Il movimento francese del ’95 e quello attuale, tra sinistra ultraliberista e post-fascisti che mostrano il volto di sempre

di RICCARDO PACCOSI (ARS Bologna)

Nel 1995 si aprì in Francia un ciclo di conflitto sociale più intenso di quello attuale. Andando a memoria e rischiando quindi qualche imprecisione, possiamo dire che quel movimento durò all’incirca due anni, generò ampi fenomeni di guerriglia urbana e, malgrado i grossi disagi dovuti agli scioperi a oltranza di trasportatori e controllori di volo, ottenne un certo consenso presso l’opinione pubblica. Di lì a poco, il governo Juppé di centrodestra cadde e s’insediò il PSF guidato da Lionel Jospin. Quest’ultimo si fece carico di traslare in senso riformista alcune istanze di quel movimento istituendo, fra le altre cose, la giornata lavorativa di 35 ore a parità di salario.

Questa vicenda fu l’ennesima dimostrazione di come un dato che sarebbe in teoria visibile da chiunque, viene invece negato a causa della sedimentazione di letture ideologiche della realtà. Il dato, semplicissimo, è che rivolta di piazza e riformismo non sono mai stati paradigmi politici autosufficienti: per ottenere risultati parziali ma concreti, l’una ha bisogno dell’altro. Se c’è una cosa rispetto alla quale bisognerebbe davvero liberarsi del Novecento, è proprio questo mito di autosufficienza che – riformisti da una parte e antagonisti dall’altra – proiettano mendacemente sulle loro rispettive dottrine.

GIOCHI E SCOMMESSE – Documento per l’assemblea nazionale dell’ARS-FSI (5 GIUGNO 2016)

La necessità di occuparsi della disciplina dei giochi e delle scommesse è data dall’ampiezza raggiunta dal fenomeno e dalle notevoli, ancorché non adeguatamente percepite dall’opinione pubblica, problematiche poste dal cosiddetto “gioco pubblico”.

In effetti, nell’arco di poco più di un ventennio in Italia si è assistito a una radicale trasformazione del rapporto fra i cittadini e il gioco d’azzardo e le scommesse, che tradizionalmente erano oggetto di una disciplina restrittiva.

Dal 1993 al 2012 la spesa per tali “beni” ha subito un incremento del 900%; il tempo di vita impiegato nel gioco nel 2013 è stato stimato in 70.000.000 di giornate lavorative. La spesa relativa delle famiglie italiane per le scommesse è passata dal 2,68% registrata nel 1998 al 12% del 2013: ogni otto euro, quindi, le famiglie italiane ne spendono uno per scommesse1.

Le occasioni per scommettere, create dall’industria del gioco pubblico con il consenso della classe politica, impegnata a ricercare le risorse economiche necessarie per rispettare i vincoli derivanti dalla partecipazione dello SME prima, e dell’Unione europea dopo, sono cresciute vertiginosamente.

Fino al 1992 erano previste una sola importante lotteria e una sola estrazione settimanale del Lotto. Nel 1992 vengono istituite le lotterie istantanee (cosiddetti “gratta e vinci”) e la spesa per il gioco delle famiglie raddoppia.

Tornare al Mediterraneo

di CATERINA RESTA (filosofo, Università di Messina)

Nietzsche, da pensatore postumo e inattuale quale amava definirsi, era consapevole di parlare non per i suoi contemporanei, ma per i posteri, per coloro che avrebbero vissuto almeno due secoli dopo di lui. Per noi, dunque, da poco entrati nel XXI secolo. Nessuno con maggiore chiarezza ha saputo descrivere il nostro presente, l’ineludibile decisione che ci attende.

Siamo ancora, possiamo essere ancora mediterranei, o questo mare su cui soffiano venti di guerra che lo spazzano via ha perso ormai definitivamente la sua centralità storica? Oppure stiamo forse ormai per diventare, se non lo siamo già, Atlantici, impavidi navigatori oceanici, in un mondo che, a partire dalla scoperta dell’America e dalle prime circumnavigazioni del globo, ci ha introdotti in quella che, schmittianamente, possiamo chiamare la globale Zeit?

Da dove arriva, infatti, il processo di mondializzazione, se non da quel richiamo potente, quanto provocante, proveniente dal primo spalancarsi dell’Oceano nell’era delle grandi scoperte geografiche? Fu il tempo non solo di Colombo, ma anche di pirati e balenieri, liberi tutti, come grandi cetacei, di intraprendere rotte mai prima tentate nell’aperto di un mare senza più confini, refrattario ad ogni nomos. Fu a causa di questo stesso richiamo che l’Isola Inghilterra, abitata da rustici allevatori di pecore, come ci racconta Schmitt, si de-cise per il mare: «allora l’isola distolse il suo sguardo dal continente e lo alzò sui grandi mari del mondo. Si disancorò e si trasformò nel veicolo di un oceanico impero mondiale».

Elogio della democrazia

Articolo apparso sul blog Il Pedante il 23 aprile 2016.

E sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia, confuso ingenuamente con lo spirito stesso della democrazia, con la libertà e l’uguaglianza; e, dall’altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell’organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere.

(Radiomessaggio di Sua Santità Pio XII ai popoli del mondo intero, 24 dicembre 1944)

Il caso del recente referendum sulle trivellazioni marine, quello in cui un presidente del Consiglio e un ex presidente della Repubblica invitavano i cittadini ad astenersi e un deputato del partito di maggioranza sbeffeggiava i votanti, è solo l’ultimo atto di un fenomeno da tempo maturo: il fastidio, il disgusto, la paura della democrazia.

In uno dei tanti paradossi orwelliani dei nostri tempi, i totalitarismi del passato sono condannati nei simboli ma rivivono sempre più fedelmente nel plauso di oligarchie che si dicono illuminate – i tecnocrati, i burocrati, i mercati finanziari, i salvatori della patria – in quanto capaci di scelte impopolari (cioè, etimologicamente, antidemocratiche) e avversi a tutto ciò che è populista (cioè, etimologicamente, democratico). E nell’idea che la partecipazione delle masse al potere rappresenti un irrompere di egoismi incompatibili con il progresso generale, tanto che i singoli appartenenti a quelle stesse masse accettano la sacrificabilità del proprio diritto a decidere pur di impedire che decidano anche i barbari e gli irresponsabili: cioè gli altri.

Elaborare il lutto delle proprie opinioni di fronte ai fatti

di LORENZO D’ONOFRIO (ARS Abruzzo)

Le opinioni di massa sono spesso condizionate da una conoscenza approssimativa, se non errata, dei personaggi, dei fatti, della storia: vale per un Pannella, per un Travaglio/Saviano, per l’Unione europea.
Cambiare opinione di fronte all’evidenza dei fatti storici, delle fonti ufficiali, di dati incontestabili, delle posizioni dichiarate di certi personaggi, che magari non si conoscevano, è segno di grande maturità e di crescita.
Se la Commissione europea certifica da anni che l’Italia non ha un problema di debito pubblico ma di debito privato, tanto per fare un esempio non da poco, è doveroso rimettere in discussione tutta la narrazione mediatica di questa interminabile “crisi”.
Bisogna avere l’onestà di ammettere la propria ignoranza, i prorpi errori di valutazione e il coraggio di elaborare il lutto e mettersi a studiare: è salutare.
Ormai da tempo non esprimo valutazioni se non di fronte a fatti e dati conclamati, fonti verificate, cercando sempre di privilegiare le confessioni dei diretti interessati.
Non ci vuole poi molto, spesso si tratta solo di vincere la pigrizia, ma cominciare a rifiutarsi di condividere notizie senza averle prima lette e magari verificate è già un passo notevole.

Riforma costituzionale e memoria storica

di LUCA CANCELLIERE (ARS Sardegna)

Il disegno di legge di riforma costituzionale approvato con legge costituzionale del 12 aprile 2016, che sarà sottoposto a referendum confermativo nel prossimo ottobre, prevede tra l’altro: il superamento del c.d. “bicameralismo perfetto”, con attribuzione di una potestà legislativa soltanto eventuale al Senato, che viene ridotto da 315 a 100 membri nominati dai consigli regionali; l’abolizione delle province e del CNEL; modifiche al regime del referendum abrogativo; l’abolizione della potestà legislativa concorrente e l’attribuzione allo Stato di materie precedentemente rientranti in essa.

Non passerà sicuramente alla storia, dal punto di vista giuridico e politico, come una pietra miliare della storia del costituzionalismo moderno. Stupisce tuttavia l’ostilità con cui detta riforma, concernente essenzialmente la Parte Seconda della Costituzione e gli organi da essa disciplinati, viene osteggiata proprio da coloro che hanno assistito passivamente o addirittura cooperato alla demolizione della Prima Parte della stessa, quella che statuisce i diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini.

Dov’erano, i difensori della Costituzione, quando con legge ordinaria si calpestavano questi principi costituzionali?

Il diritto al lavoro, pregiudicato da riforme che mettono in discussione la centralità del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e la sua stabilità (art. 4);

Disprezzo eterno per Marco Pannella

di STEFANO D’ANDREA (ARS Abruzzo)

Prima che muoia ve lo dico, visto che dopo la morte sarei inopportuno.
Nutro per Marco Pannella il disprezzo più grande che si possa nutrire per un politico:
1) se la CIA avesse dovuto inventare un partito spia, non avrebbe potuto inventarlo meglio di come ha spontaneamente fatto Pannella con il partito radicale;
2) Pannella è stato promotore del referendum sull’art. 18;
3) Pannella è stato promotore del maggioritario;
4) Pannella è stato promotore della distruzione della “partitocrazia” (e non della sua rigenerazione) e quindi della costruzione di una democrazia di tipo statunitense;
5) Pannella voleva privatizzare la RAI, anziché rigenerarla;
6) Pannella è stato europeistissimo e grande diffusore della ingannatrice ideologia federalista;
7) Pannella ha candidato e fatto eleggere in Parlamento Toni Negri, Scalfari e Cicciolina;
8) Pannella è stato l’inventore di Rutelli, di altri sub-uomini politici e di quell’aborto liberista-europeista della Bonino;
9) Pannella ha appoggiato le aggressioni contro Saddam, Gheddafi, Assad e Milosevic.
10) E’ stato un teorico della esportazione dei diritti umani.
Insomma Pannella è stato iperLIBERISTA, iperEUROPEISTA, iperATLANTISTA e iperIMPERIALISTA.

(nella foto Pannella in divisa da Ustascia Croato)

La “rivoluzione” sessuale

di CHRISTOPHER LASCH  (storico e sociologo; 1932-1994)

La demistificazione della femminilità procede parallelamente alla desublimazione della sessualità. L'”abolizione della riservatezza” ha dissolto l’atmosfera di mistero che circondava il sesso e ha tolto di mezzo gran parte degli ostacoli che precludevano le sue manifestazioni in pubblico. L’efficacia dei contraccettivi, l’aborto legale e una “sana” e “realistica” accettazione del proprio corpo hanno indebolito i legami che univano il sesso all’amore, al matrimonio e alla procreazione.

Uomini e donne ora ricercano il piacere sessuale fine a se stesso, rinunciando persino agli orpelli convenzionali prescritti dal sentimentalismo. In questa nuova ottica del “sesso per il sesso” qualsiasi relazione vede diminuire le proprie possibilità di sviluppo o di una certa continuità. I legami sessuali, matrimonio compreso, possono essere troncati come e quando si vuole. Ciò significa che gli amanti perdono il diritto di essere gelosi o di porre la fedeltà come condizione dell’unione erotica.

Capitalismo globalizzato e scuola

di MASSIMO BONTEMPELLI e FABIO BENTIVOGLIO

Com’era la scuola italiana nella fase capitalistica precedente quella attuale, diciamo 35 anni fa? Era una scuola corrosa da gravi difetti: una selettività operante di fatto rispetto alle provenienze sociali e culturali degli allievi piuttosto che alle loro capacità di apprendimento; una rigidità dei programmi di insegnamento riferita ai contenuti nozionistici invece che agli obiettivi culturali; una chiusura asfissiante a qualsiasi sollecitazione della società circostante; una non dichiarata ma effettiva sottovalutazione a tutti i livelli dell’importanza del sapere scientifico; una disciplina dei comportamenti tale da creare l’associazione psicologica tra studio e pena (che cominciava, però, ad essere travolta dalla ribellione studentesca del 1968).

Se confrontiamo la scuola del 1970 con la scuola attuale, verrebbe da giudicarle caratterizzate da difetti opposti: tanto la prima era selettiva, tanto quella di oggi manda avanti tutti; tanto quella di allora lasciava fuori dai suoi tetri portoni tutto ciò che viveva nella società, tanto quella di oggi è aperta ad ogni moda del tempo; e se pensiamo anche a cosa fossero i “programmi ministeriali” di allora, con i controlli sui registri per verificare se gli insegnanti svolgessero il programma, e a come oggi un’insegnante possa insegnare (o non insegnare) tutto ciò che vuole, purché compili le carte richiestegli con la fraseologia appropriata, potremmo davvero giudicare la due scuole minate da difetti opposti. Ma non è questa la realtà.

La moneta unica e il fu pensiero unico

Di Nicola Di Cesare (Ars Cagliari)

Siamo arrivati al dunque. Anche la stampa più riottosa e incline a giustificare l’utilità del diavolo, pur di conservare i benefici che il “sistema” liberoscambista a moneta privata ha riservato per se e i suoi manovratori, comincia a prendere in considerazione il fatto che il meccanismo di infeudazione dell’economia globale si sia tragicamente inceppato.

La tesi, fino a qualche tempo fa sostenuta dagli alfieri dell’austerità espansiva, secondo la quale il primo problema planetario fosse la propensione degli stati sovrani a generare debito (Schuld o colpa secondo i monetaristi di scuola Austriaca e Tedesca), fa acqua da tutte le parti e con essa i dispensatori dell’Eurorigorismo senza se e senza ma.

Ora siamo arrivati alla fase della timida ammissione che il problema sia generato da una “crisi di domanda” (e non di debito sovrano) e che quindi il tutto abbia origine dalla scarsa quantità di moneta presente nelle tasche dei consumatori (salariati e pensionati), per cui nelle alte sfere ci s’interroga se non sia il caso di stampare dal nulla denaro, in termini tecnici “allargare la base monetaria destinata ai consumi” fornito direttamente dalla banca centrale, da mettere in tasca ai cittadini Europei (non si capisce bene ancora come) per consentir loro di far ripartire il motore della produzione e del lavoro.

Alle spalle dei rivoluzionari

di MARINO BADIALE (ARS Liguria)

J.B. Schor, Nati per comprare, Apogeo 2005

J. Balkan, Assalto all’infanzia, Feltrinelli 2012

Ci siamo chiesti tempo fa “perché la gente non si ribella?”, e abbiamo esaminato alcune possibili risposte. Avevamo detto che forse, per trovare risposte convincenti, occorre indagare temi di psicologia e antropologia. Qualche indizio (non una risposta compiuta, s’intende) mi sembra di averlo trovato in questi due libri, che descrivono, in modi diversi ma convergenti, come l’attuale sistema economico stia invadendo la sfera dell’infanzia per trasformare, ad un’età sempre minore, i bambini in consumatori compulsivi.

Si tratta di un esempio perfetto di ciò che, assieme al compianto Massimo Bontempelli, avevamo chiamato “capitalismo assoluto”: il fenomeno per il quale la logica del profitto e dell’accumulazione capitalistica si estende a tutti gli ambiti della vita, anche a quelli che tradizionalmente ne erano immuni, o solo marginalmente sfiorati.

Dal mio punto di vista, è particolarmente notevole il modo, descritto in questi libri, in cui le corporations sono riuscite a penetrare nella scuola: prima come sponsor, favorite dalla cronica mancanza di fondi delle scuola pubbliche, poi addirittura donando alle scuole stesse “pacchetti educativi” completi di programmi e materiale didattico. Per cui, come osserva allarmata Juliet Schor, a pag. 104 del suo libro, ormai “le corporations redigono i programmi di studio”.

Poesia radical-chic

di DOMENICO LOMBARDINI (ARS Liguria)

 

Vi dirò dunque dell’Italia.

La qual Italia è il paese dove sta

il politico il quale, a più riprese,

ha dimostrato inettitudine

tale che, Albione oppure l’Alamannia

ben farebbero a farsene un sol boccone.

Mezza Africa, mezza mafia,

e corruzione l’altra metà (tre metà?),

come fa a governarsi e a competere ‘sta nazione

con cinesi, burgundi, franchi, alamanni,

giacché su questo suol gli affanni

si chiaman casta, debito e corruzione?

E ben vengano quindi i vincoli

dell’Unione Europea, pure il cappio,

le garrotte e lo stridor di denti

per l’asfissia economica e l’austera recessione;

giacché nel sangue saran spente

le reazioni irredenti, da qui in poi

siatene sicuri, cari italiani, sarete relegati

per mill’anni e forse più alla periferia europea,

alla UE, all’Euro, e alla loro schiavitù.

(Compagni dai campi e dalle officine

prendete la falce e portate il martello

scendete giù in piazza picchiate con quello

scendete giù in piazza affossate il sistema).

PROPOSTA DI RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO – Documento per l’assemblea nazionale dell’ARS-FSI (5 giugno 2016)

L’ANALISI

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1. L’evoluzione del sistema bancario italiano

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a. Dalle origini alla fine della prima globalizzazione

Nel rincorrere le origini del sistema bancario è agevole riscontrare come tale istituzione, pur avendo inequivocabile funzione di interesse pubblico, nacque per impulso di privati cittadini i quali, nel tardo Medioevo, arrivarono paradossalmente a finanziare i sovrani europei.

Tale carattere privatistico venne mantenuto per diversi secoli in tutto il mondo. In Italia fu la crisi della prima globalizzazione e del liberismo, culminata con gli scandali bancari degli anni venti del secolo scorso, a mettere in discussione la gestione del sistema bancario da parte del capitale privato.

b. La Legge Bancaria del 1936

Il fascismo si trovò a dover fronteggiare i colpi di coda del morente sistema globalista e liberista, che stava andando in pezzi ovunque e di cui la crisi del 1929 segnò storicamente la fine. Così come fecero quasi tutte le nazioni in quel periodo, il regime fascista cercò di governare la finanza operando dapprima sulla leva valutaria (deflazione dell’economia, fissazione della nuova parità aurea della lira, ripristino della convertibilità in oro o in divise estere convertibili, “gold exchange standard” e obbligo di riserva aurea non inferiore al 40% del circolante), successivamente effettuando una serie di interventi che spostarono il baricentro della finanza dal privato al pubblico.

Scuola: i sacerdoti della valutazione contro la cooperazione sociale

Questa mattina in tutte le scuole superiori italiane gli alunni delle seconde classi saranno chiamati a sostenere le prove Invalsi. L’ARS si è da tempo espressa (molto negativamente) al riguardo con un comunicato che si può leggere qui. Di seguito proponiamo una recente riflessione dello scrittore e filosofo Girolamo De Michele.

Fra comitati di valutazione per il bonus premiale e l’annuale tornata dei test INVALSI, insegnanti e studenti sono di nuovo alle prese con l’eterno ritorno della valutazione: un oggetto dal discutibile valore epistemologico, la cui necessità viene affermata a prescindere, benché non si riesca a definire cosa e come debba essere valutato in modo credibile.

Emblematici, a titolo d’esempio, le perplessità che la stessa Fondazione Agnelli ammette (nel suo Rapporto 2014 “La valutazione della scuola”) sulla valutazione individuale dei docenti, che presenta problemi di ardua soluzione dal punto di vista del metodo (come isolare il contributo del singolo all’interno di un’attività collegiale) e dell’etica (isolando e differenziando le singolarità, la valutazione nuoce alla collegialità e favorisce il disincanto del singolo), per non parlare dei dubbi più tecnici sulla valutazione da parte degli studenti e su quella ispettiva (che richiederebbe un numero di ispettori talmente alto – e costoso – da riproporre il paradosso borgesiano della mappa e del territorio).

La mancanza di una cultura politica

di DAVIDE VISIGALLI (ARS Liguria)

Qui vi voglio proporre un’analisi interessante di Friedmann, sociologo tedesco-americano (tratto da: Lucania trent’anni dopo, La critica sociologica, fase 69, primavera 1994). Lo studioso fa un confronto, basato su esperienze soggettive, tra la Lucania post II guerra mondiale e quella di 30 anni dopo, quando vi ritornò. Ho ripreso questo testo perché penso sia in grado di dare uno spaccato sociale non banale di quei periodi storici, da cui l’autore ne trae un’analisi generale condivisibile, a mio parere, su progresso e cultura.

L’UE è irriformabile

di UGO BOGHETTA (Direzione nazionale di Rifondazione Comunista)

La vicenda greca è la verifica che l’Unione Europea è irriformabile.  Non si può giustificare Tsipras affermando che i rapporti di forza erano sfavorevoli, che la Grecia è un paese piccolo e che non ci sono stati movimenti consistenti a sostegno. Questi erano dati noti. Per questo motivo si doveva predisporre un piano B: l’uscita dall’Unione e dall’euro. Questa transizione sarebbe stata proprio consentita dal risultato referendario. Il problema è come e per andare dove. Si rimane, ad esempio, dentro la logica della costruzione di uno stato federale: il superstato europeo, oppure si  è per un altro assetto istituzionale?

Penso sia necessario pensare ad un modello alternativo agli Stati Uniti d’Europa. Si tratta, infatti, di mettere insieme i popoli proprio a partire dalle diversità storiche e sociali. Le proposte possono essere varie: confederale, se si rimane sul piano dell’Europa in generale, oppure quella mediterranea ponte fra il Nord Africa, il Medio Oriente e la stessa Russia.

Tuttavia l’aspetto principale riguarda la capacità di agire nei propri paesi, comprenderne le tensioni, le propensioni, le esigenze.  La rottura dell’Unione, infatti, può realisticamente avvenire da rotture “locali”.  Anche questo ci dice la vicenda greca. L’Italia, in questo senso, è un terreno potenzialmente fertile poiché in fase di grave declino complessivo.

Roberto Saviano e il “popolo della sinistra”

“Se il lavoro non c’è e non ci sarà, perché alimentare speranze e non invitare ad andare via?” (Roberto Saviano, 9 maggio 2014).

Alcune persone sedicenti “di sinistra” non disprezzano colui che ha scritto questa frase, anzi, addirittura lo ammirano.
Eppure questa frase presuppone che chi l’ha scritta creda che l’economia sia un fatto naturale, non artificiale, il regno della necessità, non il regno della volontà. Dunque, una persona enormemente ignorante, che parla di ciò che non sa e che è comunque impregnata della più volgare ideologia liberista.
La frase implica anche ignoranza dei documenti dell’Unione europea che chiariscono esplicitamente che in Italia il 12% di disoccupazione strutturale è necessario se l’Italia intende restare nell’euro. Quindi l’Unione europea dice chiaramente che la disoccupazione (con conseguente deflazione salariale e scarsità di domanda per piccoli professionisti, artigiani e imprenditori) è voluta  (l’Unione europea, insomma, sa che l’economia è un fatto di volontà) e che sarebbe evitabile se l’Italia uscisse dall’euro (con pretesi altri costi).
Oppure Saviano sa che la disoccupazione, la deflazione e la moria di piccole imprese e partite iva sono volute e non lo dice, perché anche lui, essendo europeista, le vuole, e anzi partecipa all’inganno ideologico, invitando alla emigrazione?
Un tempo il popolo della sinistra avrebbe preso Saviano e lo avrebbe linciato su pubblica piazza. Oggi, invece, il popolo della sinistra ammira Saviano.
Il problema è Saviano o il popolo della Sinistra, attualmente composto da una massa di ignoranti, esterofili, moralisti, liberisti e fans da strapazzo?
Un Saviano, un Travaglio un Santoro un Gad Lerner a stupidire i consumatori di notizie ci saranno sempre (almeno fino a quando non andrà al potere un partito politico che li releghi nei loro blog ad esercitare la vera libertà di manifestazione del pensiero).
Perciò, il problema è il popolo della sinistra, che, sia pure spesso senza saperlo, costituisce la parte più stupidamente liberista del popolo italiano (l’altra parte liberista è quella imprenditoriale, che tuttavia fino a ieri lo era per interesse, non per stupidità, tanto è vero che pian piano, per convenienza e moderatamente, si sta ravvedendo).
Come si risolve il problema del “popolo della sinistra”?

L’uscita dall’UE e la prospettiva del FSI

di LORENZO D’ONOFRIO (ARS Abruzzo)

I tecnicismi sull’uscita (dall’euro o dalla UE) mi hanno sempre fatto sorridere! Come se si trattasse di un problema tecnico e non di consenso popolare diffuso per una scelta di rottura dell’ordine giuridico europeo. Scelta che, è bene non prenderci in giro, sia che riguardi la UE, sia che riguardi la sola eurozona, non potrà mai essere indolore e andrà affrontata preparandosi alla Resistenza.

Allora l’unica questione veramente rilevante, per un partito che voglia parlare al Popolo e, nello specifico, ad un Popolo ormai sconfortato da decenni di slogan troppo facili e fuorvianti, da personalismi e da promesse di cambiamento sempre disattese, è il MESSAGGIO che si vuole trasmettere, perché se alle persone parli di uscita dall’euro, loro ti chiederanno al massimo l’uscita dall’euro. Se al Popolo prospetti una scorciatoia, non ti seguirà mai sulla strada più lunga, anche se fosse la sola in grado di condurre alla salvezza.

Una ribellione giustificata!

di LUCA MANCINI (ARS Lazio)

Thomas Hobbes è stato indubbiamente uno dei più importanti autori di filosofia politica dell’età moderna. Alla base della sua riflessione vi è l’idea che lo Stato sia il risultato di un patto sociale tra individui liberi, che hanno scelto volontariamente di alienare una parte della propria libertà per avere maggior sicurezza. Questo perché l’uomo allo stato di natura era totalmente libero, ma privo della più elementare sicurezza e viveva in una perenne condizione di guerra.

Secondo il pensatore inglese, nasce così la figura del sovrano, ossia di colui che si assicura il rispetto del patto stesso da parte dei sudditi. La sovranità, per Hobbes, può essere rappresentata da un singolo uomo o da un’assemblea di uomini, l’importante è che essa sia assoluta.

In Italia, come recita l’art.1 della nostra Carta Costituente, “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”: pertanto essa non è assoluta, bensì temperata dalla stessa Costituzione. Il popolo esercita, o dovrebbe esercitare, questo suo potere in vari modi ben descritti nella nostra Carta e uno di questi è chiaramente il voto. Grazie ad esso viene eletta un’assemblea di uomini che, almeno in teoria, dovrebbe rappresentare l’intera popolazione italiana, la sua sovranità e pertanto garantirle la sicurezza necessaria, finalità principale del patto hobbesiano.

Il suicidio inglorioso della Chiesa cattolica

di PIER PAOLO PASOLINI

 

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di «Pellerossa» in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l’atmosfera appariva familiare e bonaria. Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in testa quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fotografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l’ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone «destino» o «storia».

paolo vi

Nella fattispecie, «destino» di Paolo VI e «storia» della Chiesa. Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui «il tacere è bello» (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all’attualità.