Università e mercato del lavoro: quello che Feltri non dice

di MARCO COLACINO (ARS Calabria)

Studiare al Liceo Classico è inutile? Iscriversi all’Università a Lettere Classiche, Conservazione dei Beni Culturali, Filosofia è inutile? La Cultura Umanistica alimenta sacche di disoccupazione? Secondo il vice-direttore del “Fatto Quotidiano” sì. Ed anche molti accaniti frequentatori di bar e parrucchieri sostengono lo stesso.

Ma la realtà è davvero come ce la dipingono gli avventori dei bari ed i vicedirettori del “Fatto Quotidiano”? Il recente atroce ciclo di articoli pubblicati sul noto quotidiano dell’antisistema (per apparenza) sono già state bollate come anti-scientifiche da qualcuno decisamente più sul pezzo sui problemi dell’Istruzione Terziaria rispetto al simpatico vicedirettore in questione. Ad esempio, se diamo un’occhiata sul sito di Roars (che sta per “Return On Accademic Research”) notiamo che le ipotesi propugnate dal Feltri vengono bollate come sesquipedali cazzate [1 – 2]. Anche suoi colleghi del “Fatto Quotidiano” hanno subito fatto una tiratina d’orecchie al giovane collega bocconiano [3]. E se avesse letto quel nostro simpatico organo di stampa e covo di umanisti e statalisti fannulloni [4] avrebbe forse evitato l’ennesimo scivolone sulla proverbiale buccia di banana? Chissà!

Le colpe di un sistema e le responsabilità dei suoi perpetratori

Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza di un giovane socio lombardo dell’ARS, MASSIMILIANO MASPERI

 

In uno dei nostri giorni di viaggio a Cuba, una mattina io e i miei compagni di avventure ci siamo fermati in una caletta. Niente di speciale o superaccessoriato, nessun complesso turistico o impianto e servizi più che basilari, ma onesta, con sabbia grossolana e uno splendido mare. E i bambini.

Inizialmente erano cinque, ed appena ci siamo sistemati e abbiamo accennato ad un calcetto ci hanno chiesto se avrebbero potuto prendere parte all’incontro. Un po’ scettici, li abbiamo smistati tra due squadre, con le quali ci siamo dati battaglia in una sfida calcistica tutt’altro che scontata. Ci hanno seguito poi (inizialmente, in verità, non voluti) anche a schiaccia sette, quindi lentamente ci hanno costretti all’acqua ad uno ad uno, con seguito di tuffi, schiamazzi, chiacchere, scherzi.

E noi abbiamo ricambiato a nostra volta, da bravi europei pansolidali, con penne e pennarelli, caramelle, qualche bibita. Ma la cosa di cui più di tutto erano innamorati era la palla. Ci hanno chiesto innumerevoli volte di chi fosse, se avrebbero potuto averla, se potevamo donarla al più piccolo di loro (nel frattempo, tra l’altro, erano diventati sette).

Il ruolo della “leggenda”

La leggenda, ch’è la persuasione e l’ illusione degli uomini, è alcune volte come l’anima della vita sociale e ne forma sempre parte fondamentale e integrante” (cit.).
I moderni consumatori sono incapaci di nutrirsi di leggenda, perché hanno consumato o perso il gusto della storia, dei miti e delle gerarchie di valore tra uomini (non di diritti ma di valore). E ora che ad essi la politica deflazionistica ha tolto i consumi e talvolta il lavoro, avvertono un moto di ribellismo ma, privi di leggenda e incapaci di rigenerarla, sono inidonei alle rivoluzioni, democratiche o violente.
Soltanto una minoranza, fortunatamente non esigua, di cittadini, che per educazione si nutre di leggenda o comunque, essendosi salvata per varie ragioni dalla devastazione antropologica, è capace di comprendere il ruolo della leggenda ed è tutta intenta a ricostruirla, può promuovere la rivoluzione italiana. Unire quella minoranza è l’obiettivo politico da realizzare. Tutto il resto è tempo perso.

Dalla parte degli idioti xenofobi, prima che sia troppo tardi

 di FRANCESCO ERSPAMER (critico letterario, Università di Harvard)

Letto su www.lavocedinewyork.com

I risultati di un’inchiesta di Public Policy Polling, diffusi martedì, mostrano che due terzi dei sostenitori di Donald Trump (peraltro il meno peggio fra i candidati conservatori alla presidenza) credono che Obama sia un musulmano e che non sia nato negli Stati Uniti. Del resto un sondaggio ripreso da The Nation questa settimana rivela che il 29% dei repubblicani della Louisiana attribuisce a Obama la colpa dei ritardi della protezione civile federale dopo l’uragano Katrina benché all’epoca (dieci anni fa) il presidente fosse George W. Bush e Obama solo un senatore dell’Illinois, stato ben lontano da New Orleans.

Facile deridere questa ignoranza e questo fanatismo, entrambi cresciuti drammaticamente nel nuovo millennio, dopo il trionfo dei social media e la rinuncia della scuola a contrastarli per formare cittadini responsabili e menti critiche attraverso lo studio della storia, dei classici e delle discipline umanistiche (a che altro pensate che servissero?) – persino nell’eccellente distretto scolastico di Newton, sobborgo benestante e colto di Boston, in una zona ad altissima concentrazione di università, incluse Harvard e il MIT, l’insegnamento del latino è stato abbandonato a vantaggio di quello dell’iPad. In ogni caso stiamo parlando di milioni di persone, parecchie delle quali povere o ai limiti della povertà, infelici e spietatamente sfruttate e tuttavia pronte a votare per il partito delle corporation che li sfrutta e che apertamente promuove ulteriore liberismo. Che dovremmo farne di questa gente? Eliminarla o almeno privarla del voto per manifesta imbecillità?

Pazienza, pazienza e ancora pazienza

di ROBERTO NARDELLA (ARS Puglia)

Purtroppo c’è gente ostinata, che non capisce o, più semplicemente, NON vuol capire. L’inflazione calò “magicamente” a partire dal 1984. Ci dissero che fu GRAZIE al divorzio (e all’abolizione della Scala Mobile). Chi si è preso la briga di capire comprese che il calo dell’inflazione derivò dal calo del prezzo del petrolio (che nel 1986 scese quasi agli stessi prezzi del pre-crisi 1973).

Il prezzo crollò grazie all’immissione di sempre maggior quantità di greggio a prezzi sempre più bassi (chiaramente!): Iran e Iraq NON AVEVANO ALTRI MEZZI per FINANZIARSI la LORO SPORCA GUERRA (come si evince sia dallo storico dell’inflazione che dal grafico relativo al prezzo del petrolio, il referendum sarebbe stato perfettamente inutile a prescindere)

Piuttosto vedete di che differenziali parliamo tra Germania (e Giappone dal 1979 in poi) e resto del G6. Come fecero a tenerla così bassa? SEMPLICISSIMO: facendo DEFLAZIONE INTERNA. In pratica, ai lavoratori tedeschi e giapponesi NON furono concessi aumenti salariali significativi che permettessero almeno un RECUPERO PARZIALE dell’inflazione. In una parola: TEDESCHI e GIAPPONESI SONO STATI DISCIPLINATI ad ESEGUIRE UNA DIETA FERREA sine die. La stessa deflazione interna che stanno imponendo a tutta €uropa allo scopo di migliorare le disastrate bilance commerciali (debiti esteri netti) e riprendere i debiti incastrati nei saldi target-2. P U N T O!

Il dono o della solidarietà istituzionalizzata

di LUCIANO DEL VECCHIO (ARS Emilia-Romagna)

Marcel Mauss (1872–1950) antropologo, sociologo, etnologo e storico delle religioni, fu uno dei padri fondatori dell’etnologia francese. Nel suo testo più famoso, Saggio sul dono (1923) descrive la socialità del dono all’interno delle comunità arcaiche e primitive da lui studiate ed espone alcune tesi fondamentali sulla natura dello stesso. Nelle società arcaiche il dono è obbligatorio e presenta le caratteristiche essenziali del “dare, ricevere, ricambiare”. Si deve “dare” per ostentare potenza e ricchezza; si è obbligati a “ricevere”, cioè a non rifiutare il dono, pena la condanna della comunità e il disonore; si deve “ricambiare”, cioè restituire alla pari o aumentare ciò che si è ricevuto, dato che rendere meno di quanto è stato accettato è un’offesa al donatore. Gli individui delle società arcaiche sono quindi socialmente obbligati a donare per rispettare un vincolo comunitario e un punto di onore. Inoltre, il dono non è magnanima concessione del singolo, non è disinteresse. Chi si sottrae al rito e non è capace di reperire e possedere oggetti da immettere nel ricircolo del dono, viene diseredato dal gruppo, emarginato socialmente. Di contro, se il donatario rifiuta il dono o non lo ricambia in modo congruo, incrina i legami con la famiglia del donatore, suscita rancori che possono durare tutta una vita.

Il ruolo della “leggenda”

La leggenda, ch’è la persuasione e l’ illusione degli uomini, è alcune volte come l’anima della vita sociale e ne forma sempre parte fondamentale e integrante” (cit.).
I moderni consumatori sono incapaci di nutrirsi di leggenda, perché hanno consumato o perso il gusto della storia, dei miti e delle gerarchie di valore tra uomini (non di diritti ma di valore). E ora che ad essi la politica deflazionistica ha tolto i consumi e talvolta il lavoro, avvertono un moto di ribellismo ma, privi di leggenda e incapaci di rigenerarla, sono inidonei alle rivoluzioni, democratiche o violente.
Soltanto una minoranza, fortunatamente non esigua, di cittadini, che per educazione si nutre di leggenda o comunque, essendosi salvata per varie ragioni dalla devastazione antropologica, è capace di comprendere il ruolo della leggenda ed è disposta o già tutta intenta a ricostruirla, può promuovere la rivoluzione italiana. Unire quella minoranza è l’obiettivo politico da realizzare. Tutto il resto è tempo perso.

La lettera di Paolo Savona al Presidente (che non c’è)

di MAURO POGGI (ARS Liguria)

Paolo Savona scrive una lettera aperta al Presidente Mattarella sull’incombente accordo europeo di “Gestione in comune“, un progetto che prevede la creazione di un Fondo Comune Europeo per affrontare le crisi degli Stati membri, da finanziare tramite la cessione di una quota delle entrate fiscale di ogni stato (o in alternativa con tasse addizionali).
La gestione del Fondo verrebbe delegata a una nuova figura di alto dirigente comunitario, una specie di superministro delle Finanze dell’Eurozona, che si incaricherebbe di reperire e gestire i fondi con le stesse modalità operative che caratterizzano l’agire di tutti gli alti tecnocrati europei: indipendenza, discrezionalità, nessuna sindacabilità a cui sottostare, soprattutto se di tipo democratico. (Questo vale solo ovviamente nei confronti degli Stati privi di significativo peso politico-economico, a spanne 18 su 19).
Uno degli aspetti inquietanti è che questa nuova figura di superministro sta assumendo le sembianze minacciose di Mario Monti – ebbene sì, chi se lo immaginava a godersi serenamente lo stipendio di senatore a vita dovrà ricredersi. Lo storico e giornalista Nico Perrone ci fa sapere infatti su Barbadillo che la nomina è stata democraticamente concordata all’unanimità fra il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, e il Ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schäuble, addirittura dal passato febbraio.

L’ultima guardia rossa

di MAX BONELLI (ARS Lazio)

Sono alla fine della seconda tappa del mio viaggio di solidarietà al popolo del Donbass. Sto per lasciare Alcyesk, uno degli ultimi parchi archeologici industriali che possono mostrare ai cultori delle sue teorie la base sociale su cui si poggiava il marxismo. Città con un enorme impianto metallurgico che produce profilati di acciaio per i più svariati scopi. Sotto l’URSS, venivano da queste fabbriche le pareti di acciaio dei sottomarini nucleari.

Le sirene continuano a suonare alle 7 ed alle 16 come allora per scandire la vita; solo da qualche mese la sera, quando il buio è già denso, si sono aggiunti i sordi tuoni che ricordano agli abitanti che siamo in zona di ATO (operazione antiterrorismo), come chiamano gli ucraini questa zona a nordest di Debaltzevo, l’importante nodo ferroviario, teatro della loro ultima cocente sconfitta.

Qui, in questa cittadina dall’aria pungente dove l’anidride solforosa si mescola all’ossigeno in percentuali da far impazzire gli apparati di rivelazione d’inquinamento ambientale, ha sede la brigata Prizrak, una delle peggiori spine nel fianco dell’operazione ATO. Quando sono arrivato qui, ero reduce dalla presentazione del mio libro Antimaidan a Donetsk e da una visita al fronte in una delle zone più calde di Donetsk.

Immigrazione. Il rigor mortis del governo

di NICOLA DI CESARE (ARS Sardegna)

La cronaca e la politica di questa rovente estate sono state caratterizzate dalle violente polemiche scatenate dalle frequenti ondate di arrivi di stranieri nordafricani provenienti perlopiù dai porti Libici.

Al riguardo i militanti di Ars-FSI hanno già da tempo stabilito il da farsi con uno specifico documento politico programmatico su cui non mi soffermo ma che chi è incuriosito potrà trovare al seguente Link:

http://www.riconquistarelasovranita.it/incontri/documento-sullimmigrazione-documento-per-lassemblea-nazionale-del-7-giugno-2015

Questo intervento è invece mirato a porre in evidenza alcune domande e considerazioni che dall’analisi dei fatti sorgono spontanee.

Primo. Non è chiara quale sia nel merito delle soluzioni la posizione dell’ONU la quale non perde mai occasione per dimostrare la sua inconsistenza e la sua dipendenza atlantista. Da un lato il suo presidente spinge affinché l’Unione Europea si faccia carico di tutta l’accoglienza possibile; dall’altra vorrebbe che si operasse più incisivamente sul fronte della deterrenza da attuarsi con la distruzione programmata dei mezzi nautici, i cosiddetti barconi responsabili delle migliaia di morti in mare; a queste posizioni fa da contraltare l’assordante silenzio circa le cause che hanno portato all’esodo biblico degli ultimi mesi, come ad esempio l’attacco militare alla sovranità nazionale Siriana, la penetrazione crescente dell’ISIS in Libia e il nuovo fronte di partenza dai porti Turchi di Didim e Mersin (ma lì i barconi non si possono bombardare come lascia intendere Ban-Ki-moon). E’ comunque singolare che chi si preoccupa della sorte dei profughi in mare (2500 morti quest’anno) non si preoccupi affatto della loro sorte quando essi sono costretti a permanere in terra ostile (300.000 migranti in marcia al momento).

Guerra e rivoluzione. Per la filosofia del patriottismo

di PAOLO DI REMIGIO (ARS Abruzzo)

In uno scritto giovanile Hegel chiarisce il punto di vista da cui interpretare i suoi successivi Lineamenti di filosofia del diritto: «Una moltitudine umana può chiamarsi “stato” solo se è legata per la difesa comune del complesso delle sue proprietà»[1]. Ossia, ciò che porta gli elementi di una moltitudine a voler negare il proprio arbitrio e a sottomettersi a un potere che impone la coordinazione in un collettivo, è la necessità di questa coordinazione per fronteggiare la guerra: poiché teme di perdere sotto un dominio estraneo la proprietà non solo delle cose in generale, ma anche di quella cosa particolare che è il proprio corpo, l’individuo considera l’indipendenza dello stato così importante da volerle sacrificare la propria indipendenza naturale, la vita e la proprietà in cambio della difesa collettiva della vita e della proprietà. In una parola: solo il timore di perdere tutto può convincere gli individui a sacrificare la loro individualità esclusiva e a diventare elementi di una moltitudine che proprio per questa solidarietà diventa stato.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: Una valutazione realistica della situazione e del suo prevedibile svolgimento

Il Governo Monti proseguirà la politica di attuazione delle direttive dell’Unione europea, volta al rispetto dei vincoli posti dall’Unione; una politica di austerità, depressiva e di impoverimento di larghe fasce della popolazione.

E’ possibile che già alle prossime elezioni politiche, in Parlamento riusciranno ad approdare forze dichiaratamente sovraniste. Ma non c’è da dubitare che il nuovo governo – espressione di quello che è sempre stato il partito unico delle due coalizioni ovvero appoggiato da una soltanto delle coalizioni del partito unico – proseguirà, almeno inizialmente, lungo la strada percorsa dal Governo Monti.

Il deterioramento della situazione economica, la discesa del prodotto interno lordo  e l’aumento della disoccupazione, della povertà e della violenza proseguiranno. Niente si può dire, invece, sul ritmo della discesa del PIL e dell’aumento di disoccupazione e povertà. Se la BCE acquisirà il ruolo di acquirente residuale dei titoli del debito pubblico degli stati (ipotesi invero improbabile, almeno se intesa in senso assoluto), le crisi del debito potrebbero momentaneamente essere risolte. Resterebbero tuttavia gli squilibri e i deficit commerciali causati dall’euro a danno dei paesi del sud Europa; i trattati di libero scambio, stipulati dall’Unione Europea con i paesi terzi, indeboliranno ulteriormente le imprese agricole italiane; la dogana unica europea sarà incapace di difendere interi settori produttivi dei paesi del sud Europa dalla concorrenza dei paesi emergenti.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: Alcuni principi accettabili da tutti coloro che intendono riconquistare la sovranità

Tutti i provvedimenti segnalati saranno volti a ricostituire una economia sociale e popolare, improntata alla giustizia sociale e conforme ai principi costituzionali. Una volta invertita la rotta, e riconquistata la sovranità economica,  andranno riviste tutte le normative di recente introduzione, in materia economica (come la legge fallimentare) o in materie di diritti sociali (in particolare scuola e Università pubbliche).

Tuttavia, non è importante, possibile e opportuno affrontare oggi il problema di come debba essere esercitata la sovranità. Servirebbe soltanto a dividerci. Mentre è necessario perseguire la massima unità.

Come debba essere esercitata la riconquistata sovranità, lo deciderà democraticamente il popolo italiano. In questo momento è possibile indicare soltanto le linee di fondo tracciate in questo Documento. Esse però non sono poca cosa e sono davvero rivoluzionarie; segneranno un solco tracceranno la direzione; imporranno corollari.

Nemmeno ha senso dividerci oggi sulla futura ricollocazione geopolitica dell’Italia. Troppe le variabili e quindi troppe ed eventualmente molto diverse le situazioni ipotetiche nelle quali ci si troverà ad operare.

E’ possibile soltanto tracciare linee e principi comuni, anche al fine di non creare divisioni che oggi sarebbero irragionevoli e infantili.

Sogno di una notte di mezza estate… o quasi!

di RAFFAELE SALOMONE MEGNA (ARS Campania)

Anch’io, come tutti coloro che hanno a cuore le sorti della democrazia in Italia e più in generale nei diciotto paesi europei che aderiscono all’infelice accordo della moneta unica, ho vissuto un sogno, un magnifico sogno ad occhi aperti, agli inizi dello scorso mese di luglio. Infatti, il cinque luglio il popolo greco ha respinto i piani di salvataggio imposti dai creditori europei: per l’esattezza il 61% ha detto ochi, “no”.

Per la prima volta in Europa un popolo sovrano si è espresso liberamente, con una sonora bocciatura, nonostante la ricattatoria chiusura delle banche voluta dalla BCE, delle politiche imposte dalla famigerata Trojka.

Le analogie con la storia antica erano tante e tutte suggestive. Nella patria delle città-stato e della democrazia, quest’ultima finalmente trionfava contro tutto e contro tutti . Nel sogno il primo ministro greco Tsipras sembrava Leonida al passo delle Termopili, che si apprestava a sbarrare agli invasori, con i suoi valorosi, l’accesso alla Grecia.

Varoufakis, il ministro dell’economia, per le sue accorte strategie era l’ateniese Temistocle. Allora gli invasori, al comando del re persiano Serse, chiedevano alle città-stato greche “terra e acqua“ in segno di sottomissione; oggi la Merkel, a capo dei paesi creditori, l’aumento dell’IVA, il taglio delle pensioni ed il licenziamento dei dipendenti pubblici.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: Recedere dai Trattati europei: i provvedimenti d’urgenza e le linee strategiche della politica economica italiana

Occorre dunque recuperare la piena sovranità economica. E per far ciò è necessario esercitare un atto di recesso, previsto, al ricorrere di determinate condizioni, dal diritto internazionale consuetudinario; e previsto esplicitamente dai Trattati europei, senza che esso sia subordinato ad una o altra condizione.

Peraltro, si deve essere consapevoli che – salvo l’ipotesi che si verifichino le circostanze previste dal diritto internazionale consuetudinario (rilevante mutamento delle circostanze; o addirittura sopravvenuta impossibilità di adempiere); ma allora vorrà dire che si sarà verificato un crollo dell’economia e non semplicemente una grave crisi – la procedura di sganciamento degli Stati prevista dal Trattato di Lisbona, la quale inizia con un atto di recesso, può durare due anni e prevede una negoziazione a conclusione della quale, pur in mancanza di un accordo, lo Stato recedente esce dall’Unione. Orbene, due anni sono ovviamente troppi se nel frattempo lo Stato recedente fosse costretto a rispettare i vincoli posti dall’Unione Europea, non potesse esercitare la sovranità in materia economica e restasse esposto al “giudizio dei mercati”.

Pertanto, deve essere chiaro che lo sganciamento, pur volendo formalmente utilizzare la procedura prevista dal Trattato di Lisbona, avverrà con provvedimenti di rottura dell’ordine giuridico dell’Unione Europea, che anticiperanno il recesso e che dovranno essere adottati un venerdì, dopo la chiusura della Borsa italiana, dal Governo (non dal Parlamento) e che dovranno contenere necessarie misure d’urgenza.

Il destino di ogni nazione è unico e irripetibile

di CARLO PISACANE

Dalla prefazione ai Saggi storici-politici-militari sull’Italia (postumo, 1858)

Convinto che ogni nazione ha il proprio essere, la propria coscienza, che risulta dall’indole del popolo, dalle tradizioni, dalle condizioni presenti, dalle aspirazioni ad un avvenire, e che la rivoluzione altro non è che la libera manifestazione di queste facoltà nazionali, non trasmissibili da nazione a nazione, come non lo sono fra gli uomini, intesi ripugnanza per quegli scrittori che vogliono concedere tale supremazia alla Francia, da distruggere affatto i principii della rivoluzione che essi stessi propugnano. Per non incorrere in errore cosi grossolano mi diedi a cercare l’essere dell’Italia, non in Francia, come quegli scrittori han fatto, ma nell’Italia medesima, nelle pagine della nostra storia, nelle dottrine dei nostri filosofì, nelle aspirazioni dei nostri martiri, nelle tendenze del popolo.

La storia mi presentò costituzioni varie, innumerevoli geste, grandezza e decadenza, virtù e vizii de’ popoli, eroi ed uomini volgari tutti in un fascio; come le statue, le colonne, i capitelli, trofei raccolti dai pisani nelle vittorie trasmarine, che in confuso si presentarono al Buschetto per edificare il duomo. Ma le mie forze non erano da tanto, bisognava che altri mi indicasse il legame degli avvenimenti, le conseguenze da trarne, il modo come connetterli, onde dare a questo lavoro ordine ed unità. E perciò mi feci a studiare le pagine immortali del Vico, del Pagano, del Romagnosi, nelle quali rischiarandosi il mio intelletto, mi parve un ordinato insieme, ciò che sembravami sconnesso e confuso, ed il mio disegno si colorì.

Caro Saviano, ti sbagli: la responsabilità della crisi è degli euro-estremisti

di RICCARDO PACCOSI (ARS Bologna)

C’è un giovane e noto scrittore che un gruppo editoriale – portavoce delle èlite economiche – ha deciso qualche anno fa di far assurgere al ruolo di “intellettuale”, malgrado il fatto che il giovanotto non possieda alcuna competenza di politica, filosofia, economia e sociologia.

Oggi, il giovane scrittore ci viene a dire che la colpa della precarietà lavorativa ed economica, sarebbe dei nostri genitori che hanno sperperato il denaro pubblico. Le argomentazioni con cui Saviano sostiene tale tesi appartengono alla più banale e scontata propaganda liberista, a ciò che si può leggere in qualsivoglia documento del Fondo Monetario Internazionale o di una banca d’affari. Il luogo comune, riportato da mille editoriali di “Corriere” e “Repubblica” e replicato a pappagallo da Saviano, infatti è: non può più esserci stato sociale perché nei decenni scorsi, per quest’ultimo, si è speso troppo.

Ecco, so che a questa cazzata crede grosso modo il 95% degli italiani ma, nondimeno, mi piacerebbe poter dire lo stesso a Saviano: caro somarello, non sono i nostri genitori ad aver causato questo. I nostri genitori sono stati protagonisti di una delle più grandi espansioni economiche della seconda metà del secolo scorso e, se la crisi in Italia tutto sommato oggi si sente poco, è proprio per un motivo opposto allo sperpero: il risparmio privato generato dal lavoro di quelle generazioni, malgrado tutto, ancora sta reggendo e ancora sta tirando la carretta per tutti quanti noi.

E’ necessario sottrarre al grande capitale il potere di formare l’opinione pubblica

di STEFANO D’ANDREA (ARS Abruzzo)

Articolo pubblicato su “Appello al popolo” il 16.7.2009

 

C’è qualcosa di ingenuo in alcune delle critiche che vengono rivolte quotidianamente ai mezzi di comunicazione di massa: che essi non sollevino alcuni problemi; che essi non trattino alcuni temi; che essi utilizzino un determinato linguaggio; che essi sostengano sistematicamente e all’unisono determinati interessi; che essi oscurino giornalisti o politici che contrastino quegli interessi (ma invero, in questo momento storico, di simili politici non se ne vede nemmeno l’ombra). Critiche ingenue, perché hanno ad oggetto profili che non possono essere se non come sono. Sicché si pretendono, diremmo quasi infantilmente, dalla “libera stampa” e dalla “libera televisione”, contegni, scelte, indirizzi e opzioni di valore che sono intrinsecamente in contrasto con gli interessi delle imprese, delle persone e delle banche che dominano i consigli di amministrazione delle società titolari dei media, nonché delle imprese che pagano il corrispettivo dell’attività economica realmente svolta dai grandi media: vendere pubblicità. Pretese, evidentemente, ingenue al punto da rasentare l’infantilismo.

Riconquistare la sovranità interiore

di GIAMPIERO MARANO (ARS Varese)

“Il conflitto è padre di tutte le cose”, diceva il sapiente Eraclito. La cultura contemporanea ha censurato questa verità primordiale, ed è come se avesse censurato il mondo stesso: in tutti i campi, dalla politica alla letteratura, ha lavorato senza sosta, con un’ipocrisia e una protervia insuperabili, per smussare le punte estreme e rischiose del pensiero, per mettere a tacere le voci più intransigenti, virili, radicali.

Negli ultimi venti o trent’anni gli individui e i popoli che non hanno accettato la consegna del silenzio, che non si sono genuflessi di fronte all’avanzata del nulla e alla sua manifestazione tangibile, cioè l’americanizzazione del pianeta (da cui, com’è noto, consegue la germanizzazione dell’Europa), sono stati marchiati a fuoco con il segno dell’infamia o derisi come cascami, residuati bellici delle ideologie novecentesche.

Ma l’impero dell’illusione e della menzogna non può durare a lungo. Neppure l’immane apparato finanziario e tecnocratico che lo sostiene e che ha ridotto in schiavitù il genere umano resisterà al sisma destinato a travolgerlo in un futuro per noi imprevedibile – e tale imprevedibilità non è una buona ragione per allentare la presa.

Documento di analisi e proposte dell’ARS: Riconquistare la sovranità; combattere e sconfiggere prima il nemico vicino, poi il nemico lontano

Che fare? Si impone la piena riconquista della Sovranità nazionale e quindi popolare: per ricollocare la Costituzione  al vertice del nostro ordinamento, affinché torni ad essere il faro luminoso che guida il popolo italiano nella disciplina dei rapporti economici; e per attuare uno sganciamento, “culturale” oltre che politico, dagli Stati Uniti d’America e dalle ideologie che essi hanno diffuso nel loro esclusivo interesse e a vantaggio del grande capitale.

Due sono le fonti delle direttive culturali, giuridiche e politiche, obbedendo alle quali siamo giunti alla seconda morte della Patria: l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America.

Di quale fonte dobbiamo liberarci prima?

Senza dubbio dell’Unione europea, per una pluralità di ragioni.

In primo luogo, perché i vincoli statunitensi sono soprattutto di natura culturale e politica. Essi richiedono esercizio della sovranità e volontà di essere indipendenti, non sovranità (salvo i vincoli assunti nei confronti della NATO). Al contrario, l’Unione europea limita del tutto e ormai ha pressoché estinto la sovranità economica italiana. Sottrarci alle direttive “culturali” e alle pressioni politiche statunitensi è oggi giuridicamente (e quindi astrattamente) possibile. Invece, la sottrazione ai vincoli europei e la riconquista della sovranità economica implicano il recesso dai Trattati europei.