Franco Arminio: Appennino

Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia. Scrittore e “paesologo” (si veda per questa definizione il blog comunitaprovvisorie.wordpress.com), ha pubblicato diverse opere, fra cui Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza, 2008) e Cartoline dai morti (Nottetempo, 2010). Il testo che segue è tratto da Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia, edito da Mondadori nel 2011. Ringrazio l'autore per l'autorizzazione a riprodurlo qui. [gm]

 

L'Italia ha una lunghissima colonna dorsale che sta perdendo poco a poco la sua linfa. La gente sceglie di abitare nelle città e, quando sceglie i paesi, ha sempre cura che siano comodi e pianeggianti. Nessuno vuole stare nei luoghi più impervi, quelli dove gli inverni sono lunghi e non passa nessuno.

L'Appennino è l'Italia che avevamo e che rischiamo di perdere per sempre. La gente ci ha vissuto per millenni consumando quel poco che bastava a sostentarsi. Penso all'Appennino come alla vera cassaforte dei paesi, una cassaforte piena di monete fuoricorso. Ci sono zone in cui il paesaggio è ancora incontaminato ed è come deve essere: solitario e sprecato.
 

Siamo in guerra

Tanti anni fa, in tempo di guerra, un padre di famiglia decise che non era il caso di allarmarsi per l'imminente invasione nemica.

Lui pensò che sarebbe stato meglio attendere che il peggio passasse; pensò anche che al momento giusto, se non avesse preso parte alla resistenza, sarebbe stato più facile ottenere i favori del vincente; arrivò anche a pensare che se governati da stranieri per lui sarebbe stato meglio.

Forte di questa sua convinzione decise di continuare come se niente fosse.

Al bar si lamentava della scarsità di risorse per cibare sua moglie e sua figlia e dava la colpa al proprio Stato, a suo dire, incapace; non si rendeva conto che lo Stato semplicemente non poteva più garantire i diritti dei cittadini a causa della guerra, una guerra dichiarata da altri.

Si era completamente dimenticato di quanto lo Stato aveva fatto per lui e la sua famiglia, di come grazie ai servizi ed alle garanzie offerte dal suo Stato, qualche tempo prima, avesse potuto far nascere, crescere, curare e far studiare la sua meravigliosa figlia; ora vedeva solamente i disservizi senza soffermarsi sulle cause e se qualcuno gli faceva notare che questi dipendevano dalla guerra, lui ribatteva che la guerra sarebbe stata una liberazione e che tutto dipendeva invece da sprechi e corruzione, affermava con convinzione che prima fosse avvenuta l'invasione e prima si sarebbero risolti tutti i problemi.

Non ci sono trasferimenti forzati in Iraq: comunicato dell’Armata Naqhsabandi

Traduzione dal francese di Anna Biancalani dell'ARS di Pistoia, testo tratto da Albasrah

 

Nobile popolo dell'Iraq! Figli della nostra Nazione Araba e Islamica! Popoli assetati di libertà nel Mondo! Uno dei canali della TV satellitare ha diffuso un servizio del suo corrispondente in Iraq che evoca il crimine dello spostamento di Iracheni operato da forze irachene e ha menzionato fatti inesatti e sprovvisti di ogni verità e li ha imputati in modo perfido alla nostra Armata in contraddizione totale con la realtà che il nostro popolo iracheno conosce insieme a tutte le sue componenti e le sue etnie e che non è che lealtà e spirito di sacrificio che trascendono tutte le menzogne.

A questo proposito vorremmo dimostrarvi le cose seguenti:

  1. Nel passato vi abbiamo espresso la posizione della nostra Armata riguardo a ciò che succede nell'area irachena riguardo alle menzogne e alle deviazioni gravi, e abbiamo allarmato la comunità internazionale dei loro rischi e pericoli (n.d.t. "che correvano") e ciascuno può informarsi in particolare sulle nostre posizioni consultando il nostri sito ufficiale nella rete internet.

GENERAZIONE ANNI 40

Giorni fa, commentando un post dell’ottimo Fiorenzo, mi sono ritrovato a pensare a quella generazione di italiani nati durante l’ultima guerra.

Quelli che hanno vissuto in prima persona il boom economico, che si sposavano a 20 anni, che si sistemavano per la vita al primo contratto di lavoro. Che compravano la macchina, la televisione, il frigorifero con le cambiali. Che compravano casa prima di qualsiasi altro cittadino europeo.

Quelli che vedevano il futuro come un’opportunità, insomma.

Ecco, pensavo, queste sono le persone a cui andare a chiedere consiglio e con le quali schierarsi in prima linea contro il nuovo stato sociale che ha cancellato le speranze di un futuro migliore per le nuove generazioni.

In fondo è a loro che i “poteri forti” hanno messo le mani nelle tasche. Quelli ai quali viene portato via quel surplus di benessere, faticosamente costruito per essere tramandato alle generazioni successive. Noi siamo solo i fortunati fruitori delle loro decennali fatiche spese per evolvere il paese dallo stato di indigenza postbellico.

Se l’Italia è stata la quinta potenza industriale mondiale negli anni 70 lo dobbiamo fondamentalmente a loro.

Cresciuti all’ombra del Colosseo

 

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Cari lettori, l'articolo di questo 25 Luglio è un personale contributo alla lotta per il “risveglio” dei nostri cittadini, azione che non necessariamente deve passare per  azioni eclatanti o scelte coraggiose, spesso occorre  rispolverare aspetti sconosciuti della nostra cultura per essere capaci di avere uno sguardo obbiettivo sul presente.

I recenti Mondiali di calcio in Brasile hanno riaperto la consueta polemica sul gioco del calcio e su quanto si perda tempo nei dibattiti quotidiani, dal bar all'ufficio, passando per il TG e le pagine del giornale. Lungi da me il tentativo di analizzare la vittoria della Germania in finale, i pochi contributi prodotti nel web, hanno dimostrato come esistano 3 dimensioni conflittuali tra di loro di attenzione sul tema: ci sono quelli che “ il calcio non è politica “, poi quelli che “ il calcio è politica” ed infine quelli che “ il calcio non mi interessa”.

Oggi è di mia intenzione provocare il vostro immaginario e raccontarvi un pezzo del Filo d'Arianna perduto con la nostra storia culturale, partendo da uno dei maggiori simboli che ci rappresenta: l'Anfiteatro Flavio, detto anche Colosseo.

 

 

La nascita della banca come istituto di potere globalista

Nel 1230, Luigi IX di Francia (che poi fu anche fatto Santo) diede il via alla VII crociata con l’intento di riconquistare Gerusalemme. Partì alla volta dell’Egitto con un buon numero di uomini, ma una volta arrivato a destinazione fu accerchiato e fatto prigioniero insieme a tutto il suo esercito. Per la sua liberazione accettò di pagare un riscatto pari al corrispondente di UN milione di Fiorini d’oro di Firenze. Per racimolare tale somma si indebitò pesantemente con i Templari e incaricò un ricco commerciante genovese che risiedeva a San Giovanni d’Atri di andare a Parigi per avere la disponibilità fisica dell’immane somma. Il commerciante non si mosse dalla sua residenza ma incaricò suo padre, residente in Genova, di portare a termine l’incarico. A sua volta, egli incaricò un fiduciario residente in Francia che dietro lauto compenso, finalmente, portò a termine la missione, recandosi personalmente in Egitto per consegnare il riscatto pattuito.

Quello che vi ho appena narrato fu il primo bonifico ante-litteram di cui si abbia notizia, certificato da diversi atti notarili.

Rialzarsi ora o mai più

di Davide Parascandolo ARS L'Aquila

Atteggiamento arrendevole, sguardo basso, estinta ogni voglia di combattere per se stessi e per la propria terra, fuga nella sfera dell’egoismo e dell’individualismo per salvare il salvabile nel momento in cui ogni certezza sembra sgretolarsi.

Questi i tratti salienti, duole dirlo, propri al momento di un’intera nazione, di un popolo spento, inebetito, che vive stancamente, che subisce passivamente un disegno eterodiretto e arbitrariamente architettato per renderlo schiavo e impotente, senza che il popolo medesimo se ne avveda e con la vergognosa complicità delle nostre classi dirigenti, quelle del passato così come quelle del presente.

Fiaccati nello spirito, ci hanno inculcato il dogma dell’irreversibilità, dovendo fare quello che ci dicono di fare, senza se e senza ma, insultandoci e denigrandoci in continuazione, in totale spregio di ogni forma di rispetto per le nostre peculiarità culturali e per la nostra storia.

E noi, come sempre carenti di amor proprio e di amor patrio, accettiamo la flagellazione purificatrice “per il nostro bene”, perché ce lo meritiamo, come si sente dire spesso. Stiamo dunque espiando le nostre colpe che, tradotto, significa sacrificare le vite e la dignità di milioni di individui, di cittadini di quella Unione europea che segnerebbe, secondo i suoi giullari di corte, il trionfo storico della razionalità, del progresso, della moralità, in una parola, della Civiltà.

Nord e sud, sfatiamo alcuni recenti miti: la questione meridionale si affronta applicando la Costituzione

GRAFICO: Il divario nei 150 anni di storia d’Italia. Andamento del PIL pro-capite del Mezzogiorno in percentuale del Centro-Nord.

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Fonte: L. Bianchi, D. Miotti, R. Padovani, G. Pellegrini, G. Provenzano, 150 anni di crescita, 150 anni di divari: sviluppo, trasformazioni, politiche, in “Rivista Economica del Mezzogiorno”, XXV, n. 3, 2011, p. 452.

Un'ampia e chiara disamina delle varie tesi sulla situazione economica iniziale nel sud e nel nord e sulle ragioni della caudata del pil pro-capite del sud rispetto al nord si trova in questo articolo.

***

Dal grafico si traggono, piuttosto agevolmente, alcune osservazioni.

1. L'unificazione non arricchì, mediamente, i cittadini del nord a scapito dei cittadini del sud. Infatti in 28 anni il pil pro-capite del Mezzogiorno aveva perso soltanto 4 punti in percentuale rispetto a quello del nord; e in venti anni meno del 2%.

2. Pertanto, la grande crisi agraria, o “grande depressione” o se si vuole grande deflazione (1873-1895) colpì a lungo, salvo gli ultimi sei anni, in modo pressoché identico, sia il sud che il nord; e infatti generò emigrazioni di massa (parliamo di milioni di persone) dal Veneto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dal Mezzogiorno, dalla Francia e da molti altri stati nazionali.

Gli “Eurocontenti” e la campagna contro il TTIP

L’altro giorno mi sono recato, su suggerimento di un amico, ad un convegno organizzato da FairWatch, una “Lobby buona” – come ha tenuto a definirla la relatrice e vicepresidente Monica Di Sisto – sul TTIP.

La relazione prendendo spunto dallo scandaloso spot realizzato e diffuso dalla RAI sui presunti benefici derivanti dalla adesione al TTIP, i cui i termini resteranno segreti fino a quando il trattato non diverrà operativo, descriveva in maniera precisa e puntuale quale scenario deriverà dalla sua applicazione: uno scenario devastante di cui beneficeranno in pochissimi e in cui soccomberanno in molti.

Convegno  molto interessante, ma che tuttavia non mi ha illuminato più di quanto non lo ero già sugli effetti del TTIP.

Ho ricevuto invece l’illuminazione su quanto siano pericolosi gli atteggiamenti e le forme di “lotta” di un certo “attivismo civile”.

Dopo la relazione è arrivato il momento delle domande a cui non ho resistito di partecipare chiedendo: “che differenza c’è tra il mercato unico della Unione Europea e lo scenario che deriverebbe dalla applicazione del TTIP?”

A questa domanda “provocatoria” ho ricevuta una risposta a mio avviso deludente in difesa del mercato Unico Europeo.

1) La democrazia diretta pentastellata; 2) Decadenza; 3) Miraggio

LA DEMOCRAZIA DIRETTA PENTASTELLATA

Un assiduo commentatore del sito Comedonchisciotte, commentando un articolo in home, ha replicato, con il messaggio che allego, a chi accusava i militanti del M5S per le posizioni assunte (o non assunte) dal M5S sulla vicenda Israele/Palestinesi. Io, a mia volta, ho sollevato delle obiezioni, che attengono, in realtà, al tema generale della “democrazia diretta” come intesa ed applicata dal M5S.
Riporto il commento del militante del M5S e la mia replica, sperando di promuovere una discussione, non sulla questione Israele/Palestinesi, che è soltanto l'occasione estrinseca di questo post, bensì sui alcuni particolari caratteri della democrazia diretta pentastellata, discussione che, certamente perché fuori tema, non è stata sviluppata nei commenti all'articolo citato.

ATTIVISTA DEL M5S

"Giovanotti,
io di “Cinque Stelle” sono…
e non da oggi ho preso posizione su questo tema…
I “portavoce” si distinguono dagli altri Attivisti per il fatto che sono finiti in parlamento, anche con poche decine di voti…

Quindi, prego, che non mi vengano attribuite posizioni diverse dalle mie che ben conosco… e sono perfettamente in grado di sostenere in tutte le sedi e i momenti organizzativi del Movimento…"

MIA REPLICA

1) L’euro finirà ma…; 2) Strani amori collettivi; 3) Italia finita o terzo Risorgimento?

L'EURO FINIRA' MA…

L'EURO finira' e con esso finirà l'Unione europea, come sono finiti tutti gli agganci monetari. Tuttavia, senza reazione del popolo italiano serviranno altri 10 anni di impoverimento o magari soltanto 8.
Vero che l'euro finirebbe anche se la Francia uscisse dall'Unione europea ma perché ciò avvenga è necessario che vinca la Le Pen. Ipotizzando,come è probabile, che tra tre anni e mezzo sinistra (moderata e radicale) e centro (centro-centro e centrodestra) si alleino contro la Le Pen e quest'ultima non riesca a vincere, bisognerà attendere comunque altri 5 anni.
Nei prossimi otto anni e mezzo VOLETE CONTINUARE A INFORMARVI A IMPRECARE E A OFFENDERE I POLITICI, attendendo che un popolo straniero ci salvi, O VOLETE ORGANIZZARVI, FORMARE UN PARTITO E MILITARE?

Per me, chi intende fare la prima scelta, non merita nemmeno si essere salvato dall'Unione europea. Quando l'Unione europea cadrà e dopo due anni ricominceremo a percorrere qualche strada sensata, coloro che avranno trascorso 10 anni a imprecare, offendere e divulgare, sia pure nella povertà, dovranno essere considerati degli INGIUSTAMENTE FORTUNATI, IMMERITATAMENTE LIBERATI.

E' giusta quest'ultima considerazione secondo voi?

2) STRANI AMORI COLLETTIVI

Capitalismo storico, frontiere e libertà.

È proprio dell'entità statuale avere dei confini giuridicamente e giurisdizionalmente determinati. Anzi, si potrebbe dire che l'esistenza di una porzione di territorio unitario su cui fondare l'ambito del proprio dominio, costituisce la base essenziale dello Stato moderno, C.Schmitt scrive che il diritto è terraneo e riferito solo alla terra. Lo Stato, dunque, possiede la prerogativa di regolare i movimenti di merci e forza-lavoro attraverso le frontiere del suo territorio. In questo senso ogni entità sovrana, storicamente,  è stata in grado di incidere come variabile determinante, nella divisione del lavoro su scala internazionale.

Testo integrale del discorso di Izzat Ibrahim Al Douri, fondamentale per capire cosa è accaduto e cosa accadrà in Iraq

Discorso di Izzat al Douri, comandante supremo del Fronte della Jihad, della Liberazione e della Salvezza nazionale, segretario generale del Partito Baath arabo e socialista.
Da Bagdad, la capitale di Mansour e di Rachid, Izzat Ibrahim, comandante supremo del Fronte della Jihad, della Liberazione e della Salvezza nazionale, Segretario generale del Partito Baath arabo e socialista, ha rivolto il suo saluto agli uomini dell’esercito Naqshabandi, ai combattenti dell’esercito patriottico, all’esercito dei Mujaheddin, alle brigate della rivoluzione del 1920, ad alcune fazioni di Ansar al-Sunna, agli intrepidi cavalieri dello stato islamico e ad Al Qaeda, per aver concesso l’amnistia a quanti hanno commesso l’errore di tradire la loro patria e la loro famiglia. Izzat Al Douri ha altresì salutato gli abitanti di Ninive e li ha chiamati a sostenere la loro gloriosa rivoluzione.

Ecco il testo integrale del discorso di Izzat al Douri.

http://www.albasrah.net traduzione dal francese di Claudio Martino dell'ARS Frosinone

Figli della grande Patria Iraq!

Combattenti Mujaheddin!
Io vi saluto dalla terra della Jihad e vi annuncio la grande notizia della vittoria ottenuta dal nostro grande popolo dell’Iraq e dalle sue eroiche forze, attraverso una lotta di 11 anni, costata la vita di due milioni di martiri. Le liberazioni di Ninive, capitale storica e di Sala el Din, madri degli eroi, sono considerate le più belle giornate dopo le giornate della conquista islamica da parte del molto amato eletto Maometto (Pace e Benedizione su di Lui) ed i suoi nobili compagni.
La liberazione di Ninive e di Salah el Din e le successive vittorie militari in Anbar e Diyala sono una svolta importante nella storia della nazione per la sua libertà, la sua unità e la sua prosperità, anche per le generazioni future. Che Dio benedica i rivoluzionari del popolo, i capi delle tribù patriottiche per la liberazione totale dell’Iraq arabo e musulmano.
Che Dio benedica gli eserciti e le fazioni della rivoluzione, l’esercito degli uomini Naqshabandi, i combattenti dell’esercito eroico patriottico ed i combattenti del comando supremo dell’esercito della Jihad, della liberazione e della Salvezza nazionale, gli uomini delle brigate della rivoluzione del 1920, quelli dell’esercito dei mujaheddin, alcuni gruppi di Ansar al Sunna e l’avanguardia di quelli, gli eroi e cavalieri di Al-Qaeda e dello stato islamico.

14 Luglio: presa della Bastiglia!

Oggi per la Francia e i Francesi é la festa più importante dell'anno. E' difficile da capire per chi non é francese cosa significhi il 14 luglio per i nostri cugini. Se per il resto del mondo la storia francese é quella dei galli, di Carlo Magno, di Filippo il Bello, di Giovanna d'Arco e il Re Sole, per i francesi no! quello é ancien régime! la storia della Francia moderna inizia il 14 Luglio 1789, come il 4 luglio per gli americani, la presa della bastiglia é il loro mito fondatore. Con una bella differenza, che in effetti prima del 4 luglio 1776 gli Stati Uniti non esistevano, non avevano una lingua comune, una tradizione comune, dei confini, l'indipendenza, la Franica invece dopo la Cina, é lo stato-nazione più vecchio del globo. Ma tant'é, fin dalle scuole repubblicane si studia, come un po' in Turchia con il 1454, che quello che c'era prima non era Francia e non era République, é qualcosa di alieno alla loro storia, e non c'é paesino francese dove andiate, che non abbia targhe che ricordino che qui vi era tale palazzo, castello o teatro della città, che fu abbattuto dalla Rivoluzione Francese, proprio per cancellare ogni traccia di quel passato. Lo stesso palazzo delle Tuilleries, da Maria de Medici in poi, sede dei regnanti di Francia passando da Enrico IV a Napoleone III e i vari directoires, fu definitivamente raso al suolo a fine ottocento per le stesse ragioni. Un vero peccato perché in realtà era l'unico palazzo parigino a essere progettato e abbellito da architetti e scultori di fama internazionale, fra cui il nostro stesso Bernini.

Una opinione realista sul conflitto Israele/Palestinesi

Stato pubblcato su facebook, dove si trova ampia discussione

Siete pregati di non contestarmi, perché sono assolutamente felice di scoprire che c'è REALISTICAMENTE un'altra soluzione, oltre quella che mi sembra l'unica REALISTICAMENTE possibile.

Scrive un commentatore sotto il post di un amico:

"quale tristezza questa guerra tra palestinesi e israeliani, popoli che dovrebbero essere fratelli e lavorare insieme per costruire un medio-oriente migliore"

Mia replica:

Villa Gloria

VILLA GLORIA di Cesare Pascarella

A Benedetto Cairoli

I.

A Terni, dove fu l'appuntamento,
Righetto ce schierò in d'una pianura,
E lì ce disse:–Er vostro sentimento
Lo conosco e nun c'è d'avé pavura;

Però, dice, compagni!, v'arimmento
Che st'impresa de noi nun è sicura,
E Roma la vedremo p'un momento
Pe' cascà' morti giù sott'a le mura.

Pe' questo, prima de pijà er fucile,
Si quarcuno de voi nun se la sente
Lo dica e sorta fora da le file.

Dice: non c'è gnisuno che la pianta?–
E siccome gnisuno disse gnente,
Dopo pranzo partissimo in settanta.

II.

E marciassimo fino a la matina
Der giorno appresso. Tutta la nottata!
A l'arba poi, fu fatta 'na fermata
Su l'erba zuppa fracica de brina.

Traversassimo un fiume de rapina,
Lassassimo la strada, e traversata
'Na macchia, se sboccò su 'na spianata
E venissimo in giù pe' la Sabina.

Dove che dietro a noi c'era pe' scorta
N'onibussetto tutto sganghenato,
Dov'uno ce montava un po' pe' vorta.

Pe' strada er celo ce se fece cupo,
E venne l'acqua che nun ci ha lassato,
Finché non semo entrati a Cantalupo.

III.

La repressione finanziaria come antidoto all’ERF e all’aporia del debito pubblico ipertrofico.

Sono passati poco meno di tre mesi da quando il Prof. Antonio Maria Rinaldi nel corso della trasmissione televisiva condotta da Gianluigi Paragone “la Gabbia” portava all’attenzione del grande pubblico, sdoganandolo dal ristretto circolo degli addetti ai lavori, il funzionamento di questo nuovo “leviatano giuridico” in gestazione presso l’UE. (1)
Stiamo parlando dell’ European Redemption Fund (contraddistinto dall’acronimo ERF) cioè fondo di redenzione europeo, elocuzione in limine al misticismo, come se gli Stati fossero dei peccatori in procinto di espiare i propri peccati.
Tecnicamente l’ERF è il “precipitato applicativo” del Fiscal Compact. Poiché nessuno degli Stati europei riuscirà da solo a far fronte agli enormi oneri finanziari derivanti dal Fiscal Compact, verrà creato un fondo comune ad hoc con il compito di emettere euro-union-bond; gli Stati aderenti, però, saranno costretti a conferire in garanzia gran parte dei propri assets (nella fattispecie italiana: ENI, ENEL FINMECCANICA, ecc), parte della fiscalità e parte del patrimonio immobiliare.
In una recente intervista al Corriere della Sera il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio, uomo molto vicino a Matteo Renzi, ha affermato che per abbattere il debito pubblico verrà costituito un fondo europeo, con in pancia asset pubblici a garanzia, che si indebiterà al fine di ridurre il debito statale del 25% – 30% di PIL. (2)

Località a sovranità zero: Gaza, Falluja e altri potenziali terreni di scontri.

Gaza, come spesso accade torna d’attualità… pur sempre restando nell’ombra.

In questo post non voglio fare considerazioni politiche (qualunque cosa voglia dire) ma portare all’attenzione dei lettori di APP importanti ricerche scientifiche condotte dalla Prof.ssa Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova. La Professoressa ha fondato nel 2006 un’associazione, Newweapons committee che si occupa di studiare gli effetti dell’uso di armi di nuova generazione negli scontri bellici recenti: Libano, Iraq e Gaza.

Queste armi non convenzionali (non registrate da nessuna istituzione internazionale e quindi al di fuori di ogni controllo), che vanno dall’uranio impoverito, al fosforo bianco fino a nomi fantascientifici ma non meno reali come laser, microonde e termobariche, oltre ad avere le principali peculiarità distruttive e mortali di tutte le armi, presentano una caratteristica inquietante: sono in grado di danneggiare le persone anche dopo la fine del conflitto per molti anni a venire.

Infatti, come evidenziato dalle pubblicazioni scientifiche di impatto internazionale (di cui anche un report su Lancet)  del gruppo Newweapons, è ormai dimostrato che queste armi rilascino metalli pesanti che, oltre ad essere presenti nei corpi delle vittime, rimangono anche nell’ambiente circostante.

Note per una critica della categoria dei “diritti civili”

La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tende a scindere la comunità in due: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall'altro coloro che sono contrari. Ovviamente, essendo una categoria inventata e invocata dai favorevoli, i contrari sono sovente oggetto di giudizi negativi: reazionari, conservatori, bacchettoni, retrogradi, fobici di vario tipo.

Ultimamente la categoria è sottoposta a critica: si tratterebbe di diritti "cosmetici", nel peggiore dei casi, o soltanto "secondari" rispetto ai diritti sociali, nei casi in cui la critica è affievolita.

Penso che si possa e debba andare oltre. La categoria è falsa sotto due profili.

In primo luogo taluni pretesi "diritti" sono in realtà doveri.

Pensiamo alle unioni omosessuali. Qui ciò che veramente è in ballo è il potere di contrarre un vincolo, altro che “diritto ad avere un diritto”! Nessuno mai, il giorno in cui si è sposato, ha pensato di aver acquistato diritti (salvo qualche scemo o qualche falso opportunista). Egli ha contratto un vincolo, il vincolo matrimoniale, appunto, composto da doveri e soggezioni.

Vecchi e nuovi borghesi

La storia insegna che chi sta nel mezzo generalmente rivoluziona il sopra e il sotto.
Pensate agli Illuministi: a chi si rivolgevano nella loro battaglia per far usare agli uomini i "lumi" della ragione? non certo alle classi più ricche che non avevano nessuna voglia di mettere in discussione lusso e potere, ma neppure alla povera gente, troppo impegnata a sopravvivere e che non avrebbe neppure capito le loro proposte. Si rivolgevano alla borghesia, l'unico ceto sociale col privilegio di criticare i privilegi altrui.
Oggi com'è la borghesia?
È sempre quella fascia di popolazione che può permettersi gli ideali, perché un lavoro ce l'ha e non deve pensare tutto il giorno a come rimediare un tozzo di pane, così che la mente può impegnarsi altrove. Anche nel cinismo, ma solo se necessario (per es. disprezzano le manifestazioni del "terzo stato" senza lavoro, perché poi trovano strade bloccate, più traffico, più semafori rossi e fanno tardi al lavoro…); o nei misteri della fede ("non sono renziano, ma voto pd"…). E per tenersi attivi e dinamici, alcuni vanno in palestra, altri a caccia di streghe. Ed eccoti quindi spuntare una nuova mania, invalidante e ottenebrante come una fobia, come il sesto senso di certi horror: vedere gente fascista. viva. ovunque.
E d'altronde ci vuol poco oggi a dare del fascista a qualcuno: basta dimostrare un po' d'amor di patria.