Scontro fra élite

Nell’edizione italiana di “The Crisis of democracy”, edito da Franco Angeli Editore nel 1977, Gianni Agnelli firma la prefazione nella quale ricorda come la Commissione Trilaterale sia formata da “privati cittadini”.

Privati cittadini? Questa formula può trarre in inganno il lettore che è abituato ad associarla all’“uomo qualunque”. E’ lo stesso Gianni Agnelli però a specificare che l’aggettivo “privato”  attiene all’organismo (Commissione Trilaterale) che quindi si pone in contrapposizione con il carattere “pubblico” delle istituzioni democratiche delle (originarie) zone di interesse della Trilateral, e cioè Europa occidentale, America settentrionale e Giappone.

E’ quindi crisi della democrazia, secondo i promotori della “Trilateral”, la crisi delle istituzioni “pubbliche”, a cui devono necessariamente sopperire i “privati cittadini”. Privati cittadini del calibro di Gianni Agnelli o David Rockefeller, non certo Mario Rossi o Luigi Bianchi.

Possiamo quindi definire la “Trilateral Commission” una élite di “privati cittadini” che cerca soluzioni per la “società civile”, sostituendosi alle inefficienze delle “istituzioni democratiche”, che per loro stessa natura sono “pubbliche”.

Facciamo un focus sui soggetti:

  1. Élite di privati cittadini
  2. Società civile
  3. Istituzioni democratiche pubbliche

E il Popolo? Dov’è il Popolo? Manca il Popolo all’appello!

Stati Uniti, Stati Europei e Nato: l’Europa euro-atlantica

La NATO mirava fin da principio ad espandersi in Europa; era posta a difesa dell’Atlantico settentrionale (noi che c’entriamo?) e dava agli Stati Uniti una posizione diversa.

Questo è il testo dell’ART 10 del Trattato Nord Atlantico del 1949: “Le parti possono, con accordo unanime, invitare ad aderire a questo trattato ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei principi del presente Trattato, e di contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale.

Ogni Stato così invitato, può divenire parte del Trattato depositando il proprio strumento di adesione presso il Governo degli Stati Uniti d’America. Il Governo degli Stati Uniti d’America informerà ciascuna delle parti del deposito di ogni strumento di adesione“.

Los Hombres de negocios. Tra finanza pubblica e accumulo capitalistico.

A partire dal XVI secolo in Spagna cominciavano, lentamente, gli arrivi dell’argento americano, i quali si andavano infittendo intorno alla metà del ‘500, in corrispondenza della scoperta del giacimento di Potosì e dell’invenzione metallurgica del processo estrattivo dell’argento tramite un amalgama con il mercurio; arrivando negli anni ’20 del XVII secolo a circa 13,6 milioni di once secondo la stima di Earl J. Hamilton.

L’enorme massa di ricchezze americane, passando per Siviglia, si riversava sull’intero continente europeo, dove non cessava di valorizzarsi, offrendo nuovi mezzi di pagamento ad un sistema che, in ragione dell’aumentato volume degli scambi, si era ampiamente avvalso delle prerogative della cambiale cartacea. Le politiche mercantiliste attuate da Carlo V, prima, e da Filippo II, dopo, risultarono del tutto inefficaci a contrastare l’enorme differenziale tra un paese con un’improvvisa inflazione d’argento, che portava a rialzo prezzi e salari, e il resto delle nazioni d’Europa, alle prese con un’endemica carenza di numerario, ma disposte a scambiare l’aumento delle proprie eccedenze.

Gli USA vogliono la Grande Guerra

La parola d’ordine deve diventare  NEUTRALITA’

Questo breve video (poco piu’ di 3 minuti) è indubbiamente un video di propaganda della Russia. Tutti fanno o cercano di fare propaganda, salvo gli stati come il nostro, che non si riconoscono piu’ come Stati e sembrano animati da un desiderio di dissoluzione.

Tuttavia, il video contiene indubbiamente (almeno) un nucleo di verità e comunque induce a riflettere.
Perciò ne consiglio vivamente la visione.

Ragione, fine e principio organizzativo dell’ARS

Il fine è costruire il partito sovranista italiano

Il criterio che proponiamo a tutti i sovranisti è di non essere fanatici: si aderisce a un partito o a un’associazione che promuove la formazione di un partito sovranista, se si condivide l’80% del tutto (contenuti, progetto, linguaggio, organizzazione); e quando si aderisce, si accetta il 100% e, ovviamente, si concorrere a decidere per il futuro.

Noi, peraltro, per umiltà, non ce la sentiamo di dire: vogliamo dar vita a quel partito. Diciamo, invece: vogliamo dar vita ad una frazione di quel partito. Per ora siamo un’associazione che nel giugno 2016 ambisce a creare una frazione del futuro partito sovranista (o alleanza, se non sarà possibile il partito unico – ovviamente è molto meglio il partito unico), frazione radicata nel maggior numero possibile di città, cittadine e contrade italiane.

Crediamo che 1500-2000 persone siano un’ottima frazione, soprattutto se mediamente di alto livello.

Perché perseguire il fine di costruire il partito sovranista?

Perché il partito sovranista non esiste. Non ha senso l’obiezione che già esistono molti partiti, perché nessuno dei partiti esistenti è il partito sovranista. Molti partiti esistenti sono finti partiti, piccoli o grandi centri di potere, espressione di un’unica linea politica. Lo spazio politico sovranista è vuoto; manca l’offerta politica sovranista, che perciò bisogna creare.

Deregulation e perdita della Sovranità

Secondo la teoria economica liberalista, come da manuale, la Deregulation e’ quel processo fondamentale attraverso il quale gli Stati cessano di controllare il mercato e anzi per agevolarne gli scambi, non pongono nessuna limitazione, sganciandolo quindi dalla politica dei vari paesi.
Una forma primaria di perdita della Sovranità, perché gli Stati liberando da ogni controllo il mercato, ne diventano succubi e subalterni.
A livello sociale la deregulation, come espresso da Bauman, costringe l’uomo ad un individualizzazione senza profondità, un’isolamento senza consapevolezza celata dai social e dai massmedia.
Una guerra, quella della deregulation, combattuta contro la collettività attraverso la distruzione degli interessi comuni e l’affermazione della competizione al posto della solidarietà.
In una società umanista, chi ha capacità lavorativa può contare sul supporto della collettività e la capacità lavorativa stessa diventa una forma di ‘capitale’ il cui valore bilancia tutte le altre forme di capitale ( compreso quello finanziario).
Con la deregulation, la società attuale non può essere solidale perché all’individuo forzatamente isolato, viene richiesto di trovare soluzioni individuali a problemi sociali.
“Un Nuovo Disordine Mondiale che condanna la politica a diventare la continuazione della guerra con altri mezzi” (Bauman)
Lo Stato perde allora un’altra forma di sovranità cioè la capacità d’influire sulla direzione generale delle cose. La globalizzazione infatti, priva gli Stati dei mezzi che sono necessari per orientare il destino dei popoli e proteggerli. Questa e’ la ragione per la quale i vari governi si affannano a trovare la riforma giusta per gestire la crisi di turno e non hanno progetti sul lungo periodo e non condividono con il popolo che governano nessun destino comune. Il motivo risiede nel fatto che il destino e’ in mano a poteri e organi esterni e incontrollati. Ad oggi lo Stato e’ solo un organo di polizia atto a garantire ( e non lo fa neanche bene) l’incolumità personale.
Occorre oggi più che mai dare vita ad associazioni e onlus, unire le persone attraverso interessi comuni per elevare la politica a quei luoghi di potere dove si decidono le sorti della società ; in altre parole riappropriarsi o ricostruire i mezzi decisionali che sono stati espropriati, per ricostruire uno Stato sociale e di diritto.

Il “vero potere” politico è nazionale

Si è diffuso il convincimento che il “vero potere” sia internazionale o comunque non nazionale. Talvolta il vero potere è identificato senz’altro con lo stato imperiale, talaltra si affiancano a quel centro di potere altri poteri, cosmopoliti, costituiti da titolari e gestori del grande capitale e dei grandi strumenti di propaganda.

Questo punto di vista, che contiene, indubbiamente, una parte di verità, è foriero di molte conseguenze negative, soprattutto quando, ingenuamente, l’assunto venga considerato come un vangelo da interpretare alla lettera. Le conseguenze negative riguardano l’azione pratica, ossia l’azione politica, che si pensasse di voler compiere per sottrarsi al “vero potere”.

Invero, esistono soltanto “situazioni economiche nazionali” e “politiche economiche nazionali”. La situazione economica globale è soltanto la risultante di politiche economiche nazionali, eventualmente coordinate e indirizzate da centri di potere dello stato imperiale o ad esso legati, centri di potere che comunque devono sempre servirsi di politici nazionali venduti o servi. Anche la creazione di organizzazioni internazionali vincolanti avviene attraverso il consenso dei poteri nazionali e la persistenza dei vincoli dipende soltanto dalla volontà o dall’interesse dei politici nazionali.

Senza l’appoggio del potere nazionale, il preteso “vero potere” imperiale e del grande capitale, sul piano politico,  non può fare nulla e addirittura è impotente.

Mensis Horribilis

      Quello appena trascorso passerà agli annali come "mensis horribilis" della carriera politica di François Hollande, ma anche più in generale di tutti i presidenti della cinquiéme république. La prima pugnalata arriva a fina Agosto dal Ministro dell'economia Montbourg, vedette del governo Ayrault al punto di essere riconfermato anche nella nuova squadra di Manuel Valls. Personaggio eccentrico che ha fatto del "made in France" lo slogan principale della sua attività politica, senza pero' passare mai ai fatti. E siccome dopo 2 anni da ministro senza far nulla per proteggere le aziende francesi dalla concorrenza sleale, é difficile imbragliare ancora a lungo l'elettorato se si vuole essere candidati alla presidenza nel 2017, non rimaneva dunque che lasciare la barca prima che affondi. Naturalmente l'abbandono é stato fatto in grande stile: prima di lasciare il suo posto ha dichiarato a telecamere riunite che la Francia ormai é fallita! Immaginate l'effetto di tali dichiarazioni sulle vacanze fantozziane di Hollande.  Ecco allora il nostro Hollande il 25 agosto, in una Parigi ancora deserta e con un deficit al 4%, deve mettere su in men che non si dica un altro governo. Bene, chi si fa sotto? Cosa che non sarebbe mai sucessa in Italia, nessuno dei grandi tenori del partito socialsita voleva far parte del nuovo governo, tutti sapevano che accettare, sarebbe equivalso a bruciare la propria carriera politica. La prova provata ne é lo stesso primo ministro. Da sceriffo del paese come ministro dell'interno  appena insediatosi come capo del governo aveva uno spettacolare 60% delle preferenze, ma dopo solo qualche mese, risucchiato dalla tragica spirale Hollande, é sceso a un misero 20%.

Si salvi chi può ma sopratutto chi vuole

Cari italiani, compatrioti, come state?
Non credo troppo bene e chi più chi meno sa di cosa parlo, se non altro per il costante bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti: la CRISI.
Ma tra me e voi, onestamente, ci state capendo qualcosa?
Concediamoci un aiutino:

“Il perseguimento dell’unione monetaria con forte anticipo sull’integrazione delle economie può danneggiare alcune di esse e non consente una distribuzione fra i paesi membri dei vantaggi e degli svantaggi connessi con il processo di unificazione. L’integrazione riguarda i fattori produttivi, le istituzioni in cui tali fattori sono organizzati, le norme che ne regolano e ne promuovono la circolazione, i prelievi fiscali e previdenziali, i trasferimenti di reddito compensativi. Senza l’integrazione delle economie, la rinuncia dei paesi membri all’uso autonomo del tasso di cambio e degli altri strumenti di politica monetaria può danneggiare alcuni di essi”.
(Guido Carli, Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, 1971)

“La critica più seria all’Unione monetaria è che, abolendo gli aggiustamenti del tasso di cambio, trasferisce al mercato del lavoro il compito di adeguare la competitività e i prezzi relativi.
(…)Diventeranno preponderanti recessione, disoccupazione e pressioni sulla Bce affinché inflazioni l’economia.
Una volta entrata l’Italia, con una valuta sopravvalutata, si troverà di nuovo alle corde, come nel 1992, quando venne attaccata la lira”.
(Rudiger Dornbusch, economista del MIT, Foreign Affairs, 1996)

Privatizzazioni e altre catastrofi.

Dallo studio condotto dal commissario alla spending review, riportato qualche giorno fa dalle maggiori testate giornalistiche italiane, è emerso che ben 1430 società partecipate dagli enti locali su oltre 5200 (circa il 27%) ha i bilanci “in rosso”. E’ facile ipotizzare che nel decreto “sblocca Italia” vi sarà un’imponente dismissione di queste aziende per la gioia dei grandi investitori privati che potranno finalmente mettere le mani sul ricco bottino dei servizi pubblici.
I media si dimenticano però di spiegare agli italiani che Cottarelli nell’individuare questi tagli si comporta da ragioniere e non da economista.
Infatti, dietro la livrea formale dei freddi numeri della mera logica contabile che, secondo la visione di Mister spending review, configurerebbero “sprechi” si celano in realtà importanti (anche se non redditizi) servizi alla comunità. E più tali servizi non generano profitto (e per questo possono essere resi solo da aziende pubbliche) tanto più la comunità che ne usufruisce è disagiata. Si prenda per esempio il caso della Cotral (- 14,9 milioni) sicuramente buona parte del suo passivo è imputabile alle tratte antieconomiche coperte dalle autolinee per servire (anche) piccoli paesi di poche centinaia di anime che hanno però diritto ad un servizio di locomozione pubblico efficiente e a tariffe contenute al pari del cittadino che vive nelle grandi città.
Fuor di metafora un’azienda pubblica trova la sua ragion d’essere non già nel profitto (come avviene per l’azienda privata), ma nell’utilità sociale. Il fine dell’utilità sociale (l’interesse pubblico che, Costituzione alla mano, deve pervadere l’agere politico) può (e deve) essere perseguito anche a costo di bilanci “in rosso”. Per questo determinati servizi devono essere svolti solo da aziende pubbliche che non possono mai fallire, nonostante i bilanci in passivo che hanno la mera la funzione di ridistribuire equamente i costi sull’intera collettività in un ottica solidaristica.

Il tempo consumato

 

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È da qualche tempo che vorrei documentarmi sul concetto di tempo e l’influenza che il tipo di società in cui viviamo può dare alla nostra percezione temporale. Ma non ho tempo. Forse è più giusto dire che non trovo il tempo. Oppure che non uso il tempo giusto.

Di sicuro esiste il tempo storico.  Ma la percezione che ne abbiamo non è costante, più si avvicina al nostro tempo e più se ne avverte la velocità; al contrario, più si allontana da noi e più lo percepiamo lento, indipendentemente da qualsivoglia direzionalità.

Esiste poi il tempo fisico, che ha uno stretto rapporto con la velocità; infatti, la velocità dipende dal tempo.

Quindi è in via teorica possibile affermare che il tempo è una grandezza costante (qui nel senso che non subisce accelerazioni) mentre la nostra percezione del tempo non lo è, anzi è una variabile dipendente dal singolo individuo e da ciò che lo circonda.

La rivoluzione industriale ci ha portato in dono un’altra grandezza dipendente dal tempo: il lavoro. Ma la cosa più interessante è che la dipendenza del lavoro dal tempo si chiama potenza ed è espressa come quantità di lavoro nell’unità di tempo. Quindi, possiamo dire che la potenza è una specie di giudizio sul lavoro fatto: più lavoro in meno tempo dà maggiore potenza.

Organizzazione e centralismo democratico

Viviamo in un momento storico in cui la retorica democratica si fa sempre più pressante e solcata da venature propagandistiche, proprio perché in concomitanza con un restringimento drammatico degli spazi di partecipazione e di controllo democratico. D’altra parte, quando si schiavizza qualcuno non glielo si può certo dire in faccia, ma, al contrario, gli si fa credere di renderlo libero.

Il discorso relativo alla democrazia e alla sua reale fattibilità in un mondo dominato dall’ideologia globalista tocca una molteplicità di aspetti inscritti in sfere della vita associata estremamente differenti tra loro. In questa sede, vorremmo concentrarci su un aspetto più specifico, chiedendoci quale sia il nesso tra la forma partito e i suoi meccanismi interni di funzionamento. In altre parole, quanto un’applicazione integrale del metodo democratico può davvero contribuire a migliorare la resa di un’organizzazione politica, o quanto, al contrario, può rischiare di frenarne il corretto funzionamento?

Sgomberando subito il campo da possibili equivoci, l’intento non è certo quello di affermare la non utilità della dialettica interna per un partito, ci mancherebbe, ma è quello di concentrarsi sulla fase che conduce al prodotto finale di una tale dialettica, il momento decisionale. Per cercare di rispondere a questo quesito, dobbiamo chiederci in primo luogo quale sia la reale natura dell’organizzazione e quali fini essa si prefigga di raggiungere.

Il telefono senza fili

Da ragazzi è capitato un po' a tutti di giocare al telefono senza fili: si parte con una frase, e di orecchio in orecchio, diventa tutt'altro. Era un modo per divertirsi costruendo storie.
Da adulti, ci sono giornalisti che ci giocano ancora, e costruiscono storie anche con i telefoni con i fili.
"Ciao, sono io…"
L'ennesima operetta su una telefonata. Stavolta però non c'entrano nipoti, parenti o "amici di famiglia", ma testa e croce, ovvero le due facce dell'euro: Merkel e Draghi.
Ha chiamato lei? Ha chiamato lui?
Ma questa telefonata, poi, c'è stata? smentita e poi riconfermata con Ans(i)a.
E che si son detti?
E qui viene il bello: la storia, come nel gioco che facevamo da ragazzi, si trasforma di pagina in pagina:
La Repubblica: "Flessibilità, la Merkel telefona a Draghi. La cancelliera seccata: e l'austerità?".
Il quotidiano di Scalfari ce la presenta come una scaramuccia tra innamorati: lui gioca a fare il dongiovanni con mademoiselle Flessibilità e lei gli ricorda le loro promesse di un amore austero e fiscale. Ogni promessa è debito: è proprio il caso di dirlo…
Il Giornale: "La cancelliera chiama Mario Draghi e lo bacchetta per l'apertura alla flessibilità".
La stampa forzista opta per la coloritura cartoon: Merkel-signorina Rottermeier che bacchetta gli scolari-Pigs italiani.
Lei finge di dire ciao a Draghi e noi dovremmo dire ciao alle caprette…ma se qualcuno pensa di aver detto ciao anche ai Monti, si sbaglia….
Intanto? tutti a scuola, con l'ultima riforma della sillabazione…
(http://www.huffingtonpost.it/2014/09/03/riforma-scuola-errori-ortografici_n_5759906.html)
Il Corriere: "Austerità, Merkel chiama Draghi e chiede aiuto per la ripresa".
E concludiamo con un vero e proprio sketch esilarante: lo yacht su cui il Formigoni indagato scorazzava in vacanza (tanto è di CL, quindi dell'8×1000, quindi nostro), per chi riesce a immaginarsi la fräulein che chiede aiuto…
I liberisti del Corriere devono aver capito che la cancelliera comincia ad essere avvertita come "lupo cattivo" da un po' troppe persone, e così tentano di rimediare dipingendola come cappuccetto rosso…

La resilienza dell’€uro (1)

Ho iniziato la pubblicazione a puntate, sul blog egodellarete.blogspot.com, di un saggio breve dal titolo "La resilienza dell'€uro",disponibile anche in PDF sulla libreria di Lulu.com. Chi fosse interessato a leggerlo immediatamente può scaricarlo online versando €5,00 che, trattenute le tasse e i diritti di Lulu.com, saranno integralmente devoluti al sostegno delle iniziative dell'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS).

La pubblicazione del saggio su egodellarete avverrà con cadenza approssimativamente settimanale e si concluderà, presumibilmente, entro la fine di ottobre.

Il saggio ripercorre alcune fasi del processo politico ed economico che si è concluso con ratifica del trattato di Maastricht, e può essere inteso come un compendio di argomentazioni per discussioni al bar di Guerre Stellari.

Nota: La prima pagina del saggio contiene una suggestiva immagine delle volute di fumo causate dall'assunzione di un campionario di micidiali droghe galattiche da parte dei clienti del bar di Gerre Stellari, dai funghi allucinogeni di Vega IV alla patata afrodisiaca di Aldebaran. Passando ovviamente per tutte le principali droghe terrestri.

 

Rifocalizzare, ridimensionare, obiettivi e consuetudini

di Alessandro Bolzonello

3276519746_16b5db3e94Dopo anni di ininterrotto ritmo, allento la presa; lascio scivolare via le scadenze. Trascorre il tempo e smetto di rincorrerlo.
Assecondo la sensazione del venir meno di senso e significato del dare parole a quanto vivo e vedo; quasi un prendere le distanze dalla diffusa bulimia di parole, inutili, obsolete, spesso consumate.

La crisi dei nostri tempi – che non è solo economica – spazza via lo scenario predominante degli ultimi decenni. Viene meno un paradigma e con esso i suoi modelli, le sue idee ed i conseguenti comportamenti.
Sento di essere sulla soglia: alle spalle lascio concetti quali sviluppo, prestazione e affermazione per aprirmi a prospettive che trovano in continuità, semplicità e concretezza i concetti di riferimento. All'imperativo – diventato ideologico – del 'dover essere' si sostituisce l''essere'; alla ricerca spasmodica dell'eccellenza subentra l'esistenza tout court.

VINCEREMO NOI

Esattamente Un anno fa scrivevo quanto segue:

Perché la nostra società ha bisogno di creare IDOLI? Ve lo siete chiesto?
Perché i media ci bombardano di messaggi che ci invitano al culto dell'Idolatria?
La risposta è in latino: Panem et circenses

I FANs e il conseguente fenomeno del FANATISMO  sono strumentali al "potere":
1) creano contrapposizioni e divisioni tra FANs dei diversi idoli;

2) distruggono lo spirito critico dell'individuo;

3) generano depressione e disistima nell'individuo, che, senza un idolo da adorare e senza l'appoggio degli  altri FANs, si ritrova "solo" e "fallito" nella società;


L'uomo è fatto per vivere in comunità. Nel passato erano le tribù e le famiglie. Nell'era moderna gli Stati e le famiglie.

Nella società che "il potere" sta costruendo a nostra "colpevole insaputa"  lo Stato e la famiglia devono scomparire.

Perché?

 Perché l'uomo si deve sentire solo e fallito.

 
Un uomo solo e fallito e, ovviamente, depresso è disposto ad accettare qualsiasi condizione di vita, qualsiasi condizione lavorativa, qualsiasi reddito, qualsiasi tipo di alimentazione, qualsiasi tipo di svago, qualsiasi tipo di società più o meno civile.

Fronte ucraino

Due sono i fronti caldi, nei quali c'è il rischio che le guerre, che già si stanno combattendo, si espandano, coinvolgendo anche la Nato e quindi, probabilmente, l'Esercito Italiano; il fronte siriano-iracheno, dove è ancora incerto se si stia combattendo una sola guerra o se ne stiano combattendo due, e il fronte ucraino. Mentre sul fronte siriano-iracheno, in particolare per quanto riguarda il versante iracheno, ho reputato di saper e dover scrivere articoli informativi, dominati da un giudizio di fatto (non di valore), confermato all'estero da fonti autorevoli ma completamente trascurato dal mainstream italiano, con riguardo al fronte ucraino, le mie conoscenze dei fatti sono confuse e limitate a poche letture di articoli tratti da siti "alternativi" al mainstream. Perciò mi limito a segnalare ai lettori un articolo, che mi è capitato di leggere su Comedoncisciotte, caratterizzato da un'analisi che sembra particolarmente equilibrata e approfondita (SD'A).

***

VENTI GUERRA. NOVORUSSIA: INDIPENDENTE, ASSOCIATA O CONFEDERATA?

Di The Saker vineyardsaker.blogspot.it tradotto per Comedonchisciotte.org da Bosque Primario

L’azzeramento della middle-class

Agli inizi degli anni ’70 nei Paesi avanzati occidentali si andava facendo strada una evenienza: la relativa perdita di potere dei ceti ricchi (renditieri) a discapito delle classi operaie.
Tutto ciò non avveniva per caso: dalla fine della seconda guerra mondiale, e dalla ricostruzione che ne seguì, l’industria si dovette man mano piegare alle crescenti pretese salariali dei lavoratori. Il lavoro era abbondante e i margini di crescita enormi. Questa miscela, unitamente alla solidarietà post-bellica tra imprenditoria emergente e manodopera, mise le fondamenta alla creazione della classe media, spiazzando momentaneamente l’ancien régime.
Dal 1950 i sindacati cominciarono a riunire sotto le proprie sigle centinaia di migliaia di lavoratori: grazie alla lotta di classe gli aumenti salariali e di diritti degli operai, costellati di scioperi e rivolte anche più o meno cruente, non tardarono a dare i loro frutti. La classe lavoratrice aveva capito e fatto suo un concetto fondamentale: senza del loro apporto NULLA poteva essere creato.
Gli industriali, loro malgrado, furono costretti a far partecipare in maniera crescente ai lauti utili aziendali la forza lavoro che, guadagnando più del necessario al mero sostentamento, cominciò ad avere capitale disponibile, oltre che per una spesa maggiore che fece crescere vertiginosamente l’economia di detti Paesi, anche per investimenti in beni strumentali che accrescevano ancora maggiormente i loro introiti. Moltissimi operai lavoranti nelle zone industrializzate, con i risparmi derivanti da privazioni ed enormi sacrifici, compravano case e terre nei loro luoghi di origine dandole poi in affitto o aprivano piccoli commerci affidati agli altri membri della famiglia che non erano impiegati, creando di conseguenza altra ricchezza aggiuntiva.

La bubbola dello stato europeo

La bubbola dello stato europeo

di Luciano Del Vecchio

 

Oggi l’Unione europea è un corpo informe e tale rimarrà, perché per sua natura e per principi fondativi non può costituirsi stato. L’eurocrazia finanziaria, infatti, non intende per nulla trasformare l’Unione in uno stato, federale o confederale che sia, perché lo Stato è appunto ciò che i principi della dottrina economica liberista, incarnatisi nell’Unione europea, vogliono distruggere, ma non riprodurre su scala più grande.  Ma, sia pure come ipotesi o come sogno, sappiamo che uno stato per nascere deve comunque darsi una politica estera e militare, altrimenti non nasce. Ogni stato nasce armato; e a volte, oltre che armato anche guerrafondaio. Qualora dovesse costituirsi stato, l’Europa non farebbe eccezione; per il momento è un paradossale monstrum perché riesce a essere guerrafondaia, presente su tre continenti, prima ancora di diventare stato. Perciò lo stato europeo non nasce, non solo perché manca di un popolo, di una lingua, di omogeneità culturale, di un comune sistema di comunicazioni, di capacità a darsi un comune fisco e bilancio, ma anche e soprattutto perché gli stati presunti confederandi non riusciranno mai a concordare ed esprimere una comune politica estera e militare.

Gaza, la No-go Zone

Secondo l’ iDMC di Ginevra la creazione di una “no-go zone” all’interno del territorio di Gaza da parte di Israele è iniziata nel 2000, con i primi livellamenti del terreno lungo  la recinzione di confine (eretta nel 1994).
A metà 2006 il perimetro livellato aveva una larghezza variabile fra i 300 e i 500 metri.

A fine 2012 la OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, stimava che il 35% terreni agricoli disponibili era stato pregiudicato da queste limitazioni.

La mappa sottostante descrive la situazione a dicembre 2012. Una versione ad alta definizione è reperibile qui.

Il perimetro che l’esercito israeliano definisce ARA (Access Restricted Area, area ad accesso limitato) è suddiviso tre parti:

1) Una zona vietata (“no-go-zone”) larga cento metri a partire dalla recinzione di confine. In questa porzione il terreno è livellato e sgombero da costruzioni e vegetazione. L’accesso è proibito e stazioni di fuoco  a controllo remoto sparano su chiunque vi si avventuri.
2) Una zona ad accesso limitato esclusivamente ai contadini, che possono entrarvi solo a piedi, larga ulteriori 200-300 metri.
3) Una zona di 1500-2000 metri definita “a rischio” (?),  – probabilmente perché, come indicato nelle note della cartina, nonostante il permesso di accesso fino a cento metri dal confine, nel corso del tempo vi si sono verificati diversi incidenti a danno di civili.

Nella cartina vengono indicati anche i limiti di pesca, originariamente di 3 miglia, portate a 6 in seguito agli accordi di cessate il fuoco del novembre 2012.