di dissoluzione dei legami sociali e di sconvolgimento di delicati equilibri ecologici. Allo stesso tempo però, e questo è l’altro lato della contraddizione, questi evidenti indizi di inceppamento dei meccanismi autoriproduttivi dell’attuale organizzazione sociale non suscitano un movimento politico che abbia chiara l’esigenza di superamento del capitalismo e sappia articolare tale esigenza inserendosi nelle linee di scontro che le crescenti complicazioni sociali fanno sorgere. Per usare un linguaggio d’altri tempi, crescono le difficoltà oggettive nella riproduzione del meccanismo sociale capitalistico, ma latitano le forze soggettive che dovrebbero iniziare la lunga e difficile lotta per una diversa organizzazione sociale.
Un piccolo esempio di questi problemi è fornito, a mio avviso, dalla pubblicazione in Italia dell’ultimo libro della celebre giornalista canadese Naomi Klein [1] e da alcune delle reazioni che esso ha suscitato. Il libro è interamente dedicato alla tematica del cambiamento climatico. La tesi fondamentale dell’autrice è che l’attuale organizzazione sociale non è ecologicamente sostenibile, e che, se vogliamo utilizzare davvero il poco tempo che ci resta per minimizzare gli sconvolgimenti causati dal cambiamento climatico ormai avviato, sono necessari mutamenti drastici nella società e nell’economia, e in particolare è necessario l’abbandono del modello socioeconomico neoliberista che è stato dominante negli ultimi decenni.

Lavoro ed eguaglianza nella Costituzione e nei Trattati UE

Questo articolo ripropone, con ampie integrazioni ed approfondimenti, il contenuto della relazione con la quale ho avuto il piacere e l’onore di concludere la prima giornata del seminario di Albino il 24 gennaio scorso.

Devo avvertire che ha un taglio prettamente giuridico-dottrinale (fatta eccezione per le premesse) e che è pertanto abbastanza impegnativo, soprattutto per i non giuristi.

Malgrado ciò, ne consiglio una paziente ed attenta lettura, data l’importanza e l’attualità delle tematiche affrontate.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento – e per capire le ragioni in base alle quali ogni italiano ha il diritto ed il dovere morale di rivendicare il primato della Costituzione e di difenderla da ogni tipo di aggressione interna ed esterna – è importante richiamare alla memoria le “caratteristiche genetiche” più autentiche e profonde della nostra Legge fondamentale.

Essa infatti è spirito, è storia, è voce , è testamento.

E’ spirito della Resistenza, ovvero coscienza della dignità nazionale e senso della responsabilità personale, desiderio di rinnovamento assoluto e radicale, di rifiuto del passato, di ricostruire dal basso, con l’impegno personale di tutti, una nuova Italia (su questo argomento, importantissimo, rinvio ad un mio precedente articolo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=12990).

Enrico Mattei: Un complesso d’inferiorità nazionale

Dal discorso tenuto il 4 dicembre 1961 per l’apertura dell’anno accademico della Scuola di studi superiori sugli idrocarburi di San Donato Milanese (in E. Mattei, Scritti e discorsi, Rizzoli 2012) [gm]

 

Noi ci siamo trovati, sedici anni fa, in una situazione tragica. Sapevamo che c’era qualcosa da fare, ma solo un piccolissimo numero di uomini erano preparati per coadiuvarci. Non avevamo le esperienze necessarie nella ricerca degli idrocarburi e gli altri ne approfittavano. Quando ci siamo messi al lavoro siamo stati derisi, perché dicevano che noi italiani non avevamo né le capacità né le qualità per conseguire il successo. Eravamo quasi disposti a crederlo perché, da ragazzi, ci avevano insegnato queste cose. Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato.

Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi. E noi ci mettemmo con tanto impegno, e abbiamo creato scuole aziendali per ingegneri, per specialisti, per operai, per tutti e dappertutto. Con questo sforzo continuo ci siamo formati i nostri quadri. Oggi abbiamo, solo nel gruppo ENI, circa 1300 ingegneri, 3000 tra periti industriali e geometri, 300 geologi, 2000 dottori in chimica, in economia e in legge, migliaia e migliaia di specialisti. Conosciamo i problemi, li sappiamo discutere e riusciamo a vedere che niente va bene, niente di tutto quello che ci hanno insegnato sulle nostre inferiorità.

Si sta come gli schiavi, l’efficienza, il profitto…

C’era una volta l’occidente che si spartiva il mondo. Era il colonialismo posto in essere per mezzo delle armi, della superiorità militare. I potenti della Terra si riunivano per spartirsi i territori, cercando di evitare o limitare inutili guerre, ed in questi abominevoli congressi ognuno si arrecava tanto più territorio quanto più alto era il suo peso specifico, dettato dalla potenza bellica e dal suo PIL che, come oggi, si alimentavano a vicenda. La potenza bellica non era una variabile velata ed implicita, ma era il fulcro della questione, era predominante nei fatti e nella cognizione collettiva.

A differenza di oggi, dove i rapporti di potenza bellica vengono tenuti costanti ponendo limiti agli investimenti militari agli Stati, bisognava dimostrare la propria superiorità sul campo. Non esisteva l’ONU, non esisteva la NATO, non esistevano quegli organismi che gradiscono giustificazioni più o meno fondate per la guerra, per la dominazione, che richiedono una facciata che non ammette la potenza bellica come discriminante palese nella risoluzione delle contese, se non dietro “giustificazione”.

La storia economica italiana (rivista) dal 1970 ad oggi

Premessa
In questo studio voglio mettere in evidenza uno spaccato inconsueto della recente storia economico-sociale dell’Italia. Anno per anno si analizza lo Storico del Commercio coll’estero, l’inflazione media annua, il PIL comparato del G6 (tutti in miliardi di dollari), la crescita comparata G6, il cambio dollaro USA (USD) contro Lira e il cambio Marco (DEM) contro Lira (entrambe le quotazioni al 31.12 di ogni singolo anno) e diverse altre cose dell’Italia nel periodo 1970-2012, quell’Italia che nonostante tutto e tutti arrivò a sfiorare per poche decine di miliardi di USD il IV posto assoluto, una posizione troppo scomoda per i nostri abituali partner commerciali che da sempre ci avevano additato come scansafatiche “maccaronì” o come “pizza e mandulino” e che mai avrebbero potuto tollerare tale smacco.

Stefano D’Andrea: Repressione della rendita finanziaria, Costituzione e trattati europei

L’intervento del presidente dell’ARS nel convegno ARS di Pavia (27 marzo 2015) sul tema Principi fondamentali della Costituzione italiana e obiettivi dell’Unione europea. Due modelli a confronto. Profili di incompatibilità

 

La sovranità non è un’opzione

La sovranità non è un’opzione

Due sono i concetti di Stato secondo il diritto internazionale: lo Stato/organizzazione/governo cioè l’insieme degli organi che esercitano il potere di imperio sui singoli; e lo Stato/Comunità cioè l’insieme dei cittadini stanziati in un determinato territorio soggetto a un determinato ordinamento. A questi due concetti di Stato possiamo far corrispondere due concetti di popolo: nell’accezione giuridica il popolo è la comunità di individui che possiedono lo status di cittadini di uno Stato; nell’accezione sociologica è il gruppo umano che si autopercepisce come comunità esistente nel tempo e nello spazio, nella storia e sul territorio, nella dimensione culturale e in quella ambientale. Questo concetto di popolo, in riferimento agli aspetti di comunanza di lingua, religione, tradizioni, usi e costumi, storia, è affine e si avvicina molto a quello di nazione. Ciò vale particolarmente nel caso italiano dove la nazione nasce non come etnica ma storica e linguistico-culturale. Sia che lo si assuma in un’accezione come nell’altra, un popolo non può rinunciare al suo Stato/apparato/comunità, cioè alla sua sovranità. Altrimenti si estingue.

Il cambiamento

Perché il cambiamento?

Come mai, nell’epoca in cui tutto cambia a gran velocità e in peggio, una moltitudine crescente continua ad invocare il cambiamento stringendolo come un feticcio (simbolo, direi, dell’eterna fuga dal presente) senza mai porsi il problema della guida?

Si guarda con terrore alla prospettiva di “tornare indietro”. È bandita qualunque revisione critica del percorso imposto alla società. Ognuno è concentrato su se stesso mentre l’attesa dell’Epifania del Cambiamento, inteso come atto unico, conclusivo e risolutivo, assume connotati quasi messianici, mancando, nel concreto, ogni disciplina collettiva che spinga ad organizzare quel complesso coerente di azioni necessario a guidare ogni cambiamento nella direzione imposta dalla volontà popolare.

 

Chi decide per il cambiamento?

Da circa vent’anni i grandi partiti di massa sono di fatto tramontati. Si è perso così il filo che legava la volontà e gli interessi delle masse alle Istituzioni.

Il popolo è deprivato del proprio ruolo attivo nei processi decisionali riguardanti il paese. Vacilla la democrazia rappresentativa che nei decenni trascorsi ci ha garantito uno sviluppo sociale con pochi eguali al mondo.

Resta un indecente e inutile legame emozionale tra la massa e un pugno di arruffapopoli, per i quali non sprecherò mai troppe parole.