La bubbola dello stato europeo

La bubbola dello stato europeo

di Luciano Del Vecchio

 

Oggi l’Unione europea è un corpo informe e tale rimarrà, perché per sua natura e per principi fondativi non può costituirsi stato. L’eurocrazia finanziaria, infatti, non intende per nulla trasformare l’Unione in uno stato, federale o confederale che sia, perché lo Stato è appunto ciò che i principi della dottrina economica liberista, incarnatisi nell’Unione europea, vogliono distruggere, ma non riprodurre su scala più grande.  Ma, sia pure come ipotesi o come sogno, sappiamo che uno stato per nascere deve comunque darsi una politica estera e militare, altrimenti non nasce. Ogni stato nasce armato; e a volte, oltre che armato anche guerrafondaio. Qualora dovesse costituirsi stato, l’Europa non farebbe eccezione; per il momento è un paradossale monstrum perché riesce a essere guerrafondaia, presente su tre continenti, prima ancora di diventare stato. Perciò lo stato europeo non nasce, non solo perché manca di un popolo, di una lingua, di omogeneità culturale, di un comune sistema di comunicazioni, di capacità a darsi un comune fisco e bilancio, ma anche e soprattutto perché gli stati presunti confederandi non riusciranno mai a concordare ed esprimere una comune politica estera e militare.

Gaza, la No-go Zone

Secondo l’ iDMC di Ginevra la creazione di una “no-go zone” all’interno del territorio di Gaza da parte di Israele è iniziata nel 2000, con i primi livellamenti del terreno lungo  la recinzione di confine (eretta nel 1994).
A metà 2006 il perimetro livellato aveva una larghezza variabile fra i 300 e i 500 metri.

A fine 2012 la OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, stimava che il 35% terreni agricoli disponibili era stato pregiudicato da queste limitazioni.

La mappa sottostante descrive la situazione a dicembre 2012. Una versione ad alta definizione è reperibile qui.

Il perimetro che l’esercito israeliano definisce ARA (Access Restricted Area, area ad accesso limitato) è suddiviso tre parti:

1) Una zona vietata (“no-go-zone”) larga cento metri a partire dalla recinzione di confine. In questa porzione il terreno è livellato e sgombero da costruzioni e vegetazione. L’accesso è proibito e stazioni di fuoco  a controllo remoto sparano su chiunque vi si avventuri.
2) Una zona ad accesso limitato esclusivamente ai contadini, che possono entrarvi solo a piedi, larga ulteriori 200-300 metri.
3) Una zona di 1500-2000 metri definita “a rischio” (?),  – probabilmente perché, come indicato nelle note della cartina, nonostante il permesso di accesso fino a cento metri dal confine, nel corso del tempo vi si sono verificati diversi incidenti a danno di civili.

Nella cartina vengono indicati anche i limiti di pesca, originariamente di 3 miglia, portate a 6 in seguito agli accordi di cessate il fuoco del novembre 2012.

 

Perché gli Stati Uniti mentono sull’Iraq? – Un articolo del Guardian

Nonostante il titolo, scopo di questo post è illustrare che gli Stati Uniti mentono sullla situazione irachena. Ipotizzare perché lo facciano, passare al vaglio logico le ipotesi, affinarle, scartarle sono compiti che lasciamo ai lettori.

Le verità di fatto che intendiamo dimostrare sono:

1) che l'IS (ex ISIS o DAESH, già ISI) è l'elemento di un'alleanza e gli alleati non soltanto sono militarmente forti almeno quanto l'IS ma hanno il consenso di moltissime tribu' sunnite: l'IS è la forza d'urto, la prima linea dell'alleanza;

2) che gli Stati Uniti conoscono la situazione e anzi l'avevano preveduta da tempo, perché conoscevano gli stretti rapporti tra chi comanda e dirige la ribellione sunnita e l'IS: al momento del ritiro dall'IRAQ erano stati elaborati documenti strategici che avevano ipotizzato l'insorgenza sunnita esattamente nella forma che ha assunto.

Il documento strategico informativo che segnaliamo risale al luglio 2011. Quindi per accertare la verità del punto 2), ossia che gli Stati Uniti ipotizzavano una insorgenza sunnita, sapevano quali forme avrebbe assunto, quali forze l'avrebbero capeggiata, quali fossero i rapporti tra queste forze e l'IS, si deve leggere l'interessantissimo e importante documento strategico testé linkato, eventualmente attraverso un traduttore online, perché il documento è scritto ovviamente in inglese.

Demografia ed occupazione.

In questo articolo si analizzeranno degli aspetti riguardanti la situazione demografica nei paesi della zona euro, mettendoli in relazione con la dinamica occupazionale di un arco temporale compreso tra il 2001 ed il 2012.

Tra le varie disomogeneità che caratterizzano i paesi appartenenti all'unione monetaria, una delle più rilevanti è quella riguardante le le diverse caratteristiche demografiche.

Uno dei dati più significativi, illustrato nel grafico 1, è quello della speranza di vita alla nascita.

Grafico 1: Speranza di vita alla nascita.

  E' facile constatare come, a fronte di un generale miglioramento delle aspettative di vita, nell'arco temporale analizzato, vi siano ancora gruppi di paesi con valori sensibilmente più bassi della media, indice di condizioni generalmente meno favorevoli, vedasi il caso delle repubbliche baltiche e della Slovacchia. Spagna, Italia e Francia, invece, mantengono il primato dei paesi con gli abitanti più longevi.


Il grafico 2 va ad ordinare i medesimi valori per l'incremento percentuale, evidenziando in tal modo chi ha sperimentato un più alto miglioramento delle aspettative di vita.

Grafico 2: Variazione percentuale della speranza di vita alla nascita, periodo 2001-2012.

L’Italia è finita?

«Mi pare che la traduzione di questo libro arrivi nel momento opportuno per capirlo, quando l'Italia, partecipando allo sforzo di molte nazioni desiderose giustamente di non diventar asiatiche per forza della Russia, si unisce ad esse per fondersi in un'Europa, capace di resisterle. L'Italia fa benissimo [...]. Ciò vuol dir riconoscere che il suo tentativo di formare uno Stato nazionale è fallito. L'Italia sarà forse una provincia dell'Impero europeo. Il Risorgimento arrivò troppo tardi, come troppo tardi l'Italia riuscì a diventare un paese coloniale, quando il tempo della colonie stava per tramontare. Fondendosi in un'Europa, che non graverà la mano sull'Italia, come farebbe la Santa Russia, essa si salverà,  rinunzierà a competere con le altre nazioni e ad acquistare quel primato che speravano Mazzini e Cavour, De Sanctis e Garibaldi, Crispi e Oriani; per non parlare del padre del Risorgimento, Gioberti. Sarà sempre il giardino di Europa e il paese preferito per il viaggio di nozze degli Europei. Spupillerà i lords inglesi, come Boswell, e aprirà gli occhi ai giovani tedeschi, come Goethe; ma non detterà leggi ai vicini. Se l'Europa sarà fatta» (G. Prezzolini, L'Italia finisce, ecco quel resta, Rusconi Libri, 1994 Milano, p. 9)

Come unirsi contro l’Unione

Ricevo e volentieri pubblico (SD'A)

di Mimmo Porcaro

Uno dei principali problemi di chi vuole uscire dall’Unione europea e dall’Euro è quello di costruire una grande alleanza sociale e politica capace resistere alla dura reazione che i grandi poteri nazionali (ma soprattutto internazionali) non mancherebbero di scatenare di fronte a questo “inaccettabile” gesto di autodeterminazione. Un’alleanza capace, quindi, non solo di guadagnare il consenso politico e morale di milioni di cittadini ed elettori, ma anche di metter mano ad un concreto programma alternativo di rilancio dello sviluppo del paese, base materiale della resistenza contro le iniziative ostili che, almeno in un primo momento, si concretizzerebbero proprio nel tentativo di strangolamento economico. Una simile alleanza non può non prevedere un riavvicinamento di ciò che in questi anni è stato (a volte artificiosamente) separato: e quindi una riunificazione dei diversi spezzoni in cui si è frammentato il lavoro dipendente, ed una nuova relazione tra l’intero mondo del lavoro dipendente ed una parte significativa delle piccole e medie imprese. Questo riavvicinamento si presenta indubbiamente come cosa assai difficile, e richiede decisi mutamenti di atteggiamento sia agli uni che agli altri. Proprio per questo conviene parlarne da subito, e con franchezza, precisando che quanto dirò vale sia nell’ipotesi di una rottura prodotta dal nostro paese che nell’ipotesi di una rottura subita: le turbolenze ed i rischi di regressione in questo secondo caso non sarebbero inferiori (anche per la presenza di una ormai innegabile tendenza alla guerra) alle conseguenze di un nostro scatto di dignità nazionale.

“LA RAGIONE”

"La storia moderna e' subentrata a quella medioevale nel momento in cui vennero instaurate le istituzioni che distinguono singolarmente l'epoca moderna da quella medioevale, questo accadde nel concilio di firenze nel lontano 1439, le nuove istituzioni erano:
- la concezione dei moderni stati nazionali sotto il governo della legge naturale ;
- il ruolo centrale della promozione del progresso come mandato conferito alla repubblica".
La citazione qui riportata appartiene ad uno scrittore molto piu' titolato ed informato della persona che sta scrivendo ora…e da quando questa affermazione mi e' entrata nella testa non ho potuto fare a meno di pensare a quanto siamo lontano dal quel 1439 quando idee rivoluzionarie spingevano le persone a cambiare un'epoca, a cambiare l'umanita intera. Questi principi invece di evolversi e perfezionarsi attualmente sono distrutti, sbiaditi, annullati da un pensiero comune istillato e strumentalizzato da persone celate alla massa che hanno come unico obbiettivo quello di distruggere "la ragione", la qualita' primaria che differenzia l'uomo dagli animali, la qualita' che ha reso possibile anche cose apparentemente impossibili. Queste fantomatiche persone si celano dietro ipocriti "buoni" propositi e dietro un pensiero conosciuto come il "FATHER KNOWS BEST" che in teoria dovrebbe giustificare ignobilmente ogni scempio da loro commesso…gia', perche' un essere umano libero, pensante ha la reale possibilita' di capire, valutare, cambiare e combattere ogni cosa che ritiene sbagliata, dannosa per se stesso e per gli altri. Potrebbe sembrare un pensiero banale, forse, ma a pensarci bene non proprio cosi' scontato: ritengo che l'obbiettivo primario di quasiasi individuo che pensa di possedere ancora "la ragione" sia di fare il possibile per risvegliare la coscienza delle persone, per innescare un meccanismo culturale/sociale/politico/economico che riporti al centro della collettivita' il rispetto della vita umana ed il benessere collettivo….ad ogni costo, lo abbiamo gia' fatto piu' volte, storicamente, e lo rifaremo ancora perchè possiamo. Io spero di vedere almeno il principio di questo grande cambiamento, e di farne parte.

Prezzi Fissi

Supponiamo di essere titolari di un’azienda che fa un prodotto specifico, tipo Forni a Microonde.
Li facciamo benissimo, tecnologicamente all’avanguardia ad un costo molto competitivo. Il meglio sul mercato insomma.
Ovvio che tutti li acquisteranno, ne venderemo migliaia e faremo grandi profitti. Bene.
Il problema sorge quando il mercato comincia a funzionare, cioè quando, per la legge della domanda e dell’offerta i nostri prezzi inevitabilmente cominceranno a salire. Questo è normale in un’economia di mercato : più un bene è richiesto e più il suo prezzo salirà.
E’ la logica che sottende, il linea generale, al concetto di inflazione.
L’aumento del prezzo del nostro bene tenderà a farci perdere quote di mercato, non fosse altro perché il nuovo prezzo maggiorato diventa troppo elevato per una fascia sempre maggiore di clienti.
Avremo un calo delle vendite a favore di concorrenti produttori di Forni di più basso valore tecnologico ma di prezzo più abbordabile. Quindi avremo un calo dei profitti. Dovremo riconsiderare mezzi e fattori di produzione e in generale riposizionarci sul mercato.
Potessimo mantenere i nostri prezzi stabili, indipendenti dalle logiche e dalla dinamica del nostro mercato sarebbe meglio. Ma in questo contesto non si può.
Abbiamo però una possibilità.
Quella di produrre in zone ( paesi ) nei quali la dinamica dei prezzi risulti più rallentata, dove non sia sincrona con la struttura economica dei nostri luoghi di vendita.
Trovato il paese a minore inflazione vi spostiamo i mezzi e i fattori di produzione inutilizzati o anche la totalità di essi, integriamo la nostra offerta e ritorniamo a difendere il nostro profitti. Abbiamo così evitato il meccanismo di riallineamento automatico dei prezzi.
I prezzi dei nostri concorrenti aumenteranno più dei nostri, e dato che noi produciamo comunque un prodotto migliore, conquisteremo più quote di mercato ( se non addirittura tutto quanto.. ).
Ma sorge un problema : il paese nel quale siamo andati a produrre ha una moneta diversa da quella circolante nel nostro mercato di riferimento. Questa condizione ci fa ricadere ancora nelle logiche proprie dell’economia di mercato.
La moneta, come tutti gli altri beni, soggiace alla legge della domanda e dell’offerta. Io produco beni prezzati con la moneta del paese a bassa inflazione e chi lo deve comprare deve domandare questa moneta offrendo la sua. La moneta del paese di produzione quindi si apprezza mentre si svaluta quella del paese in cui si definisce l’acquisto. Questo porta i prezzi del mio prodotto ad aumentare ( più “moneta acquirente” per “moneta produttore” ) e la dinamica tende a riequilibrare quello che è lo squilibrio inflazionistico dei due paesi.
Sono punto e a capo, non ho risolto nulla.
A questo punto però mi viene in aiuto un nuovo attore economico : la Politica.
La Politica decide che i due paesi ( quello dove produco e quello dove vendo ) si debbano integrare con un cambio fisso o con una moneta unica per una serie di motivazioni che vanno dalle quelle ideologiche ( facciamo un grande paese, uniamo i popoli ) a quelle produttive e tecnologiche ( uniamo le economie e le eccellenze dei paesi verranno condivise ).
Il mio prodotto ricomincia ad essere competitivo. Il suo prezzo non si alza parallelamente al prezzo di tutti gli altri. Prescinde dalle logiche di mercato. Il mio acquirente non deve più cambiare moneta per acquistare i miei Forni. Io li produco in paesi a basso costo e a bassa inflazione e li vendo in paesi la cui dinamica dei prezzi è più accentuata. La mia competitività in relazione a quella dei miei concorrenti aumenta addirittura nel tempo, perché le differenze inflattive si accumulano.
La mia azienda fa affari d’oro.
Ma non è tutto.
Dato che ogni vendita di un forno porta la moneta pagata per esso nel circuito economico del paese dove produco sottraendolo al paese dove vendo, ho anche la possibilità di prestare questi soldi ai miei stessi clienti. Oltre che aumentare i miei profitti, questa opzione economica mi permette di sostenere le mie vendite, perché altrimenti una crescente scarsità di mezzi monetari nel paese degli acquirenti ridurrebbe i consumi e quindi la richiesta dei miei forni.
Oltretutto ho altri fattori di positività. Il primo è che i tassi di interesse nel paese dei miei clienti è più alto di quello che trovo nel paese di produzione, ho quindi convenienza a prestare ai miei clienti. Questo perché, logicamente, dove i consumi sono maggiori è maggiore anche la richiesta di mezzi monetari e quindi la convenienza a prestare soldi.
Secondariamente se prestassi i soldi anche nel paese di produzione, tenderei ad alimentare i consumi e quindi faciliterei l’aumento dei prezzi, aumenterei l’inflazione e diminuirei le differenze economiche tra i due paesi, inficiando i miei profitti. E quindi è preferibile movimentare i miei capitali in altri paesi che non sia il mio per farli fruttare senza intaccare la mia competitività.
Ma sorge un problema.
Se io continuo a prestare soldi ai miei clienti, che con essi comprano i miei prodotti rimettendomi al contempo gli interessi, arriverò ad un punto in cui i miei clienti mi chiederanno soldi per pagare esclusivamente gli interessi a me dovuti.
A questo punto finanziariamente non mi conviene più, interrompo i prestiti di denaro per attendere di rientrare degli interessi. Ho un contraccolpo sulle vendite dei forni ma in questo modo bilancio i miei profitti.
Il problema a questo punto si allarga.
I miei clienti non hanno i soldi per ripagare gli interessi ( i soldi li ho tutti io ) e non comprano più i miei forni.
Che fare?
Anche in questo caso mi viene in aiuto la Politica.
Lo Stato del paese dei clienti ripiana i loro debiti attraverso le proprie casse. Io rientro degli interessi, sono contento e ricomincio a vendere forni e a prestare soldi.
Ora il problema è in carico allo Stato. E’ lo Stato che comincia ad avere i conti fuori posto. Soprattutto perché io comincio a prestare i soldi a lui e non più solo ai miei clienti.
Ciò dipende dal fatto che, se prima prestare soldi ad uno Stato piuttosto che ad un altro non cambiava nulla, dato che l’avvento dell’Unione aveva uniformato al ribasso i tassi di interesse sul debito pubblico ( oltre a non essere particolarmente redditizio in relazione al valore degli stessi ), ora vengono ad evidenziarsi delle differenze su tali tassi, dato che si evidenziano differenze di sostenibilità del debito pubblico tra i vari paesi. Più l’investimento è a rischio e più viene prezzato tale rischio di insolvenza.
Lo Stato però può sempre ovviare al problema aumentando le tasse, raccogliendo massa monetaria, ripianando così i debiti che ha nei miei confronti.
La maggiore pressione fiscale però ha l’effetto di mettere fuori mercato le aziende autoctone che producono forni e che già navigano in cattive acque dovendo concorrere con me. Queste aziende hanno quindi due possibilità : o seguono il mio esempio e delocalizzano oppure chiudono. In entrambi i casi il risultato è quello di togliere ad un massa sempre crescente di clienti la possibilità monetaria di sostenere i consumi. Questo deprime il gettito fiscale ( oltre che causare a me una diminuzione delle vendite ).
Lo Stato quindi si ritrova ancora con problemi di bilancio. Io comincio ad arrabbiarmi con esso perché ho paura non mi possa ripagare le somme che mi deve. Oltretutto, la minor capacità di acquisto dei miei acquirenti produce un rallentamento della loro economia, quindi una diminuzione della loro inflazione, che tende a intaccare i miei profitti nella vendita dei forni.
Io a questo punto devo scegliere quale settore della mia attività privilegiare : quella dei forni o quella dei prestiti. Lo Stato del mio mercato di sbocco intanto, per reperire risorse monetarie per rimettere i debiti a me, comincia ad intaccare i patrimoni dei suoi cittadini, dato che il gettito fiscale legato alla remunerazione dei fattori di produzione non da più i risultati di prima. Oltre a questo, incentiva la competitività delle aziende interne nell’unica maniera con cui può farlo : ottimizzando i costi di produzione attraverso la riduzione dei salari.
Questa dinamica tende ad uniformare al ribasso le differenze dei due paesi. Il paese che prima era un paese di sbocco per le mie vendite si trasforma in un paese dove posso quindi spostare la mia produzione. Ha raggiunto un basso livello inflattivo, bassi costi dei fattori di produzione e, particolare non trascurabile, un elemento politico accondiscendente, data la sua posizione debitoria nei miei confronti.
Risposto quindi i miei mezzi ed i miei fattori di produzione nel primo paese ma mi trovo davanti ad un altro problema.
Non ho più mercati di sbocco.
Ho la necessità di trovarne qualcuno. Attraverso le correlazioni che intercorrono tra i settori politici dei due paesi nei quali produco e quelli del mercato di sbocco che ho nel frattempo identificato, suggerisco l’adozione di un cambio fisso o di una moneta unica, per poter riproporre la struttura economica che tanto mi ha fatto guadagnare prima.
Questo mi apre nuovi mercati, che però hanno ragion d’essere in relazione a quanto debole io riesca a mantenere quello che è il mio mercato interno. Devo continuare ad avere fattori inflattivi differenti per poter espandere i miei profitti.
E il gioco ricomincia.
La mia attenzione ora non è più incentrata sulla produzione di forni ma si sposta sull’assetto politico ed economico dell’ambiente sociale in cui opero. Devo primariamente controllare il settore politico, in modo che persegua i miei obiettivi di profitto e ricerchi per mio conto mercati di sbocco a cui poi imporre un cambio fisso. Devo controllare il mercato interno in modo che non ecceda nei consumi per non intaccare attraverso l’inflazione i miei crediti nei suoi confronti e per questo devo assicurarmi che la moneta non circoli tanto liberamente. Ad una maggiore circolazione corrisponderebbe un impoverimento del valore delle mie rendite. Tenere poi sotto controllo il mercato monetario mi permette di accedere più facilmente agli assets che i miei debitori detengono ancora. Essi, non avendo moneta per ripagare il denaro da me prestato, devono vendere sottocosto le proprietà ( case, attività, investimenti ). E li venderanno ovviamente a me.
Fissando dunque unilateralmente i prezzi dei miei prodotti sono diventato una specie di buco nero in cui tutti gli elementi economici precipitano al suo interno ad una velocità sempre maggiore. Ma per alimentarmi ho la necessità di avere attorno a me ancora materia stellare da bruciare, devo avere a disposizione una galassia di stelle, altrimenti, contrariamente al vero buco nero astronomico che diventa quiescente, rischio di esplodere seminando distruzione intorno a me.
Ed è quello che succederà all’Eurozona.
Si distruggerà primariamente il fattore scatenante che è la moneta unica. Perché la sua sopravvivenza non converrà a nessuno. L’euro ha già squilibrato la distribuzione della ricchezza concentrandola in poche mani. Come la materia, la distribuzione non può concentrarsi all’infinito, non può ridursi alla Singolarità astronomica. Mantenerlo ancora in vita inciderebbe come abbiamo visto su queste ricchezze.
Il sistema però, morta o meno la moneta unica, cercherà di salvaguardare se stesso, rimodulando in maniera alternativa le dinamiche di concentrazione della ricchezza, probabilmente fornendo ai ceti subalterni ( la materia stellare ) degli strumenti di accumulo di risparmio. Questo però evidentemente dovrà essere fatto con risorse esterne al sistema ( altre galassie ) da cui estrarre combustibile. Se le altre galassie seguono dinamiche simili, potrebbe non essere così semplice sopravvivere.
Sta a noi evitare che questo, al netto delle ovvie semplificazioni che questo post riporta, accada. Con lo studio delle dinamiche, con il coinvolgimento delle persone e con la militanza politica.

Il Dio unico chiamato Unione Europea

Cari Militanti, l'articolo di questo mese pone l'attenzione su un conflitto che si pensava fosse terminato qualche centinaio di secoli fa ma che ora, seguendo un minimo ragionamento, è apparso all'interno di una dimensione diversa.

Di quale conflitto sto parlando ? Parlo del conflitto tra Monoteismo e Politeismo, ma non fatevi ingannare, il mio articolo non avrà come oggetto la rivendicazione di nessun Culto Pagano, bensì, è mia intenzione far capire al lettore quanto si agisca, in termini politici in ambito Europeo e di cessione di Sovranità, con degli schemi mentali ben delineati.

Per capirsi meglio, occorre come sempre, tirare il Filo d'Arianna perduto con la nostra cultura.

 

 

Non avrai altro Dio all'infuori di me

 

 

Gli storici, quando dibattono sull'approccio della società Greco-Romana o su quelle Antiche ed Indoeuropee, convergono tutti su un'opinione comune ( caso raro tra gli storici) che riguarda la totale assenza di guerre o conflitti di carattere Religioso. Questa tendenza delle società antiche di non portare ad un livello di scontro la differenza tra credi e religioni è comune praticamente in tutto il mondo, a dimostrazione che forme di società come quelle Pantheiste e Politeiste, con i numerosi Culti e con le grosse influenze esterne, non conoscessero problematiche di carattere religioso, come invece appare evidente nelle società Monoteistiche degli ultimi 1000 anni.

La globalizzazione come metodo di alienazione identitaria

Come osserva Roland Robertson, sociologo britannico, la globalizzazione è un processo estremamente complesso che riguarda non soltanto l'espansione e l'intensificazione delle interdipendenze sociali e materiali, ma coinvolge anche il livello soggettivo della coscienza umana. Le persone coinvolte in questo sistema diventerebbero perciò, secondo Robertson, sempre più coscienti dell'importanza crescente delle manifestazioni di interazione sociale, e consapevoli della crescente importanza dei confini geografici: questo porterebbe ad un inevitabile cambiamento delle identità individuali e collettive verso un tutto globale, modificando drasticamente l'impatto del loro modo di agire nel mondo.
Il fatto che si sia parlato, e si continui a farlo sui mass media ed in quelle che dovrebbero essere le istituzioni educative, in termini sempre così entusiastici di globalizzazione, ne ha parzialmente offuscato le problematiche stringenti che, soprattutto al momento attuale, risultano sempre più evidenti.
La globalizzazione viene romanzata come un romantico tentativo di “abbattere i confini tra popoli” per giungere ad un nuovo continuum spaziale in cui il locale ed il globale si fondano magicamente senza traumi per nessuno e con effetti culturali, economici, di impatto ambientale positivi per tutti.
La realtà, però, non è quella che i mainstreamers (dal termine “mainstream”, coloro i quali sostengono e rafforzano un'opinione che è indotta come tendenza dominante e di massa) ci raccontano:
l’integrazione economica dei settori economico-finanziari, dominati dal monopolio dei grandi organismi sovranazionali come il Fondo Monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), come è stata configurata fino ad ora negli accordi commerciali internazionali, ha spesso portato ad un aumento della povertà in molte parti del mondo, soprattutto a livello dei paesi sottosviluppati.
L'ideologia globalizzante continua ad essere perseguita malgrado negli ultimi anni il modello occidentale (o americano) sia è entrato in crisi, appoggiandosi, di riflesso da parte delle élite europee, al modello economico dell'ordoliberismo, che brandendo l'internazionalismo della pace (smentito dai non più recenti accadimenti a livello globale) ha creato le premesse per l'instaurazione di un capitalismo ante 1929, invertendo progressivamente la direzione delle azioni delle istituzioni democratiche attraverso una vera e propria distruzione della classe media ed il livellamento verso il basso non solo economico, ma socio-culturale di interi Paesi.
Il politicamente corretto dilagante nei mezzi di comunicazione induce, altresì, le masse ad utilizzare termini quali “cittadino del mondo”, che hanno l'obiettivo di entrare violentemente nelle coscienze collettive per imporre il modello globalizzante.
L'osservazione più grave consiste nell'impatto antropologico che la globalizzazione ha sugli individui, completamente ignorato o, nel migliore dei casi, sottovalutato. L'omologazione degli stili di vita, la r
eductio ad unum delle forme etico/estetiche (paradossalmente a discapito della eterogenia), la spinta verso una «occidentalizzazione» dei mercati delle mode, dei consumi e dei costumi e la forzata imposizione di una scala di valori impostata al benessere, alla ricchezza, alla sicurezza sono solo alcuni aspetti di quella che è una vera e propria violenza perpetruata negli anni nei confronti di popolazioni, come quelle europee, che decenni fa potevano vantarsi di appartenere alle democrazie più avanzate del pianeta.
La lotta sovranista è dunque lotta alla riduzione delle diversità ad un'unica «immagine del mondo», che è quella strisciante ed imposta, poiché l'indebolimento del senso di appartenenza alla comunità nazionale e locale non è altro che una costruzione alienante ed artificiale, favorita essenzialmente dai media elettronici ad appannaggio di quello che è il potere delle élite dominanti.

Breve appunto su marxismo, sovranità e federalismo

Spesso le parole d'ordine della sinistra italiana, che sia quella più democratica o quella più estrema e vicina in qualche modo teoricamente alle dottrine marxiste sono: internazionalismo, più europa, uguaglianza dei popoli e via dicendo. Tutto ciò deriva da una lettura e da una trasmissione storica poco attenta del patrimonio culturale marxista che almeno lontanamente appartiene a questa stessa parte politica. Qui si tenterà in poche righe di porre l'attenzione su aspetti trascurati del pensiero di Marx ed Engels, che pongono varie criticità in relazione alle soprammenzionate teorie ormai accettate placidamente e acriticamente dalla sinistra ufficiale. Partirò perciò da una citazione dal Manifesto del partito comunista, del 1848, di Marx ed Engels.

 

«La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale».

Distrazioni

L’articolo 49 della Costituzione della Repubblica Italiana conferisce il diritto, a tutti i cittadini,  “di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

E’ quindi diritto della cittadinanza organizzarsi politicamente.

Ma questo diritto può mutare in un dovere o in un obbligo? A mio avviso la risposta non può che essere affermativa. Se non può parlarsi di dovere giuridico, lo si deve fare in termini morali.

Siamo moralmente obbligati nei confronti di chi si è sacrificato per consegnare ai propri figli quello che oggi rappresenta la nostra sacra Patria: la Repubblica Italiana.

Siamo moralmente obbligati nei confronti dei martiri del Risorgimento, veri e propri Eroi le cui biografie ci rivelano la vera essenza di quello che è lo “spirito di comunità”. Storie di ragazzi e uomini animati dalla sete di libertà, democrazia e puro spirito Patrio. Uomini e ragazzi che sono morti per costruire la nostra Casa: l’Italia unita.

Siamo altresì moralmente obbligati nei confronti di chi ha combattuto nella Resistenza e ci ha consegnato a quella classe dirigente che ha scritto la Costituzione della Repubblica e che ha sapientemente indicato la via della crescita e del benessere del Popolo italiano.

Diritto naturale ed europeismo

L'articolo di Eugenio Scalfari su "La Repubblica" del 03 agosto nasconde un pericoloso vizio dell'establishment nostrano, ovvero la concezione che la competenza dei "saggi" esaurisca il diritto dei popoli ad autogovernarsi; solo coloro che sanno possono arrogarsi il diritto di decidere ciò che è buono e cattivo. È importante affermare che questa è una posizione politica specifica, che ha alle spalle una consolidata tradizione filosofica che si rifà alla scuola del diritto naturale classico. Senza sviluppare tutte le implicazioni che questa posizione supporta possiamo sinteticamente riassumere che, per questa teoria filosofica, l'uomo in quanto essere razionale è per natura incline ad agire secondo ragione; agire secondo ragione è agire in maniera virtuosa. L'uomo ha, quindi, in sé il fondamento del suo agire, ma può distogliersi da esso. Tuttavia, chi maggiormente conosce ciò che per natura è buono per ciascuno e per tutti può assurgere al ruolo di governante (il Platone de le Leggi, il Senofonte dello Ierone e della Ciropedia, il Cicerone del De Officiis e del De Natura deorum sono i principali sostenitori di questa teoria). Esiste dunque un sapere intorno alla natura dell'uomo. Quindi l’uomo che conosce sarà atto a dirci come dobbiamo condurre la nostra vita. Condursi nella vita sarà giustificabile da un sapere. Colui che sa può guidare il popolo.

Ricciotti e altri eroi dimenticati del Risorgimento (1)

 

di Gianluigi Leone (ARS Lazio)

Ci sono trame del secolo XIX assai poco conosciute, che nascono e si sviluppano nella provincia italiana, lontano dai centri di potere e, apparentemente, ai margini della storia. Ovunque, lungo la Penisola, si sviluppa una spinta alla mobilitazione, a “macchia di leopardo”, come se il vento portasse in sé e diffondesse come un contagio lo spirito fiero e rivoltoso che a ondate nella storia si è annidato tra le nobili città, gli antichi borghi, le valli coltivate, i boschi e i cavalli. È il Risorgimento italiano, un fenomeno discontinuo ed eterogeneo, partito dall’istanza delle libertà civili e politiche, e approdato al concetto di indipendenza e unità nazionali. Nato non soltanto per la determinazione di singoli protagonisti, ma come espressione della volontà di emancipazione e progresso di un intero popolo.

Nicola_Ricciotti

Nicola Ricciotti (1797 – 1844)

Storia e memoria

Per vaticinare il fallimento dell’Euro e della UE ,non era necessario ricorrere ai Libri Sibillini o ai pronostici degli aruspici etruschi,sarebbe stato piu’ che sufficiente il possesso di poche,elementari ,nozioni di storia,che chiunque,dovrebbe almeno in parte possedere.Il primato assegnato alla scienza economica come esclusivo principio ispiratore del progetto EURO e UE,si e’ rivelato catastrofico e non di rado commistionato con una mistificazione mediatica che densa di tecnicismi truffaldini ,e’ stata in grado di inebetire le masse gia’ ,in larghissima parte,non in grado di comprenderne i contenuti e meno che mai i lambiccati tecnicismi.Alla base della propaganda si agitavano gli spauracchi delle potenze emergenti (Cina e IIndia ) che piccoli ,inermi stati, non avrebbero saputo o potuto fronteggiare da soli .Pochi,forse,ricordano ,la lunga teoria di economisti ,che facendo la loro comparsa nei tg ,e nelle pagine economiche dei giornali,si sbracciavano per ventilare i rischi di un isolamento e di un declino certissimo,solo che non avessimo aderito al progetto EURO (sarebbe utile sapere dove sono questi cantori della moneta unica e del pericolo giallo ,ora che le sanzioni alla Russia prospettano perdite economiche abissali).Se si fosse guardato al passato con raziocinio si sarebbe compresa facilmente la fandonia falso-utopistica ,delle Europa dei popoli,della solidarieta’,del sostrato comune che unisce paesi dell’area UE.,si sarebbe dovuto ammettere che non esiste nulla che possa neppure lontanamente assimilare un abitante di Patrasso con un abitante di Anversa,nulla in comune tra un abitante di Palermo e un abitante di Amburgo,nulla in comune tra un romano o un bresciano (tra loro gia’ molto diversii) e un abitante di Gand o di Brema.Cio’ che manca, e sempre manchera’ ,e’ una mistica ideale comune ,un elemento connettivo ,una unita’ di ispirazioni e di intenti,che popoli diversi per cultura,formazione,nascita,non hanno mai avuto ,e non potrebbero avere. Ad impedire questa misura comune sono gli sforzi millenari che le diverse compagini nazionali hanno impiegato per costituirsi come tali;le lotte per l’egemonia continentale che hanno visto protagonisti ora gli uni,ora gli altri,e,senza voler scadere nel determinismo,la natura dei dei popoli,che piu’ volte ,si e’ palesata originale e non assimilabile (pensiamo alla Riforma Protestante o ad esperienze unificatrici fallimentari come quella della Spagna di Filippo II o di Napoleone).E’ accaduto,ed era prevedibile ,della UE ,cio’ che e’ accaduto nella Grecia del V secolo con la Lega di Delo :lo spauracchio dell’oriente ha sospinto in una unita’ maldestra stati e città diversissimi per potenza economica, ,densià’ demografica,risorse militari,aprendo la via allo sfruttamento e alla egemonia ateniese e alla prigionia politico_economica degli altri stati.Per non cadere in errori rovinosi ,sarebbe bastato non affidarsi alle piroette ragionieristiche dei soloni economici ,sarebbe bastato un Bignami di storia.
Orlando Orlandi

Se un israeliano spara a Gaza, una sinagoga brucia a Parigi

Domani é festa anche in Francia, almeno per quest'anno. L'uomo forte del partito socialista Delanoe, sindaco uscente di Parigi, ha infatti proposto la soppressione del giorno festivo di ferragosto per far posto a quello della festa del sacrificio caro ai musulmani.  Per molti doomani, é l’ultimo giorno di vacanza. Oltralpe infatti, come in molti altri paesi, le industrie come le attività commerciali, distribuiscono le ferie ai propri dipendenti in parti uguali tra la fine di giugno e l’inizio di agosto senza concentrarle in un solo periodo, e spesso Ferragosto rappresenta proprio l’ultimo giorno di contro-esodo. E’ stato un mese abbastanza fiacco dal punto di vista di politica interna, in attesa delle univerisités d'été che segnano la ripresa delal vita politica, un equivalente chic, delle nostre feste di partito tardo-estive. Il mese é iniziato con il solito amatorialismo di Hollande in materia di riforme delle regioni, in cui fino alla mattina stessa del comunicato ufficiale é stato consegnato alla stampa un bollettino che annunciava 13 nuove macro regioni al posto delle attuali sancite niente meno che dalla rivooluzione francese, per poi scoprire solo 3 ore dopo che erano già ridiventate 14. La curiosità era pero’ che  a essere salvata dall’accorpamento era proprio le Poitou-Charente, feudo storico della ex-moglie di Hollande, Segolene Royale. Tale fazzoletto di terra alle foci della Loira é stata lasciata intatta, col paradosso che una regione piccola come l’Abruzzo sopravviveva alla riforma senza nessuna giustificazione strategica, metre il Rodano-Alpi che già é grande quanto la Padania e rappresenta il primo polo industriale del paese, viene ampliato a dimensioni colossali, con una superficie quasi uguale a metà di quella dell’intera Italia peninsulare. Si é trattato di un grosso pasticcio, dove sempre più chiaro appare che l’obbiettivo principe di questa riforma non é lo snellimento delle strutture burocratiche, ma piùttosto lo sradicamento di ogni tipo di riferimento identitario del popolo francese e l’allontanamaneto e il concentramento dei centri decisionali dei servizi pubblici(acqua, immondizia, trasporti ) per esser poi pronti a essere ceduti ai vari colossi privati francesi come Veolia, Vivendi o Vinci. Colossi che in realtà stanno scaldando i motori per lo stesso banchetto che si  terrà nei prossimi mesi anche in Italia.

Documentario esclusivo sull’IS (ex ISI poi ISIS o ISIL) anche detto DAESH

Questo documentario consente di conoscere a fondo l'IS. A un certo punto è ripreso l'incontro con capi tribu' iracheni e ciò consente di comprendere in parte – soltanto in parte – le alleanze e i ruoli nella attuale vicenda irachena.

Potete cominciare a vedere ogni parte, esclusa la prima, dall'ottavo minuto circa, perché ogni parte inizia con un riassunto delle puntate precedenti.

 

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta

Parte sesta

 

Democratia delenda est!

Con l'adesione ai trattati europei la "lex mercatoria" trans-nazionale si è sostituita alla Legge dei Parlamenti nazionali. Di fatto, oggi, le Assemblee elettive nazionali si limitano a ratificare i provvedimenti fondamentali già deliberati “aliunde”, da organismi sovranazionali composti da nominati (BCE, CE, WTO, FMI, OCSE), residuando in capo agli organi elettivi esclusivamente le prerogative di approvazione delle sole "leggi cosmetiche" funzionali ad infondere nella popolazione unicamente il sentore di una mera parvenza democratica.

Il Parlamento (sia nell'attuale conformazione bicamerale sia in quella, probabile, futura monocamerale) viene di fatto dequotato ad un “Leporello del Mercato”. Completamente alla mercé dei capricci delle conventicole finanziarie.

Oggi un governo che non nasce dalle urne si appresta ad ultimare l’opera: distruggere le ultime vestigia di democrazia rappresentativa alla quale, in una Repubblica parlamentare, dovrebbe essere debitore della propria investitura.

Non solo. Un Parlamento a composizione illegittima (ai sensi della sentenza n. 1 del 2014 della Corte Costituzionale) che potrebbe legiferare solo su questioni urgenti in regime di prorogatio ex art. 61 Cost.(che comunque presuppone lo scioglimento dell’organo bicamerale) si appresta, invece, addirittura, a modificare la Costituzione! Lascio all’intelligenza di ogni lettore trovare la definizione più consona per descrivere un simile fatto di inaudita gravità.

Razza, cultura, autorazzismo e moralismo.

Si sente sempre più spesso parlare di cittadini europei, popolo europeo e addirittura della civiltà occidentale come felice attuazione di una cultura mondiale. Di norma queste definizioni hanno ampio consenso nelle cosiddette sinistre europee, associate in maniera quasi ossessiva al concetto di pace. In questo contesto, tutte le argomentazioni che si discostano da questa simbiosi forzata vengono tacciate di razzismo (se non peggio) e non vengono prese in considerazione.

Qui ho portato alcuni spunti derivanti dalla lettura di due saggi brevi dell’antropologo Claude Lévi-Strauss : Razza e storia – Razza e cultura.

L’autore scinde subito il concetto di diversità da quello di diseguaglianza:

La semplice proclamazione dell’uguaglianza naturale fra tutti gli uomini e della fratellanza che deve unirli senza distinzione di razza o di cultura, ha qualcosa di deludente perché trascura una diversità di fatto, che si impone all’osservazione…

Quando alla nozione di una diversità riconosciuta dalle due parti subentra, presso una delle due, il sentimento della sua superiorità, fondato su rapporti di forza…

Ovviamente il secondo caso è quello riguardante e da cui parte il pregiudizio razzista.