Un’apologia degli studi classici

Traduzione e note di Paolo Di Remigio Ars-Teramo

Nel 1808 Hegel assunse l’incarico di rettore del Ginnasio di Norimberga. Nel settembre del 1809, a conclusione del primo anno scolastico, tenne il seguente discorso sul significato degli studi classici. Colpiti dall’attualità e dalla chiarezza della sua visione, ne proponiamo la traduzione, dedicandola agli insegnanti italiani che si avviano verso il nuovo anno scolastico in una situazione sempre più confusa.

In occasione del conferimento solenne dei premi che l’Autorità Suprema conferisce agli alunni distintisi per i loro progressi al fine di gratificarli e ancor più di spronarli, sono incaricato da Graziosissimo Ordine di illustrare in un pubblico discorso la storia del Ginnasio nell’anno passato, e di toccare quegli argomenti di cui può essere utile parlare per la loro relazione al pubblico. L’invito alla deferenza con cui ho da compiere questo incarico è proprio della natura dell’oggetto e del contenuto, che consiste in una serie di liberalità del Re o di loro conseguenze, e la cui illustrazione implica la necessità di esprimere la più profonda gratitudine per esse –una gratitudine che, insieme al pubblico, mostriamo alla cura sublime che l’Autorità dedica agli Istituti pubblici di istruzione[1]. – Ci sono due rami dell’amministrazione pubblica per il cui buon ordinamento i popoli usano essere più di ogni altra cosa riconoscenti: buona amministrazione della giustizia e buoni istituti di istruzione; infatti soprattutto di questi due rami, dei quali uno tocca la sua proprietà privata in generale, l’altro la sua proprietà più cara, i suoi figli, il privato comprende e sente i vantaggi e gli effetti immediati, vicini e individualizzati.

La scacchiera spezzata: Brzezinski rinuncia all’impero americano

Ringrazio Vocidallestero per la traduzione di questo importante articolo. Esso dimostra che tutte le teorie strampalate, secondo le quali gli Stati Uniti in questi ultimi anni volevano creare caos (teorie del caos) fossero insensate. Gli imperi cercano di creare un ordine a loro conveniente. Se le azioni degli imperi generano il caos vuol dire soltanto che essi non hanno una classe dirigente all’altezza, che sbagliano analisi o strategie o tattiche (tra i più importanti errori di analisi commessi dagli Stati Uniti c’è la sotto-valutazione di popoli e stati, “nemici” o erroneamente considerati indifferenti o incapaci o poco capaci di scelte indipendenti). Tra gli errori degli Stati Uniti segnalati da Brzezinski c’è la sottovalutazione o non valutazione  del “violento risveglio politico tra i musulmani post-coloniali”. Il fallito tentativo di golpe in Turchia, che segue a distanza di anni il fallito tentativo di golpe contro Chavez, l’aver regalato l’Iraq all’Iran, l’aver appoggiato la rivolta siriana senza uomini fidati a terra, l’aver concesso a Francia e Inghilterra di destabilizzare la Libia, senza alcun effettivo vantaggio per l’impero, i falliti tentativi di aggredire la Russia in Georgia e in Ucraina, sono alcuni tra i fatti che dimostrano come gli Stati Uniti siano deboli sia nell’analisi, che nella strategia che nella tattica, sebbene restino la più grande potenza militare ed economica. Mi sembra invece poco importante per un europeo – capisco che per uno statunitense le cose stiano diversamente –  la valutazione dell’autore dell’articolo, secondo la quale la Clinton, se sarà eletta presidente, non seguirà i suggerimenti di Brzezinski. Se è purtroppo vero che la politica estera della Clinton porterà altre guerre, altri scontri e altre distruzioni, è anche vero che quella politica, generando altri insuccessi per gli Stati Uniti, costituirà al tempo stesso l’occasione per una ulteriore perdita di potere di condizionamento e di influenza degli Stati Uniti su altri popoli e stati. Coloro che perseguono la disintegrazione dell’Unione europea e la de-globalizzazione economica e sperano nell’indebolimento degli Stati Uniti, per giungere un giorno alla liberazione e alla estinzione della NATO, è bene che sappiano che la politica della Clinton sarà un’occasione favorevole. Una valutazione realistica e non moralistica conduce alla mia conclusione (SD’A)

 

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Counterpunch commenta un recente articolo di Zbigniew Brzezinski, noto politologo e geostratega americano, consigliere sotto diverse amministrazioni, famoso per aver teorizzato nel 1997 la strategia (successivamente adottata) per consolidare la supremazia “imperiale” degli USA nella prima metà del XXI secolo – strategia di cui la Clinton è una delle principali promotrici. In questo articolo, Brzezinski fa un’inversione a U: gli USA non sono più una superpotenza, sostiene, si sta formando una vasta coalizione anti-americana e perseguire il progetto originale nelle mutate condizioni potrebbe portare caos e guerra in tutto il globo. Meglio collaborare con Russia e Cina e cercare di preservare la leadership americana. Una svolta letteralmente storica nell’indirizzo geostrategico di una parte dell’establishment americano, che prospetticamente lascia Hillary Clinton sola ad inseguire un progetto imperiale sconfessato dal suo stesso ideatore. 

Le devastanti contraddizioni dell’ideologia cristianista

di ANDREA ANTONACCI

Negli ultimi anni, in particolare a partire dalle guerre scatenate dagli USA contro l’Afghanistan e l’Iraq, si è andata rafforzando una stravagante “alleanza” tra alcuni settori che potremmo definire “libertari” -molti degli esponenti dei quali già comunisti, liberali e socialisti- ed alcuni cattolici “anticomunisti”, talora anche sedicenti “tradizionalisti”. A nostro parere, ciò individua uno dei nodi fondamentali del “nuovo ordine” che caratterizza questo inizio di secolo: la paradossale relazione tra cattolici “di destra” (in realtà, talora provenienti dalle file moderniste e finanche “di sinistra”, ma, oggi, tatticamente situati “a destra”) e radicalismo “gnosticheggiante”; i rappresentanti di un tale côté sono stati non a torto etichettati come “cristianisti”.

L’alleanza in oggetto non è solo strategico-politica, anche se tale fattore rimane centrale; noi riteniamo, infatti, che essa riveli fondi ideologici almeno parzialmente condivisi, il cui denominatore comune è un universo di valori “umanistico”, a sua volta alimentato da un immaginario che, confondendo Occidente e Cristianesimo, produce un’immagine di “cristianità” mai esistita di fatto.

Vespa e Delrio: ovvero la politica tra post-umano e dis-umano

E’ raro ch’io mi associ alle “indignazioni” del web ma se, come in questo caso, mi sembra ch’esse racchiudano tematiche complesse, allora mi unisco al coro volentieri.
La puntata di Porta a Porta in cui Vespa e Delrio hanno inscenato il siparietto sul terremoto – interpretando quest’ultimo come opportunità di sviluppo economico – credo offra molti spunti di analisi. Ne indico tre molto sommariamente:
1) Ancora una volta, si è evidenziata l’inscalfibilità delle premesse ideologiche con cui i programmi televisivi predispongono la propria cornice narrativa. Vespa ha difatti proposto lo spunto terremoto = crescita economica; Delrio, a ruota, ha messo il carico da venti citando, con sorridente enfasi, L’Aquila e Finale Emilia come situazioni virtuose; nessuna delle altre persone partecipanti al programma – ahinoi – ha trovato alcunché da ridire dinanzi a tale esposizione.
Si tratta d’una dominazione assiomatica sul dibattito democratico che vediamo affiorare in tante altre occasioni vedi, per esempio, quando si parla di spesa pubblica: il dibattito internazionale fra gli economisti riguarda il tagliarla o l’aumentarla, ma nei programmi televisivi italiani si dà invece come scontata la seconda scelta e si discute, quindi, esclusivamente sulla tipologia dei tagli da compiere.

Senza una classe dirigente, il Sud affonda

di FRANCO CASSANO (sociologo; Università di Bari)

Da tempo l’immagine del sud non sommava fotogrammi così inquietanti: la crisi dei rifiuti, il successo di un film aspro come Gomorra, l’aumento del divario dalle altre regioni italiane, l’impennata dell’emigrazione giovanile qualificata. Anche studiosi seri sembrano aver gettato la spugna: la cultura del sud, affermano, con la sua bassissima capacità di formare capitale sociale e senso civico, è irredimibile. E su questo quadro apocalittico arriva implacabile il cinismo degli editoriali che proclamano la necessità di riconoscere “coraggiosamente” la realtà ed emettono un verdetto scontato: federalismo fiscale e secessione dolce del nord dal sud.

Ci sarebbe molto da discutere sul manicheismo interessato di questo quadro, sulle sue omissioni e sulla sua capacità di ridurre il sud ad un’immagine di maniera, in cui l’esaltazione delle patologie e l’irrilevanza delle pagine nuove tornano utili a chi ha puntato tutto sulla priorità della questione settentrionale. E sarebbe sicuramente utile discutere della gracilità culturale del meridionalismo della seconda metà degli anni Novanta, di quel trionfalismo che vantava come una conquista la fine della questione meridionale. Ma il discorso sarebbe lungo, mentre il proposito di queste note è quello più limitato di mettere a fuoco un problema.

Brexit: il prodotto civetta è stato smascherato

di GARY NORTH (storico dell’economia e teologo)

La sconfitta del “remain” il 23 giugno ha rappresentato uno dei più grandi giorni della mia vita. Ma io sono un americano. Perché dovrebbe interessarmi?

Risposta: perché mi oppongo al Nuovo Ordine Mondiale da più di mezzo secolo. Ho guardato queste persone intelligenti arrivare alla fase finale del più grande prodotto civetta del XX secolo. E ora ha iniziato a disintegrarsi. Il Brexit è stata la prima fase di questa disintegrazione.

La prima fase è iniziata in Inghilterra nel decennio dopo la guerra anglo-boera e prima della prima guerra mondiale. L’istituzione centrale, letteralmente e figurativamente, era il Round Table Group. Fondato nel 1909, era gestito da Lord Milner ed era finanziato da Cecil Rhodes. Il suo impegno era nei confronti dell’impero britannico. Si cercava una maggiore integrazione tra i paesi del Commonwealth, più la colonia in fuga: gli Stati Uniti d’America. Questo obiettivo risale a Rhodes, in onore del quale sono state proprio istituite le borse di studio di Rodhes.

La fase due è iniziata poco dopo la prima guerra mondiale. John D. Rockefeller, Jr. ha rappresentato la fonte principale di finanziamento negli Stati Uniti. Il suo agente era Raymond Fosdick, il fratello del pifferaio magico liberal del protestantesimo, Harry Emerson Fosdick.

Dovete parlare di guerra civile

fonte: ilpedante.org

Nel capitolo precedente di questa riflessione ci siamo esercitati a tradurre un’intervista di Enrico Letta sui recenti attentati in Francia. Lì si è appreso che, secondo le élites di cui Enrico è portavoce e rappresentante, i cittadini europei devono oggi parlare di guerra civile e conseguentemente alimentare una paura funzionale a un rafforzamento della sorveglianza pubblica sulla vita privata. Quella dell’intervistato non era un’opinione, né un consiglio, ma un imperativo accompagnato dalla minaccia esplicita di nuovi lutti: “Evidentemente gli attentati precedenti non hanno insegnato ancora abbastanza”.

A corredo di queste più o meno consapevoli intimidazioni dai piani alti, i giornali si esibivano negli stessi giorni in un tormentone la cui sincronia tradiva il marchio inconfondibile dello spin: per fronteggiare terrorismo islamico – scrivevano – facciamo come lo Stato di Israele.

Chi ci segue sa che in ogni retorica del #facciamocome si cela la volontà di estorcere il consenso delle masse insinuandone l’inadeguatezza e la colpa. Al tema abbiamo dedicato un ampio articolo e, prima ancora, un fortunato generatore online. Il caso in specie si ascrive certamente al fenomeno – gli europei frivoli e irresponsabili di fronte alla minaccia che incombe – ma con un supplemento problematico che merita un affondo.

Il grande capitale ci dona quotidianamente la vasellina

Il grande capitale ha bisogno di un tipo di “uomo”, il cliente-consumatore-spettatore, infantile, narcotizzato, sedotto, sprovvisto di volontà, di determinazione, di capacità di stare solo senza consumare (anche immagini, letture e suoni), carente di senso di auto-responsabilità e di pazienza; un essere ovviamente incapace di esser parte di un progetto umano che lo trascenda.
Per questa ragione l’epoca del neo-liberismo, se si preferisce dell’ordo-liberismo, è stata l’epoca della tutela del consumatore contro le pubblicità ingannevole, del riconoscimento del “diritto ad essere informati” dalle controparti contrattuali (grandi capitalisti) e del diritto al risarcimento monetario del danno non patrimoniale (mercificazione di beni sacri, non commerciabili e non valutabili monetariamente), della tutela dei clienti-“investitori finanziari” contro gli intermediari finanziari, della concessione della possibilità di vedere spettacoli televisivi organizzati dal capitale, gratis o quasi, 24 ore su 24, del diritto ad una bassa inflazione (generata dalla concorrenza, interna e internazionale), della possibilità di mutui immobiliari trentennali e di credito al consumo, del diritto di non fare il militare di leva né il servizio civile alternativo, del diritto di scommettere in ogni momento della giornata in ogni tabaccaio e in ogni angolo delle strade cittadine, del diritto a non vedere esposti i voti negativi scritti in rosso nei quadri scolastici, del diritto a non essere bocciato, e così via.
Tutti diritti e poteri che hanno la funzione di trasformare gli uomini in larve. Essi sono stati concessi dalle elites senza che vi siano mai stati movimenti di massa che chiedessero la concessione di simili diritti e poteri. Sono stati regalati, non conquistati.

I progressi del movimento sovranista (2011-2016)

Riproponiamo l’intervento con il quale, il 5 giugno 2016, Stefano D’Andrea ha introdotto l’assemblea fondativa del FSI. Vi si trova la ricostruzione della breve storia del movimento sovranista, con riferimenti non soltanto all’ARS, ma anche a Bagnai e asimmetrie, Barnard e la MMT, Fusaro, Scardovelli e Alternativa per l’Italia.

 

La città infinita: intervista ad Aldo Bonomi

di ANTONIO MORRA (infonodo.org)

Certo non è facile immaginare quale sarà il futuro di Milano e della Lombardia. Perché è già molto difficile capire (o intuire) un presente in continuo movimento. Aldo Bonomi, sociologo dell’economia e del territorio, una faccia squadrata di valtellinese, gran cacciatore di comportamenti, ha voluto provare a darci una chiave di lettura del «presente che avanza», ha scomposto e ricomposto quello che noi abbiamo sotto gli occhi. Ha battezzato questa realtà «città infinita» per far capire anche ai comuni mortali la realtà ( una ) che li circonda.

Ma allora questa «città infinita» esiste o è una invenzione?
«Esiste, esiste. Perché prima di scoprirla con le parole l’ho scoperta con i piedi. Sfido ad andare in orizzontale da Varese a Bergamo: ci si inoltra in quel groviglio di paesi, capannoni, villette, palazzi, strade e automobili senza soluzione di continuità. Luoghi delimitati da cartelli stradali in azzurro o in lumbard. Qui (ed è il nocciolo della questione) l’uomo si perde man mano che la metropoli avanza di comune in comune, producendo un effetto di “spaesamento”: gli abitanti rimangono senza paese».

Note sulla postmodernità: intervista a Michel Maffesoli

di VINCENZO SUSCA (politicaonline.it, 28.4.2005)

Maffesoli è uno degli intellettuali europei maggiormente disposti ad interpretare i fermenti del tempo nuovo sfuggendo da una griglia di lettura oscura e tendenzialmente apocalittica. Insignito della carica di professore ordinario alla Sorbonne di Parigi alla fresca età di 38 anni, non ha mai smesso di assegnare dignità scientifica ai fenomeni verso i quali abitualmente le discipline scientifiche riversano più scetticismo se non indifferenza: i lati banali e tragici che accompagnano il tempo ciclico della vita quotidiana, i fenomeni simbolici e affettivi che disegnano l’emersione del neo-tribalismo postmoderno, l’essere-insieme banale, presenteista e neocomunitario sostenuto e accelerato dai media di massa e ancor di più dai nuovi media.

Secondo Maffesoli, i nuovi riti che si celebrano attorno al consumo, allo sport, agli eventi musicali e soprattutto all’interno della comunicazione di massa, suggeriscono l’elaborazione collettiva di forme di vita che si sganciano dai paradigmi della modernità occidentale e dai suoi miti costitutivi: la ragione astratta, il progresso, l’individuo, l’ideologia e la politica. E’ appena uscito in Italia il suo ultimo libro Note sulla postmodernità (Lupetti, Milano, 2005, Presentazione di Alberto Abruzzese), in cui lo studioso francese afferma che il postmoderno si cristallizza proprio in relazione alla “sinergia tra lo sviluppo tecnologico e il ritorno di forme arcaiche”. Temi affrontati nell’intervista che segue.

Trump e i media, la storia si ripete in farsa

di CARLO FORMENTI (giornalista e scrittore)

Ricordate la battuta di Marx su Napoleone III? La storia si ripete sempre due volte, scriveva il genio di Treviri, la seconda in forma di farsa. Di recente la storia ha preso il vizio di ripetersi più di due volte, ma la battuta funziona ancora, solo che, a ogni replica, l’elemento farsesco si acuisce, fino al grottesco. La colpa è dei media, i quali, nel raccontarci il mondo contemporaneo, ripropongono ossessivamente gli stessi schemi, che suonano ogni volta più ridicoli e stantii. Un esempio? Guardate come ci stanno raccontando la resistibile ascesa di Donald Trump, fino alla sua <<intronazione>> a candidato repubblicano alle imminenti elezioni presidenziali americane – evento che si è appena celebrato in quel di Cleveland.

Ogni volta che leggo un articolo sul <<New York Times>>, sull’<<Economist>>, sul <<Guardian>> o sul nostro <<Corriere della Sera>>, mi scattano ricordi su come, qualche decennio fa, furono raccontate le fortune politiche di personaggi come Ronald Reagan o Silvio Berlusconi: il primo dipinto come un vecchio, patetico attore di western, un ridicolo parvenu che, se fosse riuscito a farsi eleggere, avrebbe sicuramente combinato pasticci; il secondo come un volgare arricchito, digiuno di ogni più elementare nozione e competenza politica, destinato a ottenere, tuttalpiù, una breve parentesi di notorietà come Guglielmo Giannini e il suo Uomo Qualunque. Sappiamo come sono andate le cose: Reagan ha inaugurato la controrivoluzione liberista e contribuito ad affossare l’impero sovietico, Berlusconi si è trasformato nell’<<eroe>> di un ventennio che ha rivoltato come un calzino il nostro sistema politico. Ed entrambi sono stati servilmente celebrati come straordinari <<innovatori>> dai media che li avevano presi in giro.

Viva il latino

di NICOLA GARDINI (poeta e italianista; Università di Oxford)

Ho deciso di scrivere il libro Viva il latino [ed. Garzanti, 2016 ndr] per esprimere la mia gratitudine e la mia ammirazione crescente verso una lingua che non solo mi ha aiutato e tuttora aiuta a vivere, ma che ritengo essenziale per la felicità di tutti. Pertanto, volevo anche difendere il latino dagli attacchi e dalle critiche irresponsabili di molti, che parlano per pura ignoranza sia del latino sia delle grosse questioni che lo studio del latino comporta: la missione del sapere umanistico, il rapporto tra le scienze cosiddette esatte e le scienze storiche, i concetti stessi di sapere e di formazione, l’idea di utilità, la funzione della cultura nello sviluppo della vita civile, i doveri della scuola, il posto della tradizione nel presente.

Il latino (intendo la grande letteratura scritta in questa lingua) è una scienza immensa, che ha per oggetto principale la mente e le capacità espressive dell’essere umano. Nel latino si è formato il sistema intellettuale ed emozionale del mondo in cui ci troviamo. Il latino è il codice genetico dell’Occidente; se vogliamo, pure il suo sistema immunitario, ovvero, per rimanere nella metafora biologica, la fonte prima del principio di identità. Eppure in Italia si trovano ancora individui, a cominciare dai politici, che lo vorrebbero abolire. Questi, per una distorta, presuntuosa idea di attualità, non sanno che il latino è uno dei vanti del sistema scolastico italiano.

L’incubo del capitale: la libertà dei popoli

di Stefano D’Andrea

Articolo pubblicato su Appello al popolo il 19 settembre 2011 e nel quale era già  tutto previsto.

 

Dice Angela Merkel e con essa tutta la elite politico-finanziaria: se crolla l’euro crolla l’intero ordine giuridico europeo. Rispondiamo: lo sappiamo. E infatti non ci sono altre ragioni per uscire dall’euro se non quella di perseguire la disintegrazione dell’ordine giuridico europeo.

 

La verità è che faranno di tutto per salvare l’ordine giuridico europeo. E noi, che vorremmo distruggerlo, non abbiamo, apparentemente, alcun potere di incidere sul corso degli eventi.

 

Soltanto apparentemente, non abbiamo alcun potere. In realtà, le elite politico-finanziarie lottano contro le immense forze immonde che esse hanno generato e che sono sfuggite di mano. Noi invece, quasi per paradosso, viaggiamo sospinti da quelle potenti forze che ci hanno soggiogato e sconfitto. Esse oggi non ci fanno paura. Quando erano regolari, modeste, moderate e controllate ci schiavizzavano, cambiavano la vita sociale attorno a noi ed estinguevano una civiltà, costringendoci a cercare angoli in cui rifugiarci. Ora che sono irresistibili ci stanno per liberare. Saranno esse stesse a condurci al crollo o alla esasperazione che spingerà i cittadini a riconquistare la completa sovranità.

Il protestantesimo alla conquista di Roma

di don CORNELIO FABRO (teologo; 1911-1995)

Sembra che i nuovi teologi siano convinti che il magistero stesso di fatto abbia rinunziato alla funzione di guida e di giudizio inappellabile per i credenti, quale finora era stata esercitata e quale è stata nuovamente dichiarata a proposito del Vaticano II.

È bastato che, nella mutata condizione dei tempi, il magistero sopprimesse l’Index librorum prohibitorum e fossero tolte o mitigate alcune censure, perché i nuovi teologi si sentissero autorizzati come gli unici interpreti e arbitri della fede e gli ermeneuti intoccabili della Parola di Dio. Più ancora, non solo si sono comportati con gli scritti e con i fatti “come se” il magistero non esistesse, ma non hanno esitato – Rahner in testa – a contestarne apertamente gli atti formali: per esempio, il Sillabo di Pio IX, la Pascendi di Pio X, la Humani generis di Pio XII, la Humanae vitae e il Credo di Paolo VI… esigendo da quest’ultimo la ritrattazione, se ci tiene a essere credibile…!

L’ideale sovranista

di DAVIDE VISIGALLI (FSI Liguria)

Più passa il tempo e molti di noi stanno capendo che non basta studiare e divulgare le scienze economiche e giuridiche per far emergere il sovranismo. Oltre alle idee serve la volontà. Sappiamo che serve e servirà la partecipazione e la militanza politica. Come promuovere nel popolo italiano questa nostra convinzione? Aver formato un partito sovranista è solo il primo importante passo. Ma si sa, storicamente l’aspetto razionale non ha molta presa sulle persone e le loro inclinazioni. Serve sempre più una scintilla, una luce in grado di far accendere la passione per portare a compimento un progetto e un programma ambizioso.

Massimo Campanini: Cos’è il fondamentalismo islamico

Intervista a Massimo Campanini, uno dei più noti arabisti italiani, docente di Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all’Università di Trento. Fonte: The Post Internazionale

Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?

Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un’estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell’islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento. Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell’epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo. Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l’applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l’Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari.

Quand’è che il radicalismo conosce un salto di qualità?

A partire dagli anni Novanta, quando l’estremismo ispirato a Sayyed Qutb si trasforma in vari casi (ad esempio al-Qaeda) in terrorismo. Qutb è considerato il padre del moderno fondamentalismo islamico. Tra  gli anni Cinquanta e Sessanta fu l’ideologo dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista diffusa soprattutto in Egitto e Palestina. Qutb aveva teorizzato la necessità di combattere i regimi oppressori e miscredenti. Fu impiccato nel 1966, accusato di voler compiere un colpo di stato.

“Economia Democratica” intervista Martina Carletti del FSI

1) Buongiorno e grazie per aver accettato di rispondere a qualche domanda. Vuole presentarsi per chi non la conoscesse, e definire brevemente la neonata forza politica di cui fa parte? Come è nato FSI, com’è organizzato attualmente e quali sono i prossimi concreti passi all’interno dello scenario politico?

I sovranisti sono avanti di trent’anni

a new political divide

di SIMONE GARILLI (FSI Lombardia)

Fino a qualche tempo fa i pochi che osavano dichiarare obsolete le categorie politiche di ‘destra’ e ‘sinistra’ venivano derisi o emarginati. Oggi invece The Economist, bibbia degli entusiasti della globalizzazione, si spinge a sostenere che c’è una nuova divisione politica che attraversa entrambe le categorie. La divisione è tra chi vuole un mondo ‘aperto’ e chi ne vuole uno ‘chiuso’.

Naturalmente, sin dall’immagine in cima all’articolo, gli ‘aperti’ sono presentati come persone tolleranti, amichevoli, civilizzate e al passo con i tempi, mentre i ‘chiusi’ sono i retrogradi incattiviti che si oppongono al progresso. Ideologia. Ma non è questo il punto. Il punto è che la crème della crème dei liberali arriva alle conclusioni delle prime associazioni culturali sovraniste circa 30 anni dopo esse. All’Economist, che detta la linea, seguiranno pian piano tutte le macro e micro galassie del sistema liberale, dal centro-destra anti-statalista e ‘moderato’ alla estrema sinistra ecologista, antagonista e libertaria, passando per il centro-sinistra ormai definitivamente liberale e liberista, che guida il gruppo in molti degli Stati occidentali.