Il giusto salario

L’art. 1 della costituzione italiana recita: “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”; parto da questo presupposto (ovvero che a TUTTI dovrebbe essere garantito un giusto lavoro che possa far vivere ognuno serenamente) per capire quale dovrebbe essere la altrettanto “giusta” paga che ci possa mettere in una condizione abbastanza spensierata da poterci far vedere il futuro con un certo marginale ottimismo.

Sappiamo che sino alla fine del 1800 la vita era davvero molto dura: la giornata lavorativa di un operaio durava almeno 12 ore e con il compenso ottenuto si riusciva a malapena a metter tavola. Anche i bambini, superati i 6/7 anni erano costretti a lavorare pesantemente, contribuendo così alla scarsissima economia familiare. L’avvento dell’industria stravolse completamente le regole, aumentando anno per anno, in qualsiasi settore, smisuratamente la produzione e la produttività. Il resto è Storia recente.
Oggi sappiamo che con una sola ora di lavoro ben retribuito (9 euro netti/ora) si riesce ad organizzare un buon pranzo per 4 persone (1/2 kg pasta €0.50. pomodoro pel. 350gr €0.50, ½ kg di maiale €4, insalata €1, frutta ½ kg €1, vino e acqua €1,5, caffettiera di caffè 50 cent, la dieta potrebbe variare a vostra scelta, anche se in modo abbastanza limitato). Il resto delle 6 ore lavorative, togliendo ancora 9 euro per il pasto della sera, sarà pari a €54. Questi 54€ andranno ad essere utilizzati per le altre spese correnti e per un piccolo accantonamento, quanto possibile Una paga netta di €1584 (€72x22gg) dovrebbe essere sufficiente per mandare avanti una famiglia di 4 persone. A detto importo si devono aggiungere la 13esima e le ferie pagate per 4 settimane o 22gg lavorativi. Il compenso annuo netto sarà di €20592 + 22 giorni pagati e non lavorati.

Euro, Unione Europea o socialismo?

Non c’è neanche un solo diritto fondamentale enunciato dalla Costituzione che non risulti alterato in maniera sostanziale dall’applicazione dei trattati europei: la critica dell’ARS non è solo critica all’euro, ma critica all’Unione Europea.
L’Italia ha giocoforza subìto una rivoluzione, che è maggiore rispetto ad altri Stati appartenenti all’unione: dai primi anni ‘90 abbiamo modificato il sistema processuale penale, il sistema di distribuzione dei poteri dal centro alla periferia, il sistema elettorale  (ribaltandone completamente i presupposti), ci si è spinti verso l’aziendalizzazione delle università spacciandola per “autonomia”, ed infine si è modificata la legge bancaria del 1936, che fu posta a fondamento del nostro sistema economico. Con una “legge-delega” (che toglie di fatto dal dibattito democratico del Parlamento l’attività legislativa) venne introdotto con il TUB (Testo Unico Bancario, 1994) un nuovo concetto di banca come non più “istituzione pubblica”, ma moderna “società di diritto privato”; il TUF (Testo Unico Finanza, “legge Draghi”, 1998)  liberalizzò mercati ed intermediari finanziari dettando i “principi generali” e lasciando, in delega agli stessi, le modalità di regolamentazione in barba ai principi costituzionali. Nel 1992 Carli formalizzò la separazione della banca centrale dal Tesoro e consentì il processo di costituzione della BCE, banca centrale di uno “stato che non c’è”.
Questa rivoluzione è avvenuta, ed è fondamentale ricordarlo, non a causa dell’euro, ma ancor prima per responsabilità dei trattati dell’UE: dagli anni ‘80, e poi definitivamente con Maastricht, i princìpi fondamentali delle costituzioni europee sono diventati feticci, la  Costituzione Italiana è stata presa di mira poiché in contrasto coi trattati, e conseguentemente disinnescata. Questo meccanismo perpetrato di disinnesto delle sovranità nazionali ci ha condotti verso l’impossibilità giuridica di disciplinare numerose materie di interesse pubblico.
Un paese liberista, come l’UE impone ai propri membri, è per forza globalista. Un paese che viceversa pianifica la propria economia, come ci imporrebbe il dettato costituzionale, è un paese dove il popolo, la legge e lo Stato controllano, disciplinano e dirigono la res publica in modo più o meno socialista.
Una norma fondamentale contenuta nella nostra Costituzione, l’articolo 41, enuncia: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. La parte più nobile del trattato costituzionale è dunque la parte che disciplina i rapporti economici: ristabilire la legalità costituzionale significa pertanto prevedere partecipazioni statali ed aiuti di Stato ad imprese in settori strategici (misura che portò la nostra industria pubblica ad essere avanguardia nel mondo). Oggi, all’interno dell’Unione Europea, tutto questo risulta essere inapplicabile.
Inoltre, per imporre di nuovo un sistema progressivo di imposizione bisognerebbe limitare la circolazione dei capitali: non esiste nessun esperienza socialista o socialdemocratica che non abbia applicato questo principio come era applicato da noi prima della distruzione economica, ma soprattutto sociale, di questo nostro intero continente.
L’unico internazionalismo (parola tanto abusata quanto ostica) accettabile è quello in cui si ha un rapporto di pace tra stati socialisti.  E sovrani.

Un modo diverso per stare in Europa

L’articolo che pubblichiamo, scritto da Luca Pinasco su L’intellettuale dissidente, non riflette necessariamente e nella sua totalità il pensiero dell’ARS. E’ un articolo estremamente informato sull’Ungheria, che cita frasi di Orban idonee a delineare chiaramente il pensiero politico dello statista ungherese e che suscita domande decisive: come fa l’Ungheria a stare in Europa e a praticare le politiche interventiste e protezioniste che attua (a prescindere dalla giustezza o meno della distribuzione interna delle risorse create)? Fermo che l’Ungheria non ha adottato l’Euro e ha da tempo rinviato l’adozione della moneta unica a “non prima del I gennaio 2015″, esistono contenziosi di altro tipo tra Ungheria e Unione europea, relativi a violazioni, reali o pretese, di regole dei trattati? Quale posizione assume la Corte Costituzionale ungherese in tema di rapporti tra ordinamento interno e ordinamento dell’Unione Europea? Sono domande alle quali, per ora, non siamo in grado di dare risposta, per mancanza di conoscenze e soprattutto degli strumenti di conoscenza indispensabili (la lingua magiara, in primo luogo). SD’A

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Appunti su Kant, federalismo e sovranità

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Nel suo Per la pace perpetua del 1795 Immanuel Kant si interroga su una possibile federazione di Stati, allo scopo di raggiungere una condizione di pace perpetua. Le tesi di Kant sono spesso utilizzate dai federalisti europei per giustificare le loro posizioni. Qui si chiarirà come il pensiero di Kant sia più complesso di quel che sembri, citando direttamente alcuni suoi passi dal libello in questione, seguiti da un breve commento.

«Nessuno stato indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione. […] Uno stato infatti non è (come il territorio su cui ha la sua sede) un bene (patrimonium): è una società di uomini sulla quale nessun altro se non lei stessa può comandare e disporre».

Uno stato, come l’Italia, non è una cosa, un oggetto che può essere svenduto, comperato, delasciato e via dicendo, ma è una libera società, indipendente, che trova solo in se stessa il proprio diritto e la propria potenza. Certamente la parola sovranità non entra nel discorso kantiano, ma noi possiamo tranquillamente affermare che un tale Stato sarà chiaramente sovrano di se stesso.

“Dire come stanno le cose”: delegittimare l’ipocrisia

di Alessandro Bolzonello

2279408828_bb34963f1b_zSono stato educato a dire ciò che si deve dire, non a dire ciò che si sente, si vede e si pensa. In molte occasioni ho percepito chiaro l’ammonimento, preventivo e consuntivo, dell’esprimere un parere, talvolta indicato come atto eversivo, in particolare quando espresso in ambienti istituzionali.

L’esprimersi risente di regole culturali, spesso implicite, condensate nell’espressione politically correct ovvero valutazione di opportunità. Concetti in sé nobili che rinviano a linee di opinione ed atteggiamenti sociali di attenzione e rispetto dell’altro, ma, contestualmente, strutturalmente ambigui che si prestano a diverse interpretazioni. Se è vero infatti che esercitare attenzione e rispetto implica accettare che esiste un limite alla libera espressione, spesso tale limite viene pretestuosamente interpretato quale legittimazione dell’adulterazione, fino al tradimento del significato originario: giustificazione della menzogna, diffusione della mistificazione, sdoganamento dell’ipocrisia.

Tartassiamoci: “ce lo chiede l’Europa!” Parte III: Cosciani Vs. Visentini

“La politica è l’arte d’impedire agli avversari di fare la loro.” Roberto Gervaso

Alla morte di Ezio Vanoni l’ordinamento tributario, se pur incamminato verso la via tracciata dalla Costituzione, era ancora molto lontano dall’incarnarne in maniera esatta e puntuale i princìpi.

Gli anni ’60 si sono caratterizzati per l’intensa attività di studio dedicata alla riforma tributaria che di lì a pochi anni doveva concretizzarsi dando un nuovo volto all’ordinamento tributario italiano.

E’ questo il periodo nel quale due uomini, con idee e visioni diverse, si confrontarono e scontrarono nel dibattito relativo alla riforma tributaria: Cesare Cosciani e Bruno visentini.

Le “lame” tra i due, ad onor del vero, si erano già incrociate ai tempi della “commissione Vanoni” nel 1948, e le rispettive relazioni presentate in quella commissione rappresentano il preludio di quello che sarà il dibattito negli anni ‘60

Cosciani era un uomo accademico, non era un politico in senso stretto, ma i suoi argomenti lasciavano chiaramente intendere che il suo orientamento fosse fortemente socialdemocratico.

Visentini era al contrario un politico, uomo di spicco del Partito Repubblicano Italiano, un liberale quindi.
Era il 1962 quando l’allora ministro delle finanze Giuseppe Trabucchi  istituì la commissione per lo studio della riforma tributaria di cui fu designato vicepresidente Cesare Cosciani e che vedeva tra i suoi componenti anche Bruno Visentini.

Gli insegnamenti che nulla hanno insegnato

Il testo del 1999 “Les enseignements de l’aventure européenne” di Tommaso Padoa Schioppa[1] costituisce, con lucida e profonda consapevolezza, un magnifico archetipo della settaria ideologia europeista. Sarà nostro compito in questo frangente metterne in luce le aporie e gli errori teorici dal punto di vista politico prima che economico.

Niente più del processo stesso di costruzione dello Stato sovranazionale europeo, infatti, testimonia meglio l’ideologia liberista che permea così profondamente le sue strutture di governo. Quanto più si procede in questa strada, tanto più si annullano i divieti alla libera circolazione dei capitali, aumentano le dismissioni e le svendite del patrimonio pubblico parallelamente all’aumento di privatizzazioni e costituzioni di oligopoli sovranazionali. Tanto i critici, quanto i sostenitori e i fautori di questo processo ne ammettono ormai la realtà e la consistenza. Ciò che merita ancora di un’attenta analisi sono gli elementi dottrinali e politici che tale progetto implica e che il testo di Padoa Schioppa ha il merito di mettere in luce.

Ricciotti e altri eroi dimenticati del Risorgimento (2)

Il presente articolo costituisce seguito e parte integrante del precedente “Ricciotti e altri eroi dimenticati del Risorgimento (1)

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Nicola uscì dal carcere nel marzo del 1831, quando Gregorio XVI decise di esiliarlo in Corsica. Nell’isola ebbe a che fare con soldati francesi massoni, circostanza che gli procurò, essendo lui stesso affiliato alla Massoneria dal 1820, la conoscenza del rivoluzionario Giovanni La Cecilia, carbonaro e massone, stretto collaboratore di Mazzini.

Fu così che Ricciotti poté conoscere personalmente l’apostolo del Risorgimento e venire direttamente a contatto con le idee di quest’ultimo.

Presto Nicola riuscì a rientrare in Italia, alla ricerca dei vecchi contatti. A Cesena ritrovò l’ex compagno di cella Fattiboni. A gennaio del 1832 raggiunse il fratello Domenico a Roma.

Domenico Ricciotti, già nel 1824 fu trasferito per motivi di salute da Civita Castellana a Castel Sant’Angelo, dove divenne il capo dei detenuti politici. Riottenuta la libertà, nel 1830 aprì una bottega e si mise subito in contatto con i patrioti romani, intraprendendo un intensa attività di proselitismo.

La presenza di Nicola a Roma nel 1832 fu determinante per l’introduzione degli ideali repubblicani nell’ambiente romano. In una riunione a casa di Domenico, i patrioti romani accettarono a maggioranza il programma mazziniano.

I sovranisti e la fine dell’euro

La partita dei sovranisti inizierà proprio quando molti credono che dovrebbe finire, ossia con la fine o l’abbandono dell’euro.

L’euro cadrà perché genera squilibri, grandi impoverimenti, disoccupazione di massa, depressione sociale, crollo o crisi cronica di sistemi economici nazionali e quindi porta con sé l’impoverimento o la sventura anche dei ceti piccolo borghesi e persino medio-borghesi che operano nei sistemi economici nazionali che crollano o si ammalano cronicamente.

L’euro non cadrà per battaglie politiche dei sovranisti, sebbene sia ovvio che alla fine a dire “stop si torna indietro” saranno politici che opportunisticamente, prima o poi, prenderanno atto del fallimento dell’euro o magari ne hanno già preso atto.

Caduto l’euro, si aprirà una lunga fase di incertezza, aperta a piu’ soluzioni. E’ in quella lunga fase che i sovranisti daranno battaglia. Prima di allora è però necessario aggregarsi, unirsi, organizzarsi, disciplinarsi, farsi conoscere da tutti gli italiani.
Insomma, in questi anni che restano prima della fine o dell’abbandono dell’euro, i sovranisti promuovono il risveglio e organizzano l’esercito dei militanti.

Dittatura digitale

I temi relativi allo sviluppo democratico di uno stato, quelli legati ai diritti civili e alle libertà politiche e di espressione sono importanti nell’adozione e nella diffusione di Internet ( Milner 2003).
Il tipo di regime politici prevalente in un Paese è un fattore determinante nell’adozione di nuove tecnologie. Nei paesi democratici è più veloce ed è facilitata anche in presenza di differenti gradi di sviluppo economico.
Esiste quindi un legame tra fattori politico- istituzionali e investimenti per la diffusione delle nuove tecnologie.
La banda larga per esempio, in Italia non ha la stessa diffusione tipica degli altri paesi democratici e la causa e’ da ricercare proprio nella volontà politica.
A questo proposito e’ utile una citazione accademica della Teoria dei “politici perdenti” ( Ancemoglu e Robinson 2000). Secondo questa tesi, i gruppi al potere tenderanno a bloccare le innovazioni tecnologiche che minacciano le fonti della loro forza politica ( Sartori: Il divario digitale).
Il caso estremo e’ il paese governato da dittatura che limita e controlla in modo ferreo l’acceso e l’utilizzo della rete. Un esempio intermedio e’ l’Italia dove i controlli dell’utilizzo ci sono ma non dichiarati e l’accesso alla rete viene limitato dal mancato investimento volontario, nella creazione di infrastrutture necessarie alla diffusione più efficiente e a costi più bassi di Internet.
Nonostante questo, lo scenario politico e’ molto cambiato negli ultimissimi anni proprio grazio all’uso di Internet e di strumenti come i blog e i social network. Questi sono i nuovi terreni di confronto tra politici e cittadini; confronto ormai quotidiano e facile per chiunque ne abbia accesso tramite telefono o pc. Il politico quindi, ha perso l’aurea di irraggiungibilità, venerabilità e segretezza che lo ha protetto fino a poco tempo fa, trovandosi in condizioni di aperto scontro frontale con il cittadino libero di esprimere la propria contrarietà o aderenza al suo operato.
La velocità di diffusione delle informazioni che viaggiano in spazi aperti senza ostacoli morfologici, in tempi brevi, rende difficile l’insabbiamento o la manipolazione stessa del misfatto ( non impossibile ma senz’altro molto più difficile). I canali tradizionali ( tv, radio, giornali) fungevano da barriera asettica perché permettevano una ‘preparazione’ della notizia da comunicare ed erano talmente limitate le fonti dalle quali attingere le informazioni che la scelta era quasi univoca a favore del potere.
Questi sono i presupposti per i quali è plausibile pensare che ancora oggi nessuna fazione politica si sia mai spesa concretamente a favore dell’ampliamento delle infrastrutture per la diffusione di Internet.
Le condizione attuale comporta delle disuguaglianze sociali ( digital divide): chi non usa internet ( classi sociali meno abbienti) e’ limitato nella scelta delle fonti e quindi nel confronto critico tra le stesse, ed è escluso dal grande dibattito pubblico, circoscritto ai luoghi fisici d’incontro sociale; rimane quindi chiuso in una visione ristretta della realtà legata al suo ambiente e la sua posizione sociale.
La banda larga rimane allora un arma a doppio taglio; pesa da una parte la capacità di sviluppo economico nel settore terziario e dell’e-commerce e diminuisce dall’altro, fino a farlo scomparire, la distanza tra potere e cittadino, condizione necessaria per tenere il popolo nella debita ignoranza.
Questo spiega in parte perché fino ad oggi nessun governo italiano ( legittimo o meno) abbia mai concretizzato lo sviluppo della rete nelle riforme di sviluppo e rilancio dell’economia, avvicinandosi di più a un regime dittatoriale piuttosto che a uno democratico.

L’art.18: la vera posta in gioco

Il 1° giugno del 1970 Mariateresa, una operaia diciassettenne di una tappezzeria veneta, fu licenziata dalla sua azienda perché assente ingiustificata; la ragazza aveva partecipato allo sciopero proclamato a livello nazionale per il rinnovo del contratto di categoria; fu quella la prima volta nella storia italiana in cui un Giudice della Repubblica applicò l’art. 18 della Legge 20/05/1970 n.300 meglio conosciuta come lo Statuto dei Lavoratori, e dispose il reintegro della ragazza nel posto di lavoro. La ragazza fu riassunta una settimana più tardi. Maria Teresa continuò tuttavia ad essere vessata all’interno della sua azienda e dopo qualche tempo si dimise.

Il 29 settembre 2014 una convulsa Direzione del PD ha dato il via libera alla definitiva abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori; dopo anni e anni di dibattiti politici, manifestazioni, interi palinsesti televisivi dedicati all’argomento, due referendum falliti (quello del 2000 proposto dal Partito Radicale che voleva eliminarlo, e quello del 2003 proposto da Democrazia Proletaria che voleva estendere le tutele dell’art. 18 anche ai lavoratori di aziende con meno di quindici dipendenti) alla fine cala definitivamente il sipario su uno dei simboli più importanti di quelle conquiste sindacali che derivano dalle lotte nelle fabbriche iniziate nel 1967 e proseguite nei moti del ‘68.

Una politica tributaria per la prosperità

Beardsley Ruml

Tax Policies for Prosperity

The Journal of Finance, Vol. 1, No. 1 (Aug., 1946), pp. 81-90. Traduzione di Giorgio D.M. pubblicata su Appunti (blog che segnaliamo vivamente)

Il nostro primo obiettivo oggi – l’organizzazione di una pace mondiale giusta e duratura – richiede che le relazioni economiche mondiali siano stabilite a partire dalle necessità dell’umanità e dalla necessità di ordine.

Per il successo di tutti questi piani internazionali è universalmente riconosciuto come indispensabile un elevato livello di occupazione e di produzione negli Stati Uniti.

Con una grande prosperità, avremo bisogno di grandi importazioni di materie prime, e troveremo il modo di ottenere per noi stessi i vantaggi economici derivanti da minori dazi sui generi alimentari e sui prodotti manifatturieri.

Con una grande prosperità, saremo meno avidi di mercati di sbocco all’estero [foreign outlets] che impegnino la nostra capacità produttiva in eccesso e saremo più desiderosi di vedere che le nostre esportazioni sono dirette a soddisfare le necessità più essenziali del mondo.

Con una grande prosperità, ridurremo più facilmente quelle pratiche restrittive e quei pregiudizi discriminatori che nascono dalla paura e generano disprezzo e odio.

Rieccolo!!!

      No, non stiamo parlando di Amintore Fanfani, ma del più piccolo Nicolas Sarkozy. Erano mesi che faceva uscite del tipo “torno non torno”, un passo in avanti e una marcia indetro, lanciando segnali di tutti i tipi  ai media, ebbene 10 giorni fa il grande annuncio che nessuno si aspettava: Pasqua quest’anno vien di domenica, no anzi Nicolas Sarkozy torna in campo, ma lo fa per i francesi! (chi vi ricorda?) Naturalmente fosse stato per lui,  non si sarebbe mai ricandidato, anzi avrebbe rispettato la promessa fatta la sera della sua sconfitta, di  abbandonare definitivamente la scena politica per darsi alle conferenze. Conferenze pagategli dal Quatar 300.000 euro a colpo, chissà se c’entra l’imposta agevolata al 2% sulle transazioni immobiliari concessa proprio da Sarkozy agli stessi principi arabi, mentre tutti gli altri idioti francesi continuano a pagare un bel 33%).

Hanno bisogno di crisi.

« Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti.
I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.
…È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. »
Mario Monti

Il prometeico Enrico Mattei.

(Prometeico

Dal Dizionario della Lingua italiana.

Significato:

“1) Di Prometeo, mitologico titano che sottrasse il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini.

2) Che si caratterizza per un eroico e disperato spirito di sfida”).

 

Proprio in questo mese di sessantadue anni fa moriva Enrico Mattei.

La sua figura è stata volutamente abbandonata all’oblio. Infatti il disegno politico-economico di Mattei, che in larga parte realizzò, è ancora attualissimo e continua a dar fastidio, a più di mezzo secolo dalla sua scomparsa, in quanto toto coelo opposto all’odierna concezione neoliberista.

Non mi stupirei di scoprire che gran parte degli italiani non conoscano la storia affascinante, coeva al boom economico del nostro Paese, di questo uomo straordinario.

Senza di lui l’Italia non avrebbe mai raggiunto quell’alto livello di opulenza che adesso diamo per scontato e che fa tanto gola agli “squali” di Wall Street. Senza il coraggio e l’intraprendenza di Mattei l’Italia dei nostri giorni assomiglierebbe più alla Bulgaria o alla Romania che non alla Francia o alla Germania.

La Rivoluzione “degli Altri”

Cari lettori, militanti e patrioti, anche questa tornata elettorale Scozzese ha lasciato un immaginabile amaro in bocca, una sensazione di occasione perduta e l’inevitabile conferma dell’immobilismo politico e culturale dello scenario italiano.

Tutto questo lascia una scia di delusione, chiaramente per chi si aspettava che l’Indipendenza Scozzese portasse a qualche grande sconvolgimento dello scenario Europeo, bastava però essere capaci di filtrare l’entusiasmo degli Euro-scettici nostrani con un minimo di ricerca, non solo storica, sulle radici dell’appartenenza della Scozia alla Gran Bretagna e su quali partiti hanno promosso il referendum, per capire che eravamo davanti alla solita solfa mediatica.

Analizzerò per voi alcuni aspetti fondamentali di questa storia, focalizzandomi su “ di Noi “ e meno “ degli Altri “

Non confondiamo la Storia con il Cinema

La notizia del Referendum Scozzese girava ormai da qualche anno, in seguito ad una serie di scoperte di giacimenti petroliferi a nord delle Higlands, un piccolo capitale economico da gestire in modo autonomo per rilanciare il paese in una fuoriuscita dai vincoli ( non esattamente così stretti come si immagina ) del Governo Inglese. Da quel momento in poi, un certo sentimento di Indipendenza è tornato a farsi strada “politicamente” in alcuni partiti Scozzesi, mentre prima si è quasi sempre assistito alla rivendicazione di indipendenza culturale, ben propagandata dal mito mediatico del film Braveheart e della figura di William Wallace.

Perle di logica eurista

Il dibattito che ruota attorno all’Unione europea e alla sua irenica creatura chiamata euro ci permette a volte di godere di talune mirabolanti piroette (il)logiche e di alcuni curiosi siparietti i cui protagonisti sono ignari di dare sfoggio di clamorosa quanto inconsapevole idiozia.

Le performances più strabilianti costoro le regalano quando discorrono amabilmente degli effetti “catastrofici” che a detta loro costituirebbero il certo epilogo di un eventuale ritorno a “lirette” o simili succedanei. Questi esimi statisti chiamati da altrettanto brillanti giornalisti a far da comparse in ineffabili talk televisivi srotolano argomentazioni che sarebbero confutabili persino da un simpatico bardotto. Basta infatti ascoltarli con un minimo di attenzione per constatarne la totale quanto evidente inabilità al pensiero (figuriamoci all’azione).

La lingua di un popolo è la sua anima.

 

Rivela ciò che ha perso, ciò che ha ottenuto, ciò che vorrebbe essere e ciò che invece è.
Le parole di cui si è sbarazzata e quelle che invece ha accolto, diffuso e rimarcato, sono i suoni che ancora riecheggiano dalla storia delle sue guerre, dei suoi idoli antichi e dei suoi dei moderni, delle sue speranze e delle sue paure, delle sue glorie e delle sue colpe.
Le parole che sentiamo oggi nei Tg, nei giornali, parlano spesso di paura: paura della crisi, paura di non farcela, paura di non essere all’altezza. e parlano spesso anche di colpe: di essere troppo corrotti, troppo incompetenti, troppo bamboccioni, troppo italiani, magari, e poco europei.
Sono parole che riecheggiano dalla verbosità di una guerra moderna che si sta combattendo, appunto, con le parole. Infatti sono parole che mirano a svilire, a intimare, a minacciare, a distruggere, ogni residua ribellione, ogni speranza di parole nuove.
Questa è oggi la nostra lingua. Questa è ormai la nostra anima che ha accolto, diffuso e rimarcato colpe e paure che non conosceva e da cui è stata letteralmente invasa con le armi dell’assolutismo mediatico. La fonte dell’invasione, v’è forse bisogno di cercarla? sappiamo ormai tutti dov’è.
Quel che magari rimane da cercare è com’è l’anima del popolo tedesco e quale, dunque, l’origine della sua lingua.

Il regime di libera circolazione dei capitali

lire100euroA partire dal “divorzio”, un’imponente produzione legislativa trasformò completamente il regime finanziario seguito dall’Italia, ponendo fine a una condizione alla quale possiamo riferirci con l’espressione “repressione finanziaria”. Dal documento programmatico presentato all’Assemblea nazionale dell’ARS (PESCARA 15 e 16 giugno 2013) leggiamo:

Primo presupposto del regime di repressione finanziaria è che il risparmio dei residenti, cittadini o stranieri, famiglie o imprese, non possa uscire liberamente dall’Italia: chi intenda far uscire il proprio risparmio dall’Italia deve chiedere un’autorizzazione amministrativa. Questo principio oggi stupisce e insospettisce la persona comune, la quale, generalmente, ha l’animo e la mente conquistati da (oltre) venti anni di ideologia liberoscambista. Eppure è stato un principio vigente dagli anni trenta al 1990, quando fu abolito il controllo amministrativo sulla circolazione dei capitali. In particolare in Italia sono state vigenti dal 1956 al 1990 le seguenti disposizioni normative, contenute nel D.L. 6 giugno 1956, n. 476, convertito con modificazioni dalla L. 25 giugno 1956, n. 786: “Ai residenti è fatto divieto di possedere quote di partecipazione in società aventi la sede fuori del territorio della Repubblica nonché titoli azionari e obbligazionari emessi o pagabili all’estero se non in base ad autorizzazioni ministeriali” (art. 5, I comma); “Le cessioni, gli acquisti e ogni altro atto di disposizione fra residenti e non residenti, concernenti i titoli di credito di qualsiasi specie, non possono effettuarsi se non in base ad autorizzazioni ministeriali” (art. 6, I comma); “L’esportazione dei titoli di credito menzionati al precedente comma, nonché dei biglietti di Stato e di banca “nazionali”, può effettuarsi in base ad autorizzazioni ministeriali“ (art. 6, II comma); più in generale, “Ai residenti è fatto divieto di compiere qualsiasi atto idoneo a produrre obbligazioni fra essi e non residenti, esclusi i contratti di vendita di merci per l’esportazione nonché i contratti di acquisto di merci per l’importazione, se non in base ad autorizzazioni ministeriali. Ai residenti è fatto divieto di effettuare esportazioni ed importazioni di merci se non in base ad autorizzazioni ministeriali” (art. 2, I comma)”.

Cari giovani, è tempo di rischiare ‘clamorosamente’

di Alessandro Bolzonello

203115870_6319f7ce18_zLo stato dell’arte sembra chiaro: l’accelerazione dei ‘tempi’ rende obsoleto l’esistente che trascina con sé coloro che si trovano a guidarlo; costoro faticano a ‘stare al passo’ e, allo stesso tempo, a ‘lasciare il passo’.

I sessantenni definitivamente superati; la carriera dei cinquantenni conclusa anzitempo; i quarantenni destinati a ‘saltare il giro'; i trentenni tenuti a debita distanza; i ventenni ‘fuori gioco’. La conseguenza è una situazione, politica, sociale ed economica, bloccata.

Urge rompere questo stallo.


Coloro che oggi occupano i ruoli di responsabilità non sono nelle condizioni di reagire: la loro storia si innesta più o meno profondamente in un’epoca che non c’è più, e ne sono inscindibilmente legati, quindi dipendenti (path dependence); bloccano altresì il ricambio generazionale in quanto, occupando le posizioni apicali, sono detentori degli strumenti di difesa dell’acquisito.