Il possibile conflitto di interessi di Renzi con gli italiani.

Nella trasmissione televisiva “La Gabbia” di Gianluigi Paragone, andata in onda domenica 2 novembre scorso, è stato trasmesso un servizio che, se veritiero, disvelerebbe una realtà molto preoccupante per la già claudicante impostazione democratica della Repubblica italiana.
Si tratta di un’intervista a Davide Serra, speculatore finanziario di mestiere nonché amico personale e sponsor del Premier Matteo Renzi. Nel rispondere alle domande della giornalista lo stesso Serra ha ammesso con spudorata baldanza di aver dato vita ad un fondo speculativo (“con sede alla Cayman” leggiamo su “Repubblica”) che lucra sui pignoramenti delle case degli italiani da parte delle banche.
Il fondo dello “squalo delle Cayman” de facto fa soldi sullo stato di crisi attuale e sulle sue ripercussioni sui cittadini più deboli presupponendo dunque un interesse per il suo peggioramento o quanto meno per la sua persistenza.
A questo punto nella mente di più di qualche d’uno particolarmente malizioso si potrebbe, abbastanza legittimamente, instillare il dubbio che alla base delle recenti politiche, denominate “riforme strutturali”, che hanno avuto ad oggetto l’arretramento dei diritti dei lavoratori per indurre la deflazione salariale, o peggio la disoccupazione,ci sarebbe un latente e perverso interesse, configgente con quello della maggioranza degli italiani (oltre che con la Costituzione), che miri ad aumentare l’insolvibilità dei mutuatari al fine di far lievitare i rendimenti del fondo speculativo immobiliare del finanziatore del Premier, tra l’altro in linea con l’obiettivo più ampio da un punto di vista macroeconomico di riequilibrare il conto delle partite correnti deprimendo le importazioni attraverso la distruzione della domanda interna; un progetto criminale per via degli inenarrabili costi sociali che comporta e in parte già attuato dai precedenti governi Letta e Monti (quest’ultimo “reo confesso” dichiarò, lo ricorderete, alla CNN: “we are actually destroying the internal demand”).
In altri termini, qualcuno potrebbe sospettare che Renzi nell’attuare pedissequamente il piano criminale richiesto dall’Europa (destroy the internal demand) riuscirebbe, pro domo sua, a farci cinicamente guadagnare il suo amico.
Sempre da Repubblica apprendiamo che Davide Serra in occasione della Leopolda ha lanciato una proposta non proprio disinteressata agli amici del Governo Renzi: “Serve una norma a costo zero che consenta alle banche di recuperare in tre anni una casa per il pagamento del mutuo non rispettato” come avviene in Spagna mentre “[…] in Italia ne servono sette”.
Una proposta talmente sfacciata che ha costretto il Premier a prendere, almeno formalmente, le distanze dal suo amico. Per il momento.
Diffidare è d’obbligo: se consideriamo, infatti, che la maggioranza parlamentare che ha votato la fiducia al Governo Renzi è espressione di un forte scollamento con il corpo elettorale. Non soltanto a seguito della scissione degli Alfaniani eletti con i voti di Forza Italia, “ribaltoni” che comunque ai tempi dell’ormai sempre più rimpianta Prima Repubblica erano all’ordine del giorno, ma, anche, e soprattutto, per l’arcinota, quanto irretroattiva, Sentenza, “ammazza porcellum”, della Corte Costituzionale n.1 del 2014.
Sebbene i Parlamenti eletti dal 2006 in poi ed i loro atti siano perfettamente legittimi, (l’art. 136 Cost. non lascia dubbi stabilendo che quando la Corte costituzionale dichiara l’illegittimità di una norma, questa perde efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione) il buon senso avrebbe comunque suggerito (come esimi costituzionalisti non hanno mancato di evidenziare) un tempestivo ritorno alle urne per via della gravità delle accezioni rilevate nella sentenza de qua.
Nemmeno si può dedurre un presunto consenso popolare nei confronti del Premier attualmente in carica dai risultati delle elezioni europee per la natura molto particolare di questo tipo di consultazioni caratterizzatesi per un forte astensionismo: gli euroscettici che rappresentano una sempre più consistente percentuale della base di tutti i partiti, e in alcuni di essi addirittura la maggioranza!, non si sono recati alla urne. Men che meno dai sondaggi sul gradimento nei confronti di Renzi o dalle “primarie”: a seguito cioè del voto (per censo!) di un ristretto gruppo all’interno di un’associazione non riconosciuta (il PD) nell’ambito della quale i votanti stimati sono stati all’incirca 2 milioni, ma sono molto meno considerando l’impossibilità di calcolare con precisione i voti plurimi, a fronte di un corpo elettorale italiano costituito da 50.399.841 individui (dati 2013).
In un simile contesto la recente espressione della Camusso: “Renzi è stato messo al Governo dai poteri forti” non appare nemmeno troppo peregrina.
Qualora, dunque, si accertasse che Renzi non è debitore al corpo elettorale della propria investitura perché mai dovrebbe esserne portatore di interessi (che poi dovrebbero essere gli interessi pubblici)?
Il rischio di una pericolosa deriva dello Stato democratico dai suoi principi ispiratori (cristallizzati nella Costituzione) verso un’oligarchia crematistica sembrerebbe infine verosimilmente attuale se raffrontiamo l’attività di indirizzo degli ultimi Governi con quella degli Esecutivi succedutisi durante il c.d. “trentennio glorioso”: in particolare alludo (solo per dirne una) al piano casa degli anni 50 varato da Amintore Fanfani con il preciso obiettivo di rendere effettivo un diritto di rango costituzionale (art. 47) che oggi viene fatto oggetto di speculazione finanziaria.
A.R.

Abitare

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Articolo 2 della Costituzione Italiana

 

Portrait

 

Cari lettori, proviamo insieme oggi a cercare una sintesi dell’Art. 2 della nostra Costituzione, quello che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.

Se dovessimo “riassumerli” questi Diritti, con quali parole d’ordine noi, come Società, potremmo trovare una facile connessione con i reali bisogni della popolazione ?

Penso che anche un semplice sondaggio avrebbe come risultato  le parole Lavoro e Casa, di sicuro i bisogni primari di questa Italia flagellata dalla Crisi.

L’articolo di questo mese si cala su una discussione politica che nelle ultime settimane ha mediaticamente dato i segnali di diventare una emergenza da cavalcare in questi periodi di riscaldamento pre-elettorale, da parte di numerosi esponenti politici.

Molte delle discussioni e delle polemiche di questi ultimi giorni sono incentrate sulla situazione delle Periferie e della questione dell’emergenza abitativa, le immagini di Tor Sapienza a Roma o di Corvetto a Milano ( anche se separate dal contesto inserirei le strade allagate dei quartieri di Genova devastati dalla 3° alluvione dell’anno ) sono un chiaro segnale di un disagio trascinato per anni che non può che avere una pericolosa deriva violenta, unica valvola di sfogo per situazioni incancrenite nel tempo.

A proposito di Leviathan

Sembra che le mie previsioni risalenti ad inizio anno erano piuttosto esatte.
Questo articolo è stato scritto in “collaborazione” con il mio carissimo amico Ambrogio che, seppur arriva spesso dopo del sottoscritto, ha una dovizia di particolari che fanno onore agli oltre 30 anni di esperto di finanza qual’è e che io non potevo assolutamente avere.
L’articolo è liberamente tratto da qui:

http://www.telegraph.co.uk/…/Spreading-deflation-across-Eas…

Come si fa…

Valerio Monteventi e Franco Bifo Berardi hanno scritto un libro per certi versi illuminante: ” Come si fa. Tecniche e prospettive di rivoluzione” che illustra quella che tradizionalmente è definita “lotta di classe”.
Scorrendo le pagine come un salto nel tempo, la storia degli oppressi che si ribellano fino agli indignados di tutto il mondo. C’è una differenza sostanziale tra rivoluzione e ribellione, termini usati spesso in modo interscambiabile: rivoluzione e’ cambiamento del sistema vigente, ma volendo cambiarlo, modificarlo, lo si accetta come unico sistema possibile; la ribellione invece è la completa opposizione al sistema, con posizioni radicali e pensiero critico, il ribelle lotta per un sistema diverso.
Usare quindi il termine ribellione e’ auspicabile, quando si lotta contro il neoliberismo e la dittatura finanziaria.
Bifo stesso afferma: ” il movimento che si sta diffondendo contro la violenza finanziaria ha solo cominciato la sua storia. Occorre inventare le forme efficaci di azioni perché questo movimento possa crescere, difendersi e costruire l’autonomia della società dal capitalismo finanziario, che la sta distruggendo. Per trovare queste forme dobbiamo conoscere la storia e le tecniche di alcune modalità di azione dei movimenti del passato. La violenza e la non violenza, l’appropriazione e lo sciopero, la sottrazione e l’esodo, l’antagonismo e l’autonomia”.
Ogni capitolo del libro racconta i momenti storici diversi, delle ribellioni umane ma partendo da un periodo contemporaneo, con il “general strike” di Occupy Wall Street, uno sciopero che ha bloccato un aeroporto importante come quello di Oakland. Un’azione popolare che ha prodotto ripercussioni di una portata incredibile. Lo sciopero quindi non è un mezzo sorpassato e obsoleto se usato e organizzato nel modo giusto. Ma non solo lo sciopero e’ annoverato tra i molti mezzi usati per ribellarsi : boicottaggio, autoriduzione delle bollette, occupazione di fabbriche e di case. E proprio di quest’ultima ne sentiamo in televisione ogni giorno, nelle periferie di Roma o di altre città, occupazioni delle case popolari da parte di disperati , in certi casi occupazione di case già occupate illegalmente e ancora una volta il racket della malavita che guadagna sulla disperazione e la miseria.
Anche l’occupazione e’ una forma di ribellione. Un grido disperato a uno Stato che esiste sempre meno come unità individuale e sovrana. Bifo e Monteverdi danno una visione ottimista delle possibili conseguenze di una ribellione di massa, citando il caso Argentina dove tumulti, disoccupazione di massa e agitazioni hanno portato alla rinascita della solidarietà, del baratto, delle mense popolari. “…..bisogna resistere alle politiche neoliberiste e allo stesso tempo organizzare solidarietà e mutualismo.”
Bisogna rinnovare l’immaginario per resistere. La politica tradizionale e’ incapace di ribellarsi alla dittatura finanziaria i cui meccanismi funzionano autonomamente, rimane l’azione del popolo e del mutuo soccorso.

Sovranità, autonomia o indipendenza? Questo è il dilemma

Alla luce delle recenti tendenze politiche caratterizzanti svariati movimenti e sempre più miranti a strane forme di rivendicazione di partecipazione locale, di autonomia o di indipendenza contro un “cattivo” potere centralizzato, si cercherà di fare chiarezza sui fondamenti concettuali di tutte queste tendenze in relazione al sovranismo da noi sostenuto.

Indipendenza. Con tale termine si intende la richiesta più o meno incisiva di recedere un territorio dal potere sovrano dello stato che lo congloba. In Italia sono noti i movimenti secessionisti veneti, sudtirolesi, sardi, siciliani e via dicendo. In tal senso indipendenza è spesso sinonimo di separatismo, anche se i diversi contesti e le diverse sensibilità lo declinano ogni volta in maniera diversa.

Autonomia. Con questo termine si intende la richiesta di maggiori poteri locali, che vadano a mitigare quello che spesso viene considerato come un eccesso di potere centralizzato. In Italia sono noti vari movimenti autonomisti, il più conosciuto è quello della Lega Nord (con qualche dubbio a riguardo), tramite la sua richiesta pluridecennale (e in verità mai portata a compimento) di un federalismo fiscale. L’autonomia dovrebbe però riguardare non soltanto l’ambito fiscale, ma anche gli altri ambiti della vita politica: autonomia politica e amministrativa ad esempio. Si nota di sfuggita che in un certo senso forme di autonomia speciale sono già realmente delegate dalla nostra costituzione a regioni come la Sicilia, la Valle d’Aosta e così via.

La medicina difensiva come scusa e come illecito

“Le ordino alcuni esami, giusto per pararmi il culo” [1]

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Il modello che DeKay e Asch, considerando la medicina difensiva, hanno proposto che i magistrati adottino nel giudicare la responsabilità professionale medica [2]

 

 

Di recente il Tribunale di Milano, giudice Patrizio Gattari, ha emesso una sentenza sulla responsabilità professionale del medico che è stata definita “rivoluzionaria”. La sentenza rende più difficile ottenere risarcimenti, considerando non più “contrattuale” ma “extracontrattuale” la responsabilità del medico ospedaliero [3]. Credo che con la sentenza i magistrati mostrino, o meglio confermino [4], di essere amici del giaguaro. Il giaguaro sono i grandi interessi economici che, imponendo l’attuale modello di medicina, sono all’origine delle storture e dei danni che spesso portano i pazienti a rivolgersi al magistrato.

Privo di preparazione giuridica, commento la sentenza sotto il profilo medico e politico. Non accuso di essere “amici del giaguaro” i giudici perché pongono un freno alle cause contro i medici. Le cause per malpractice sono divenute in buona parte un’industria fraudolenta indotta dall’industria fraudolenta della medicina [5]. Es. in USA è in corso una forte espansione del settore dei dispositivi medici, che si avvale di una regolamentazione per l’immissione sul mercato meno rigida rispetto a quella per i farmaci. Invece di arginare il fenomeno con una legislazione adeguata sulla messa in commercio di nuovi dispositivi, che preverrebbe il contenzioso, ma frenerebbe il business, si stanno moltiplicando le cause dovute a danni da dispositivi medici; ed è in corso di sviluppo un nuovo settore della giurisprudenza su questa sottocategoria [6].

Il “Sacro Dovere”

“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.”

Costituzione della Repubblica Italiana, art.52 comma 1

 

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali […]”

Costituzione della Repubblica Italiana, art.11

Ricevetti la famosa “cartolina verde” alla fine di settembre del 2004 per partire alla volta di Taranto nel novembre successivo. La Marina Militare Italiana mi voleva con sè nell’ultima chiamata di leva della sua storia. Nel dicembre del 2004 le forze armate italiane incominciarono ad alimentare le loro fila solo su base volontaria. La riforma delle Forze Armate muoveva i primi passi.

 Ma chi, politicamente, volle perseguire questa riforma che trasformava un esercito popolare in un esercito professionale? Uno a caso, dirà scherzosamente qualcuno: il ministro della difesa del I° Governo Prodi e cioè Beniamino Andreatta.

 Era il 17 maggio 1996 quando Beniamino Andreatta giurava fedeltà alla Costituzione dinanzi al presidente della Repubblica ricevendone l’incarico di Ministro della Difesa.

Non perse tempo e il 21 giugno 1996 già annunciava una piccola rivoluzione nelle forze armate.

Osservazioni sul documento Renzi-Giannini

Pur riconoscendo il «rischio che le nuove funzioni legate all’autonomia abbiano distolto l’attenzione dalla relazione con lo studente» (p. 47), il Rapporto firmato da Renzi e Giannini, La buona scuola, lungi dal ricusarla o almeno ripensarla, proclama di volerla «realizzare pienamente» (p. 62). Così corrobora il sospetto che l’autonomia scolastica sia un errore tecnico intenzionale, una delle tante riforme che, ad onta dell’augurio contenuto nel nome, mirano soltanto ad «attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere …», per ricreare il mondo di cinquanta, cento anni fa, in cui «il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento» (sono le parole austere dell’europeista Padoa Schioppa in un articolo sul Corriere della Sera del 26 agosto 2003).

Giorgio Bo, ministro delle Partecipazioni Statali

Giorgio Bo, rappresentante storico della cosiddetta “sinistra DC”, docente di diritto in varie università italiane, ministro delle partecipazioni statali in otto governi della Repubblica, figura meno rievocata di quella classe dirigente responsabile della rinascita italiana nei decenni del dopoguerra e del miracolo economico, rappresenta l’ennesimo esempio di generosità, dedizione e caparbietà profusi per l’interesse generale della nazione. La lunga voce a lui dedicata del Dizionario Biografico degli Italiani (1988) fa emergere il ruolo fondamentale svolto dal Bo nel promuovere un nuovo modello di gestione pubblica aziendale e nel favorire, all’interno di un rinnovato quadro di relazioni industriali – anche a livello di associazioni sindacali di aziende partecipate dallo stato (Intersind, ASAP) -, un complesso di azioni coordinate rivolte a perseguire coerentemente gli obiettivi di politica economica e sociale fissati dai governi.

Leggendo si scopre ancora una volta come la storia della Prima Repubblica sia stata fatta da statisti di assoluto livello che credevano nel loro paese. Non c’era ancora spazio per gli avventurieri carrieristi di oggi. Lo dico soprattutto ai detrattori stupidi e ripetitivi, abituati ad elencare solo le contraddizioni italiane (reali o presunte) , senza indicarci l’esistenza – passata o presente – di un altro grande paese privo di contraddizioni.

Contro l’uscita controllata: desiderare il conflitto politico

Senza accordo degli Stati dell’Unione, si esce – dall’euro o dall’Unione –  comunque con una rottura dell’ordine giuridico europeo.

Le tesi che si possa uscire dall’euro senza uscire dai trattati, variamente argomentate, giuridicamente non si reggono nemmeno su uno spillo. Ma il problema giuridico è astratto e anzi inesistente, perché la rottura dell’ordine giuridico europeo, se si esce soltanto dall’euro,  non sarebbe un problema giuridico. Sarebbe  un problema politico.

Non diversamente, anche a recedere dai trattati europei (ossia dall’Unione), come è previsto dall’art. 50 del Trattato dell’Unione europea, nei due anni che correrebbero tra l’atto di recesso e la sua efficacia, sarebbe necessario prendere provvedimenti di rottura dell’ordine giuridico europeo (vincolare la circolazione dei capitali e dotarsi già di una moneta nazionale). Anche in questo caso, quindi, il problema giuridico sarebbe irrilevante, perché il conflitto sarebbe politico.

Senza accordo degli Stati, volto a porre fine all’avventura dell’Euro, il conflitto politico sarà comunque ineludibile.

Se si debba recedere dalla UE o dall’euro è, dunque, problema esclusivamente politico, non giuridico e tantomeno economico.

Capire il vicino oriente grazie a un discorso di Seyyed Nasrallah

Il discorso di Seyyed Nasrallah, che offriamo in lettura, consente ai curiosi di compiere molti passi avanti nella comprensione della situazione politica e militare del vicino oriente.

Alcuni luoghi comuni diffusi in occidente escono completamente dissolti, conclusione che il lettore riesce a trarre con certezza, al netto della scontata partigianeria dell’autore del discorso.

Democrazia platonica

Il sistema capitalistico ha sempre usato la democrazia come strumento di manipolazione di massa. Ma di quale democrazia sto parlando? Di quella che abbiamo avuto fino a ieri molto simile alla Caverna di Platone, dove gli uomini nel buio della non- conoscenza e non-consapevolezza si agitano per ottenere una libertà fittizia ( lo schiavo che lotta per una catena più lunga).
La vera democrazia, infatti, metterebbe in pericolo il capitalismo e i suoi interessi; non potrebbe conciliarsi per esempio, con l’accumulo della ricchezza come base di funzionamento della società, perché la democrazia tende a raggiungere uno stato di uguaglianza sociale.
La democrazia falsa, fino ad oggi ha portato la gente a credere che partecipare alla vita democratica consista nel delegare ogni volta il potere con le elezioni, quando una vera democrazia necessita di revisione continua e di partecipazione assidua per vigilare il corretto funzionamento delle istituzioni.
Con la perdita della sovranità abbiamo assistito a un veloce decadimento anche di quest’ultimo barlume di democrazia strumentale.
Il potere si è spostato di baricentro, si è accentrato fuori dai confini dello Stato sociale e esistendo lontano anche dal punto di vista logistico, si assicura un aurea di intoccabilità e indecifrabilità.
La vecchia ‘democrazia senza popolo’ ( come l’ha definita Rodotà ) ha lasciato il posto alla dittatura europea finanziaria e mentre con la ‘vecchia’ dopo le elezioni si chiedeva al popolo di rimanere in silenzio per attuare le manovre, con la nuova dittatura non sono più necessarie nemmeno le elezioni perché obsolete ( Monti, Letta, Renzi insegnano). Il popolo è chiamato a sopportare, in silenzio possibilmente, ogni umiliazione imposta come unico e giustificato sacrificio al bene finanziario ed economico.
E’ un errore dunque, pensare di arrivare a una crisi assoluta della società prima di proporre un nuovo modello? La risposta è SI! È un errore perché si perderebbe molto, troppo lungo il cammino verso il tracollo e tanti, troppi perirebbero sacrificati ingiustamente. Per questo motivo oggi è necessario agire e subito per riconquistare gli strumenti che ci permettono di ristrutturare la vita sociale in ogni suo aspetto e l’economia del paese su nuovi paradigmi culturali. La sovranità è uno di questi strumenti indispensabili perché restituisce al paese il controllo del destino del suo popolo. Senza sovranità è inutile pensare di far politica con progetti di lungo periodo perché il futuro appartiene ai mercati, è fuori dalla gestione dello Stato e quindi indecifrabile. Senza sovranità non è pensabile proporre sistemi economici alternativi e soluzioni per il rilancio del paese.
Le forme di sovranità esistono perché esiste il popolo, è funzionale ad esso e al popolo deve tornare, attraverso le istituzioni funzionali al benessere sociale. Sovranità significa anche ricostituire uno stato di diritto, dove l’uomo è’ al centro come soggetto e beneficiario del diritto stesso, per la sua felicità e benessere.

Le suicide français

Nel mese appena trascorso qualcosa si é consumato nelle menti dei francesi, é forse il mese della svolta politica della Francia per i prossimi anni. Quello che si sta realizzando in questi giorni é il crollo silenzioso, ma sempre più rapido di un sistema che dura da 40 anni, dal 1968. qualcuno osa dire dal 1789. Cosa é successo direte voi? Nulla! E proprio qui sta la stranezza! E’ un po’ come nelle fiabe quando si rompe l’incantesimo che teneva addormentato tutto il villaggio e tutti, senza alcun rumore o accidente particolare si destano dall’ipnosi e riiniziano a vivere, a camminare, a pensare. Nell’elite del castello é il panico collettivo. Le redazioni rifilano senza sosta speciali sulle 2 guerre con riferimenti a possibili scenari futuri e nuovi reality sulla convivenza multicomunitaria felice. Come già detto non é successo niente. Ma tutti  i sondaggi danno per certo il primo posto di Marine Le Pen alle prossime presidenziali con scores che vanno dal 30% del primo turno al 55% nel secondo, chiunque saranno i suoi avversari. Fin da ora più della metà dei francesi é pronta a votare MLP  al secondo turno. ma non é questo il dato importante, ma il cambiamento sociale importante che si cela dietro questo nuovo scenario. Perché si sa i sondaggi cambiano e le nuove elezioni saranno nel 2017, tanta acqua deve passare sotto i ponti. Ad allaramare l’establishment non é più il front national, ma i francesi stessi.

Il luogocomunismo.

Si suol definire l’offensiva tutt’ora in corso, “crisi”.
Prende forma e si manifesta con una serie di slogan e luoghi comuni che sono entrati a far parte della nostra vita quotidiana: dal sempre verde “meno stato più mercato” a tutta una serie di parole d’ordine come “liberalizzazioni”, “privatizzazioni”, “libera concorrenza” che vanno a braccetto con “austerità”, “rigore”, “taglio della spesa”, fino ad un emblematico richiamo ai tempi dell’infanzia, “i compiti a casa”.
L’indignazione per una classe politica pesantemente delegittimata lascia trasparire la diffidenza per i servizi gestiti dalla mano pubblica. La necessità di imprecare contro tutto ciò che puzza di Stato, opportunisticamente instillata in un popolo disorientato dalla grancassa mediatica, sembra un tentativo di lasciar sfogare la montante collera popolare con una sorta di autoflagellazione.
Come è stato possibile che un luogo comune come “i politici sono corrotti” sia diventato il nucleo fondativo di una ideologia sociale?
Fino ad un certo punto potrebbe anche essere utile, se questo servisse a richiamare gli elettori ad una promozione e selezione più attenta della propria classe dirigente, ma appare evidente, con l’aria che tira, che il risultato desiderato sia un altro. In un contesto di sfiducia generalizzata, diventa molto più facile far passare l’idea, senza suscitare sgomento, che l’Unione europea sia il giusto antidoto ai governi democratici:

La Legge di stabilità e l’ingannevole evergetismo renziano.

Al Tg Rai delle 13.00 del 18 ottobre a proposito della legge di stabilità hanno parlato di “manovra espansiva ottenuta attraverso un taglio delle tasse coperto con la riduzione della spesa pubblica”.
Gli fa eco Linda Lanzillota Vice Presidente del Senato intervistata a Skytg24 Pomeriggio: “Legge di stabilità: Manovra espansiva come non si vedeva da vent’anni”.
E ancora da un ANSA del 16 ottobre: “Una manovra da 36 miliardi di euro, espansiva e studiata con l’obiettivo preciso di abbassare le tasse, arrivate ad un livello che, secondo la definizione di Matteo Renzi, è ormai pazzesco”.
Debora Serracchiani, vicepresidente nazionale del Partito democratico, a T-Mag: “Una manovra finalmente espansiva”.
Insomma il mainstream sta cercando di far passare il messaggio che la Legge di Stabilità 2015 sia una manovra espansiva.
Ma è veramente così?
Da un qualunque testo di politica economica apprendiamo che la politica di bilancio può essere espansiva, restrittiva oppure in pareggio.
Una manovra fiscale espansiva per essere correttamente definita tale deve necessariamente implicare un disavanzo di bilancio pubblico così come una manovra restrittiva genera al contrario un avanzo di bilancio. Una politica incentrata sul pareggio di bilancio infine impone l’uguaglianza tra le entrate e le uscite ovvero una politica fiscale in cui le entrate fiscali eguagliano la spesa pubblica.

La Costituzione come “giusto mezzo” tra totalitarismo e anarchia

In questo post vorrei analizzare la relazione tra due forze contrastanti che agiscono sulla storia umana: l’autorità di uno stato contro la libertà individuale. Per fare questo mi sono servito della lettura del breve saggio di Bertrand Russell, Autorità ed Individuo.  Russell l’ha scritto nel 1949 e, nonostante sia ovviamente influenzato dalla cultura etico-politica della fine della seconda guerra mondiale, offre spunti ed analisi molto interessanti e attuali.  Inoltre l’autore, proviene da una cultura tecnica anglosassone liberale notevolmente imbevuta della paura del comunismo e degli effetti devastanti delle guerre (non ultimo la bomba atomica). Infatti anche qui si fa ricorso al “mitico” Governo mondiale:

Non si vede limite ai vantaggi delle grandi dimensioni, sia nelle organizzazioni economiche, sia in quelle politiche, se non si tratti dei limiti del pianeta intero.

Poichè la terra è di dimensioni finite, questa tendenza al controllo autoritario completo, se non vi sipone un freno, deve concludersi con la creazione di un solo stato mondiale.

Il patriottismo non avrà nessuna parte da rappresentare nelle faccende del governo mondiale; bisognerà che la forza animatrice venga trovata nell’interesse egoistico e nell’altruismo. Potrà persistere una società simile?

Deutschland über alles?

Cominciamo da una semplice definizione: il vocabolario designa l’idolatria come “ammirazione spinta all’eccesso”. L’idolatra è pertanto colui che dimostra una “ammirazione eccessiva o un amore esaltato per qualcosa o qualcuno”. Bene, l’Italia è un Paese di poeti, santi, navigatori e..…idolatri. Ebbene sì, siamo divenuti una nazione di idolatri. L’esterofilia che ci sta letteralmente disintegrando e che in realtà si declina quasi totalmente in una fanatica quanto irrazionale germanofilia, è una tendenza che non trova ormai più alcun argine, tracimando con tutta la sua furia distruttiva all’interno delle italiche sponde. E contenere una tale piena sembra essere davvero arduo, nonostante di ragioni per farlo ve ne siano in abbondanza.

Dai “reggitori” dello Stato (se scorgete ancora sia i primi che il secondo fateci un cenno) al semplice avventore del bar di periferia, il refrain è sempre e solo lo stesso: adottare il modello tedesco. Dal momento che siamo un popolo di cialtroni e scansafatiche votati alla corruzione e all’inefficienza, che si prenda allora esempio dalla integerrima corazzata teutonica. Ora, che il popolo italiano non sia proprio esente da pecche va da sé ma, attenzione, perché l’aggettivo teutonico presenta una certa qual tetra assonanza con il sostantivo Titanic. La corazzata non è inaffondabile, e chi la guida, a nostro avviso, è troppo spesso sopravvalutato.

I mondi dietro le parole

“Per poter essere forte,
diventa un artista della parola;
perché la forza dell’uomo è nella lingua,
e la parola è più potente di ogni arma”.
Ptahhopte, 2000 a.c.
(maestro spirituale egizio, poi divinizzato)

 

L’importanza della parola è una delle grandi scoperte dei Sofisti.
Prima di loro, i pensatori più antichi neppure si interrogavano sul linguaggio, perché molto semplicisticamente consideravano collegati, tanto da essere indistinti, i 3 strumenti della conoscenza: la cosa reale, il pensiero che la conosce e la parola che la esprime. Ne derivava l’uguaglianza tra pensiero e verità, e quindi un’assoluta, ingenua fiducia nell’infallibilità del pensiero.
I Sofisti ebbero invece il merito di scardinare l’assioma che si basava su questo cieco ottimismo, o forse sarebbe meglio dire presunzione, e furono i primi a parlare delle tante facce della verità, della pluralità delle opinioni, e del potere persuasivo delle parole.
Questo può e deve spaventare, perché vi è un limite dove le certezze diventano convinzioni, e “le convinzioni sono nemiche della verità, più pericolose delle menzogne” (F. W. Nietzsche).
Dopotutto lo stesso Socrate, il simbolo dell’umana ricerca dell’unica verità, sapeva bene che la maieutica è l’unico mezzo, ovvero il travaglio e le doglie del parto. e il parto, non è mai detto che sia singolo…

Ai giovani delle Università italiane

Una lettera meravigliosa e immortale, che spinge ad essere forti, pazienti, perseveranti, disciplinati, coraggiosi (SD’A)

 

O giovani, voi siete d’una terra che fu grande oltre ogni altra, grande, essa sola nella storia d’Europa, due volte, e sarà grande la terza. Le vostre Università diffusero istitutori e scienza a tutti i popoli. Le vostre scuole filosofiche cacciarono fin dal XVII secolo i germi, pur troppo inavvertiti fra noi, delle dottrine che diedero e danno vita alle scuole Francesi e Tedesche. Il vostro intelletto, potente quanto quello d’ogni altra contrada, è più audace e più rapido. E il Genio Italiano, quando Genio Italiano fu, non guasto, non traviato dal vezzo dell’imitazione straniera, ebbe sempre, unico in Europa, capacita singolare di porre in perfetta armonia due cose quasi sempre disgiunte, la sintesi e l’analisi, la teorica e la pratica, il pensiero e l’azione. La civiltà dei padri nostri, gli Etruschi, faceva tutta la legislazione interprete d’un concetto religioso, e architettava la terra, la città sull’ideale che si formava del cielo. Pitagora, italiano, se non per nascita, per adozione, e gl’Italiani di lui seguaci, non soddisfatti d’essere depositari del più alto e profetico sapere che allora fosse, sentivano il bisogno di tradurlo in atti e ordinavano associazioni segrete e città repubblicane nel mezzogiorno della Penisola. Dante era poeta, guerriero, pensatore politico e profugo cospiratore ad un tempo. Machiavelli affrontava tortura e persecuzioni. Michelangiolo fortificava i bastioni di Firenze. Tommaso Campanella scendeva dalla sfera delle utopie filosofiche per proporre ordinamenti di Stati e congiurava audacemente contro la dominazione straniera. I nostri più potenti intelletti furono apostoli e martiri. L’unita delle umane facoltà non s’è mai rivelata tanto quaggiù quanto nella nostra Italia. Voi siete degni, giovani, d’altri destini che non quelli ai quali oggi ancor soggiacete.

L’ineludibilità di fare i conti con la realtà

di Alessandro Bolzonello

2396832706_1b9624ab60Da ‘uomo di chiesa’, benché da qualche anno ‘alla finestra‘, osservo con interesse l’azione di papa Bergoglio. In virtù della mia storia, quindi della mia identità, lo faccio con profonda attenzione e coinvolgimento.

Mantengo alta la convinzione che un ciclo storico-culturale sia da tempo concluso, che sia irreversibilmente consumata la capacità del cattolicesimo di comunicare e costruire senso e valore. Un’epoca è finita benché si trascini arrancando da anni; la Chiesa Cattolica è depotenziata, tenuta in vita prevalentemente per rispondere a bisogni di identità e appartenenza. Proseguire e perseguire senza mettere in discussione l’esistente è ‘accanimento terapeutico’.

Constato altresì che non sono arreso: qualora si crea l’occasione continuo a ‘lanciare il sasso‘ per vedere se i tempi siano maturi per una svolta; sono consapevole che non solo potrei non avere l’opportunità di dare il mio contributo ad un ipotetico rilancio, ma anche potrei assistere ad alcunché in corso di vita.