Michael Walzer: Diritti dell’uomo o diritti del cittadino?

Michael Walzer (New York, 1935) è considerato uno dei maggiori esponenti della corrente filosofica comunitarista; i brani che seguono sono tratti da un testo apparso su “la Repubblica” (1.5.2014).

Gli aiuti umanitari per le persone in difficoltà in tutto il pianeta sono molto popolari oggi. Se ci sono meno cittadini impegnati nel nostro paese, abbiamo però molti più cittadini impegnati nel mondo; attivisti all’estero. Di fatto, è più facile difendere i diritti umani nei paesi di altri popoli che unirsi alla lotta contro l’ineguaglianza negli Stati Uniti (o l’Italia, o la Germania, o il Regno Unito). Anzi, la nuova battaglia per i diritti umani è stata accompagnata da una smobilitazione politica in patria. Ogni società umana produce gerarchie di ricchezze e potere e oggi questa produzione si attua non all’interno delle società, ma in modo trasversale a esse, nella società globale, dove le banche internazionali e le multinazionali operano con modalità tali da assicurare grandi ricchezze a pochi e determinare periodiche crisi per molti. Ai vecchi tempi, nello stato di cittadini attivi o potenzialmente attivi, questa tendenza persistente verso un ordinamento gerarchico era talvolta interrotta dalle ribellioni delle classi subordinate — agitazioni di cittadini precedentemente passivi che confluivano in movimenti sociali potenti e che davano vita a regimi socialdemocratici, welfare state, e disordini o perturbazioni nelle vecchie gerarchie.

Jacques Sapir: Il rivelatore greco

L’Unione europea vanta per sé i valori più alti. Con la voce dei dirigenti suoi e di quelli dei suoi paesi membri afferma di rappresentare la democrazia, la libertà e la pace. Tuttavia ne dà concretamente un’immagine molto differente. Non soltanto viola i propri valori a più riprese, ma sviluppa un’ideologia che è in realtà opposta ai valori che pretende incarnare.
L’Unione europea pretende di instaurare regole comuni e di solidarietà tra i paesi membri e anche oltre questi; i fatti smentiscono tragicamente e sempre più le idee di solidarietà, anche di quella al suo interno. Il budget comunitario, pur ridotto a meno dell’1,25% del PIL, è destinato a ridursi ancora. Queste due contraddizioni alimentano la crisi politica e insieme economica che l’UE conosce. Ne minano le fondamenta e oscurano in misura considerevole l’avvenire.

Il rivelatore greco
Il trattamento inflitto alla Grecia è un buon esempio della realtà delle pratiche in seno all’UE; aggiungiamo che, ahimè, non è il solo. Ma serve da rivelatore e manifesta la profonda ipocrisia della costruzione europea.

Cretinismo economico

CRETINISMO ECONOMICO

Chiedeva un amico su facebook: che cosa è il cretinismo economico? Ho risposto così:

“Cretinismo economico è tante cose. In primo luogo, l’idea che esista l’economia e non l’economia politica. Poi l’idea che gli economisti vadano al governo in qualità di economisti e non come sostenitori di una politica economica o che i giornalisti economici siano espressione di una pluralità di punti di vista e politiche economiche differenti, soltanto perché scrivono sul Corriere di Bazoli, la Stampa di Agnelli, Il sole24ore di Confindustria, La Repubblica di De Benedetti, o parlano dalle reti mediaset di Berlusconi, da la Sette di Tronchetti Proveira-Pirelli, dalle reti di Murdoch, dalla Rai unionista-confindustriale-globalista-filostatunitense. Poi l’idea che abbassare le tasse ai ricchi possa essere una cosa utile “per l’economia”, senza dare per scontato che si tratta di un’idea diffusa da un “paraculo”. Poi l’Idea che uno Stato sia come una famiglia e per sostenersi debba prendere denaro in prestito da qualcuno. Poi l’idea folle e ovviamente smentita dai fatti, che Monti, siccome “esperto”, ci avrebbe salvato. Poi ignorare il ruolo che ha assunto la Banca d’Italia nella politica Italiana (Carli, Ciampi, Dini, Siniscalchi, Draghi), senza riflettere sul significato storico dell’evento e la quasi unicità del caso Italiano. E moltissime altre cose. Viviamo avvolti dal cretinismo economico e la maggioranza degli italiani, “intellettuali” compresi, ne è impregnata”.

La Murdoch-eroina

L’errore di decine di milioni di persone consiste nel credere che la concorrenza tra Corriere della Sera di Bazoli, La Stampa di Agnelli, La Repubblica di De Benedetti, La 7 di Tronchetti Provera, le tre reti di Berlusconi e le reti di Murdoch generi complessivamente una informazione più oggettiva o comunque pluralistica rispetto a quella della PRAVDA in URSS. E’ il mito idiotizzante della concorrenza. La concorrenza nella informazione tra grandi imprenditori non è concorrenza.
E’ assurdo soltanto pensarlo. Chi lo pensa è incredibilmente ingenuo.
Quindi… siamo vissuti sotto un REGIME CONFINDUSTRIALE E DEL GRANDE CAPITALE FINANZIARIO.
Tra il 1945 e il 1980 le cose non stavano proprio così. Si leggevano anche L’Unità al posto di La Repubblica, L’Avanti e Il Popolo al posto del Corriere della Sera e persino Il Secolo d’Italia in luogo de Il Giornale o Libero e si vedeva la RAI (quella vera) al posto di RaiMediasetLa7, dove le tribune politiche le dirigeva Jader Jacobelli. E l’iniezione quotidiana della Murdoch-eroina non era ancora consentita.

Dal diritto al lavoro all’imposizione dell’elemosina

Nell’esaminare il contenuto della famosa 92/441/CEE: Raccomandazione del Consiglio, del 24 giugno 1992, credo che si abbia il dovere di riflettere sulle conseguenze di quello che tutti chiamano a gran voce con il nome di Reddito di Cittadinanza o relativi surrogati.
Partiamo da ciò che in proposito ci dice la nostra Costituzione, la quale, prima di ogni altra miserabile esternazione dei non eletti Europei, dovrebbe essere consultata.
Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 36 – Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Ora vediamo cosa ci dice la “raccomandazione”/imposizione dei banchieri Europei:
“Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.”
Qui il testo integrale: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML
In queste poche righe la disoccupazione viene considerata, senza esplicitarlo, alla stregua di una malattia, una disgrazia della natura contro la quale le umane forze nulla possono se non alleviarne le conseguenti pene, mentre noi sappiamo che in realtà la creazione del lavoro o la sua insufficienza sono conseguenti a precise scelte politiche. Se analizziamo ancora più a fondo scopriamo che nel sermone Liberist-Eurocentrico non si fa alcun riferimento a chi dovrebbe fornire le non meglio specificate “prestazioni e risorse”, che evidentemente, non essendo citate le risorse pubbliche afferiscono alla sfera delle assicurazioni private tanto care alla finanza speculativa.
Fatte queste debite premesse, la logica quindi vorrebbe che ci si interrogasse su una semplice questione. Nel caso in cui esistessero le risorse pubbliche finanziarie (e non esistono per effetto del Fiscal Compact Europeo) per rendere effettiva l’erogazione di un Reddito di Cittadinanza (o chiamatelo come vi pare), perché mai non si dovrebbero usare tali risorse per creare e pagare la creazione del corrispondente lavoro ?
Qualcuno eccepirà che il lavoro non c’è. Ma è proprio così ? Gli ospedali Italiani sono sovraccarichi di lavoro e spesso manca il personale medico e paramedico. I Tribunali Italiani sono stracarichi di lavoro con numeri arretrati rilevanti per mancanza di personale. Le scuole pubbliche soffrono del fenomeno delle classi pollaio per mancanza di docenti. Le strade, gli acquedotti, gli edifici pubblici crollano a pezzi per mancanza di fondi da destinare ai necessari lavori di manutenzione; ampi settori della produzione manifatturiera, e dei servizi in Italia sono totalmente scoperti e in mano agli importatori prevalentemente in regime di oligopolio, ma l’Unione Europea impedisce allo stato di creare lavoro nell’economia reale quando ce ne sarebbe estremo bisogno. La risposta è quindi no; non è così; lavoro da fare ce n’è tantissimo ma le risorse necessarie per effetto della sciagurata adesione all’Eurozona non possono essere messe a disposizione. Perché mai dunque si dovrebbero destinare risorse pubbliche al NON LAVORO a discapito della creazione di effettive buste paga ? Perché il lavoro, diffondendo ricchezza annienta gli oligopoli e produce diritti sociali mentre la disoccupazione, distrugge i mercati della piccola e media impresa alimentando gli oligopoli che si nutrono della forza lavoro immiserita. Possiamo perciò affermare che il sistema speculativo adottato dalle politiche economiche dell’Unione Europea è BASATO su alti livelli di disoccupazione strutturale (http://en.wikipedia.org/wiki/NAIRU) perché per perseguire l’unico vero obiettivo dei trattati Europei, e cioè la stabilità monetaria e finanziaria, sono fondamentali alti livelli di disoccupazione. La disoccupazione mantiene banalmente basso il costo del lavoro impedendo a chi lavora di pretendere retribuzioni più alte con la minaccia del licenziamento. I salari bassi mantengono bassa l’inflazione e quindi conservano intatti i tassi reali di rendita finanziaria di pertinenza delle classi sociali più abbienti. Tutto talmente semplice da essere disarmante.
Avevano quindi visto bene i nostri padri costituenti. A chi chiede un reddito non serve l’elemosina, ma uno Stato in grado di creare la giusta quantità di lavoro per il proprio funzionamento attraverso il superamento dei fallimenti in cui il mercato inesorabilmente e inevitabilmente cade. In sostanza l’attuazione di quel disegno di politica economica rivoluzionario, disegnato nel dettato costituzionale, basato sul lavoro come forma suprema di socializzazione del capitale.
Il reddito di cittadinanza serve invece a mantenere i disoccupati il più a lungo possibile in condizioni di schiavitù, senza lavoro e senza dignità prima ancora che a fornire agli indigenti le risorse necessarie al loro sostentamento. Non un intervento umanitario in difesa dei più deboli ma un saldo puntello agli interessi dell’alta finanza.
Se si dovessero trovare le risorse pubbliche necessarie sarebbe dunque molto meglio utilizzarle per creare occupazione stabile e non sussidi improduttivi. Vediamo perché.
Potrei dilungarmi a pubblicare numeri e tabelle che diano conto analiticamente di quanto detto ma ora tuttavia è importante dimostrare logicamente come sarebbe molto meno oneroso per le finanze dello stato creare lavoro e non spendere risorse per erogare sussidi.
Consideriamo quindi gli effetti macroeconomici dei due interventi a parità di risorse spese dallo Stato per la loro attuazione e mettiamoli a confronto.
Effetti dell’aumento dell’occupazione per intervento straordinario —-vs—– Effetti dell’erogazione del Reddito di cittadinanza.

DOCUMENTO DELL’ARS SULL’IMMIGRAZIONE – Documento per l’Assemblea Nazionale del 7 giugno 2015

Pubblichiamo il documento sull’immigrazione che verrà votato all’assemblea nazionale dell’ARS – Associazione Riconquistare la Sovranità, che si terrà Domenica 7 giugno 2015, a Roma, presso il Centro Convegni “Carte Geografiche” (Via Napoli 36)

ANALISI

Sovranità dello Stato nelle politiche sull’immigrazione

Il potere di disciplinare l’immigrazione è una manifestazione essenziale della sovranità dello Stato, la quale comporta il controllo del territorio (Corte Costituzionale, sent. n. 250/2010): “Lo Stato non può (…) abdicare al compito, ineludibile, di presidiare le proprie frontiere: le regole stabilite in funzione di un adeguato flusso migratorio vanno dunque rispettate, e non eluse (…) essendo poste a difesa della collettività nazionale e, insieme, di tutti coloro che le hanno osservate e che potrebbero ricevere danno dalla tolleranza di situazioni illegali” (sent. n. 353/1997).

La potestà legislativa dello Stato in tema di immigrazione si esprime non soltanto nelle regole d’ingresso e di soggiorno, ma anche nelle sanzioni previste per la violazione di queste regole e nella disciplina dei procedimenti necessari per la loro applicazione.

Il potere di ammettere o di escludere gli stranieri dal territorio nazionale è inoltre conforme al diritto internazionale consuetudinario, al quale l’articolo 10 comma 2 della Costituzione rinvia, poiché in questa materia opera il pieno principio della sovranità territoriale. Nel principio di sovranità è implicita la piena libertà dello Stato di stabilire la propria politica nel campo dell’immigrazione, permanente o temporanea che sia: alla luce di questo, l’Italia può e deve riacquistare il controllo sui flussi migratori, anche attraverso il pattugliamento delle proprie frontiere terrestri e marittime.

I dati sull’immigrazione in Italia

Per cittadini stranieri si intendono persone che non hanno cittadinanza italiana, ma che dimorano abitualmente sul territorio nazionale in quanto possessori di un regolare titolo a soggiornare. Vi fanno parte anche gli apolidi.

Nel corso dell’ultimo decennio intercensuario 2001/2011 la popolazione straniera residente in Italia è triplicata, passando da poco più di 1 milione e 300 mila persone nel 2001 a oltre 4 milioni nel 2011 (dati Istat). Due stranieri su tre risiedono nel Nord; in particolare, il 35% vive nell’Italia Nord-Occidentale, il 27% nel Nord-Est, il 24% nel Centro e il 13% risiede nel Mezzogiorno. A fine 2013 si è registrato un incremento del 12,2%, rispetto ai dati del 2011, che ha portato i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese a 4.922.085 unità, pari all’8,1% della popolazione residente totale. Un numero crescente di stranieri residenti è inoltre cittadino di stati aderenti agli Accordi di Schengen: 1.108.000 unità, secondo il “Dossier immigrazione ISTAT” del 2013.

Bisogna distinguere tra immigrati economici, ovvero tutte quelle comunità straniere attratte dalle opportunità economiche offerte dal nostro Paese, e immigrati che fuggono da situazioni di conflitto e violazione di diritti fondamentali. Del primo gruppo fanno parte, ad esempio, i cinesi, comunità in continuo aumento anche grazie alla presenza dell’euro. La moneta unica europea offre, infatti, attraverso la possibilità di rimesse nel paese d’origine dei lavoratori stranieri, indubitabili vantaggi derivanti dal cambio con valute più deboli.

Per quanto riguarda l’immigrazione illegale, i dati raccolti dall’agenzia europea Frontex mostrano come la costa greca e quella italiana rimangano i territori d’ingresso più importanti. Recentemente si è aggiunta una nuova rotta che passa per i Balcani, sfruttata da cittadini siriani che oltrepassano la Turchia e la Bulgaria.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2014 sono sbarcati 170.100 immigrati, con un incremento del 296% rispetto all’anno precedente (nel 2013 furono 42.925). Si tratta del 77% sul totale degli sbarchi nei paesi dell’Unione Europea. L’83% proviene dalle coste libiche, la restante parte dalle coste egiziane e turche. I paesi di origine di questi immigrati sono Siria (42.323), Eritrea (34.329) e, a seguire, Mali, Nigeria, Gambia, ecc.. L’improvviso afflusso di siriani è dovuto al perdurare della guerra civile.

La Libia resta lo snodo principale – specie dopo l’anarchia generata dall’abbattimento del regime di Gheddafi -, ma il traffico di esseri umani nasce nell’Africa sub-sahariana.

La “rete” dei trafficanti muove un fiume di denaro, spesso drenato da economie in miseria. I trafficanti non pianificano in una continua situazione emergenziale, come accade ai governi europei: studiano le vulnerabilità geografiche, normative e fisiche dei vari paesi da raggiungere, sfruttandole e modificando rapidamente, all’occorrenza, modalità operative e rotte.

LA RIFORMA TRIBUTARIA DELL’ARS – Documento per l’Assemblea Nazionale del 7 giugno 2015

Pubblichiamo il documento sulla riforma tributaria che verrà votato all’assemblea nazionale dell’ARS – Associazione Riconquistare la Sovranità, che si terrà Domenica 7 giugno 2015, a Roma, presso il Centro Convegni “Carte Geografiche” (Via Napoli 36)

PARTE PRIMA: LE ANALISI

1. IL DETTATO COSTITUZIONALE

La Costituzione repubblicana contiene un granitico e potente indirizzo di politica fiscale sintetizzato in due righe:

Art. 53Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

I padri costituenti, nella cristallizzazione dei principi costituzionali, hanno voluto inserire il principio di “equità” come cardine del sistema tributario italiano.

È a tal proposito interessante leggere l’intervento dell’Onorevole Scoca, tenuto il 23 maggio 1947 davanti all’Assemblea Costituente, per poter capire, in modo pieno, la portata del principio contenuto nell’art. 53:

Se poi consideriamo che più dei tributi diretti rendono i tributi indiretti e questi attuano una progressione a rovescio, in quanto, essendo stabiliti prevalentemente sui consumi, gravano maggiormente sulle classi meno abbienti, si vede come in effetti la distribuzione del carico tributario avvenga non già in senso progressivo e neppure in misura proporzionale, ma in senso regressivo. Il che costituisce una grave ingiustizia sociale, che va eliminata, con una meditata e seria riforma tributaria. Non è questo il momento più opportuno per attuarla, ma credo necessario che si inserisca nella nostra Costituzione, in luogo del principio enunciato dall’articolo 25 del vecchio Statuto, un principio informato a un criterio più democratico, più aderente alla coscienza della solidarietà sociale e più conforme alla evoluzione delle legislazioni più progredite.[omissis] Da un punto di vista scientifico (se di scientifico c’è qualcosa nella materia finanziaria, o nella scienza delle finanze) si può dimostrare, come è stato dimostrato, che, pur partendo da uno stesso principio, è possibile giungere sia alla regola della proporzionalità che a quella della progressività. Ma, lasciandosi guidare da un sano realismo, non si può negare che una Costituzione la quale, come la nostra, si informa a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività. Le dispute dei dotti su questo tema mi hanno lasciato sempre perplesso; non così le osservazioni d’ordine pratico. Ho sempre pensato che chi ha dieci mila lire di reddito e ne paga mille allo Stato, con l’aliquota del 10 per cento, si troverà con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ne ha centomila, dopo aver pagato l’imposta del 10 per cento in base alla stessa aliquota, si troverà con una disponibilità di 90 mila lire. È ovvio che per pagare l’imposta il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e che sarebbe equo alleggerire l’aggravio del primo e rendere un po’ meno leggero quello del secondo. Si può discutere sulla misura e sui limiti della progressione; non sul principio. Il mio articolo aggiuntivo originario accennava espressamente alla necessità che a tutti i cittadini venga assicurata la disponibilità del reddito minimo necessario alla esistenza; ed anche su questo credo che ci sia la concorde adesione di tutte le parti di questa Assemblea. Non si può negare che il cittadino, prima di essere chiamato a corrispondere una quota parte della sua ricchezza allo Stato, per la soddisfazione dei bisogni pubblici, deve soddisfare i bisogni elementari di vita suoi propri e di coloro ai quali, per obbligo morale e giuridico, deve provvedere. Da ciò discende la necessità della esclusione dei redditi minimi dalla imposizione; minimi che lo Stato ha interesse a tenere sufficientemente elevati, per consentire il miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti, che contribuisce al miglioramento morale e fisico delle stesse ed in definitiva anche all’aumento della loro capacità produttiva.

Ovviamente, come norma di principio e di indirizzo, di per sé, rappresentava la via da percorrere per il legislatore italiano nella “riforma del diritto tributario” incentrata a criteri di progressività. Via che si è intrapresa con grandi difficoltà e che, con grandi sforzi dovuti allo scioglimento delle resistenze dei gruppi di interesse dei più abbienti, il legislatore italiano ha perseguito nel corso del tempo, con la successione di ritocchi normativi che sono culminati con la riforma tributaria degli anni ’70.

Se quindi il sistema tributario italiano doveva essere informato al principio della progressività delle aliquote, di per sé doveva essere un sistema che privilegiasse l’imposizione diretta e personale sui redditi a discapito di quella indiretta sui consumi.

Purtroppo, però, nel percorso di riforma del diritto tributario italiano si è inserito l’adeguamento della legislazione italiana alle direttive comunitarie europee, che hanno sensibilmente inciso nella determinazione di un modello tributario diverso da quello contenuto nella Costituzione repubblicana del 1948.

Una breve ricostruzione storica degli interventi di riforma tributaria successivi alla Costituzione, chiarirà le dinamiche del “vincolo esterno” indotto dalla CEE/CE/UE nella normazione della politica fiscale della Repubblica Italiana, che ha di fatto deviato dal dettato costituzionale.

Si passerà poi, nella seconda parte del documento, all’esposizione di un ipotetico piano di riforma tributario, che riporti nell’alveo dei principi costituzionali gli indirizzi di politica fiscale della Repubblica Italiana, evidenziando, altresì, le pre-condizioni “di sistema” necessarie per garantirne il buon esito.

Matteo Volpe: I colpi di Stato in Italia e la strategia delle élite internazionali

Spesso, quando si parla di “colpo di stato”, si intende il rovesciamento di un governo manu militari, ovvero avvalendosi dell’uso della forza e della minaccia delle armi. Ma quello militare non è l’unica forma di colpo di stato possibile. Qualsiasi azione che abbia come fine la sostituzione delle cariche pubbliche o la caduta di un governo può essere considerata golpista, anche se non si avvale della forza bellica.

In Italia ne esistono alcuni esempi, seppure inscritti dalle cronache nel normale corso storico “legittimo” delle istituzioni. Nella storia repubblicana, dalla Costituzione del ’48 ad oggi, si possono enumerare tre colpi di stato, differenti nella forma, ma tutti uniti da un identico filo rosso: il golpe del biennio ’78-’79; quello giudiziario del ’92; quello economico-finanziario del novembre 2011.

Il primo colpo di stato della storia Repubblica italiana (riuscito) è cominciato con un omicidio politico, quello di Aldo Moro. I fatti sono più o meno noti: il rapimento dell’allora Presidente della Democrazia Cristiana da parte delle Brigate Rosse fino al suo assassinio e la conseguente chiusura del dialogo con i comunisti e della possibilità di un governo con il PCI voluto da Moro.

L’Io Minimo

Tratto dal libro di Christopher Lasch “L’Io minimo”:

“In un’epoca di turbamenti la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza. Gli uomini vivono alla giornata; raramente guardano al passato, perchè temono di essere sopraffatti da una debilitante “nostalgia”, e se volgono l’attenzione al futuro è soltanto per cercare di capire come scampare agli eventi disastrosi che ormai quasi tutti si attendono. In queste condizioni l’identità personale è un lusso, e in un’epoca su cui incombe l’austerità, un lusso disdicevole. L’identità implica una storia personale, amici, una famiglia, il senso d’appartenenza a un luogo. In stato d’assedio l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. L’equilibrio emotivo richiede un io minimo, non l’io sovrano di ieri.”

Uno dei tanti assurdi di una società compressa sotto il peso di una responsabilità indotta, che spinge l’uomo a un’identità minima, sottile, fragile. Ogni giorno il potere colpevolizza gli individui della fallacia di un sistema disumano, lasciando all’individuo stesso la responsabilità della sua sorte e delle sue sventure: se non hai un lavoro è perchè sei un’incapace!, se non hai una casa e soldi per vivere è perchè non hai voglia di lavorare!, se il paese è indebitato è perchè tu non paghi le tasse!… e così via; non si tratta più di individui in quanto tali, ma di massificazione di una società inetta e incapace. Così nascono i conflitti orizzontali che canalizzano energie verso buchi neri e vi si disperdono, mentre la classe dirigente continua con ogni mezzo, a mantenere il potere.

Franco Fortini: L’America delle carte di credito sedotta dalla morte

Alcuni brani di un articolo pubblicato sul “manifesto” due giorni dopo l’esecuzione di Robert Harris, ucciso nella camera a gas del penitenziario di S. Quintino (California) il 22 aprile 1992 [gm]

Gli ultimi ordini da Bruxelles

Bruxelles, 13.5.2015
COM(2015) 262 final
Raccomandazione di
RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO
sul programma nazionale di riforma 2015 dell’Italia
e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità 2015 dell’Italia

1) “Sono ancora eccessivamente elevati il numero e la portata delle agevolazioni fiscali, in particolare le aliquote ridotte dell’IVA”.
2) “Quanto alla tassazione dei beni immobili, ci sono stati soltanto lenti progressi della riforma del catasto, nell’ambito della quale si rende particolarmente necessaria una revisione dei valori catastali obsoleti”.
3) “l’attuazione dell’ambizioso programma di privatizzazioni presentato dalle autorità italiane ha subito un certo ritardo nel 2014; di conseguenza, i proventi delle privatizzazioni nel 2014 sono stati pari allo 0,2% del PIL, al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% all’anno”.

Ormai non ho più dubbi che CI LIBEREREMO

I repubblicani non hanno patria

Quello che anni fa avremmo chiamato il nostro amato giovane premier precocemente calvo ma che oggi, al 4%, è ex amato, ex giovane, ex premier e pure ex calvo, ha lanciato una delle sue boutade, che boutade non è: “Bisogna fare un unico grande partito alternativo al partito democratico, possiamo chiamarlo… che ne so, ‘repubblicano'”. E, guarda caso, ci ritroveremo con un bipolarismo perfettamente americano di nome e di fatto. Di Pietro direbbe: “Che c’azzecca con la Francia?” C’azzecca, c’azzecca. Anche qui non manchiamo di uomini bassi dalle manie di grandezza spropositate. Infatti Sarkozy, senza preavvisare nessuno dei suoi, annuncia che il suo partito, l’UMP, cambierà nome e si chiamerà Républicains. La prima reazione dei colleghi, ufficialmente ancora gaullisti, anche se De Gaulle probabilmente tornerebbe a Londra per combatterli a cannonate, a questa americanata è stata subito un “no”. Peccato poi che i politici “moderati” alla Juppé son così: di nobili valori nei primi propositi, ma poi Francia o Spagna purché se magna, e con i soliti scambi elettorali hanno votato tutti, compresi Juppé e Fillon, “sì” al nuovo nome americano. Ora sono Les républicains. E quando si frequenta un po’ la sede nazionale del partito e si sente che aria tira, si capisce dove si vuole andare. Per gli eletti UMP il trattato transatlantico è cosa fatta. Anche la parola “Unione europea” non è più di moda: si parla ormai di “Europa delle grandi regioni” e di “Unione transatlantica”. Che dire? Ormai siamo due passi indietro noi sovranisti. Ecco quindi che bisogna anche uniformare le formazioni politiche a quelle americane, in modo che ben presto ci siano solo partiti sovranazionali. Naturalmente i partiti sovranisti non potranno partecipare alle elezioni, a meno che non raccolgano firme in tutti i paesi. Che coincidenza! In realtà, non dovete pronunciare la parola “Stato”, altrimenti Attali vi prende per imbecilli. Non vogliono imporre le stesse leggi a tutti i cittadini: no, sono per la libertà degli individui! A loro non interessa un fico secco di legiferare sui diritti civili, quello che interessa è imporre i propri standard produttivi e finanziari a tutto il pianeta; per il resto degli aspetti quotidiani si rimanda al (udite udite che chicca!) “comunitarismo democratico”, che scompone completamente l’unità del corpo del diritto in funzione della comunità a cui si appartiene. Quindi, per quanto riguarda gli aspetti civili della propria vita (divorzio, eredità, ecc.), ci si potrà rifare al diritto “gallico” o “islamico” a seconda della propria religione o sensibilità. Il diritto pubblico lascia il passo all’arbitrato e le condizioni di lavoro non vengono più normate ma, anzi, negoziate caso per caso o, al limite, posizione per posizione. Nessun tipo più di inquadramento per settore o, peggio, di contratto nazionale. Un post fordismo transatlantico! Per fare questo, naturalmente, occorre una società il più possibile divisa, eterogenea, non compatta, instabile, nella quale ogni sistema di controllo è possibile in nome della sicurezza. Lo so. sembra un articolo da blog complottista, eppure è quanto hanno dichiarato diversi deputati socialisti e dell’UMP.

Breve riassunto per disintossicarsi dagli slogan

Alla fine del secondo conflitto mondiale le due forze sociali contrapposte hanno ricomposto il loro scontro dando vita ad una nuova soluzione di compromesso.
In Italia il nuovo patto sociale viene sancito dalla Costituzione del 1948 che, con l’art. 3, impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Si tratta dell’impegno a rimuovere le storiche disuguaglianze sociali che avevano, sino ad allora, segnato la storia del Paese (“una storia di servi e di padroni”).
L’art. 41 fornisce le basi per una fruttuosa interazione tra capitalismo e democrazia, riconoscendo la libertà di iniziativa economica, principio cardine dell’ideologia liberale, ma stabilendo al contempo che essa non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, assegnando allo Stato il compito di “determinare i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata” possa “essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Il nuovo patto sociale e la particolare congiuntura economica del dopoguerra favoriscono così nei paesi occidentali, sino alla fine degli anni ’70, l’avvento di un fatto inedito nella storia dell’umanità: la curva della disuguaglianza comincia a decrescere.
L’imposta progressiva sul reddito, pensata per ricomporre il particolare equilibrio di forze sociali (equilibrio che in Italia trova uno dei più significativi laboratori politici mondiali), opera la redistribuzione di quote significative di reddito dal capitale al lavoro, finanziando così la costruzione dello Stato sociale e ponendo le premesse per la nascita di una nuova classe media proprietaria la cui capacità di spesa e di consumo determina un progressivo allargamento del mercato.
Dalla fine degli anni ’70 i rapporti di forza iniziano a modificarsi a favore del capitale che reagisce alla progressiva riduzione della quota dei profitti verificatasi in conseguenza di una serie di fattori macro e micro sistemici: fine del ciclo espansivo del secondo dopoguerra, shock esterni come l’innalzamento del costo delle materie prime petrolifere, fattori interni come la crescita dei salari reali e delle rivendicazioni sindacali.
La reazione prende il via nel cuore del capitalismo angloamericano con le politiche neoliberiste inaugurate da Margaret Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan negli Stati Uniti, dove, alla metà degli anni ’80, l’aliquota delle tasse per i più ricchi scende dal cinquanta per cento al ventotto per cento.
La privatizzazione della sanità pubblica, poi, non solo pone fine all’architrave portante dello Stato sociale, ma segna l’inizio di un processo di trasferimento di quote di reddito dal lavoro al capitale oligopolistico delle grandi compagnie assicurative e delle corporation protagoniste delle privatizzazioni.
È solo l’inizio del ritorno alla disuguaglianza che, procedendo a tappe forzate tra privatizzazioni, deregulation, riduzioni dei salari e licenziamenti, segnerà una parabola discendente della classe lavoratrice americana che nel secondo dopoguerra aveva raggiunto il benessere e che, seppur mantenendo la sua produttività, si impoverirà sempre più.
La nuova tendenza delle roccaforti angloamericane del capitalismo si propaga rapidamente ai paesi industrializzati del centro Europa, determinando, anche in Italia, un generale peggioramento delle condizioni dei lavoratori che tuttavia procede a rilento, dovendosi misurare con la residua forza politica e sindacale, fiaccata ma non estinta.
L’ondata di crescita della disuguaglianza viene rallentata sopratutto perché le leve strategiche della sovranità monetaria e valutaria restano in mano alla classe politica nazionale, consentendo così all’Italia di autogovernare (pur dopo lo storico divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro che dal 1981 determinerà il continuo innalzamento del debito pubblico) il conflitto sociale interno senza dover sottostare, come poi avverrà, alla eterodirezione dei paesi egemoni all’interno dell’Unione Europea e dei cosiddetti mercati, cioè del capitalismo finanziario internazionale.
Alla fine degli anni ’80, il susseguirsi di una serie di eventi macro sistemici fanno saltare definitivamente l’equilibrio storico tra le forze sociali che aveva dato luogo al compromesso. La fine del bipolarismo internazionale, la globalizzazione economica e finanziaria, la rivoluzione tecnologica, determinano infatti la perdita di ogni potere di contrattazione della classe operaia e del suo ruolo di baluardo contro il potere capitalistico.
La sua sopravvenuta irrilevanza politica trascina nella disfatta anche il ceto medio che si rivela un gigante sociale dalle esili gambe.
Si creano così le condizioni per sciogliere il matrimonio di interessi tra liberalismo e democrazia attraverso un divorzio non consensuale.
La democrazia è diventata superflua poiché sono venute meno le ragioni che imponevano al sistema capitalistico di accettare i limiti al proprio libero sviluppo.
Il gioco del potere è dunque ripartito su nuove basi ma, a differenza del passato, quando appariva decifrabile a chi avesse una cultura media in quanto si svolgeva tra forze sociali visibili all’interno di un contesto nazionale e di un semplificato scenario internazionale bipolare, oggi è divenuto in larga misura indecifrabile ai più, sia per l’oggettiva complessità dei processi in corso, sia per il coltivato divario tra cultura di massa e sapere appositamente riservato alle ristrette oligarchie che governano la transizione dal vecchio al nuovo ordine.
Oggi come ieri, sul terreno del sapere e dell’agire di conseguenza si gioca una nuova partita politica fondamentale.
Non lasciamoci distrarre.

La gloriosa Repubblica romana

Statua_RighettoLa Villa Pamphili all’ingresso di San Pancrazio ci appare oggi, nel tepore della radiosa biondezza del maggio romano, un luogo festoso, aulente di primavera, animato da bambini che giocano, famiglie che fanno pic nic, gente che corre o fa ginnastica, innamorati che si scambiano effusioni, persone, per lo più, ignare del fatto che quel breve tratto in prossimità della cinta del Vascello, prima della biforcazione di via Aurelia Antica (nella zona che oggi i romani conoscono col nome di “Monteverde Vecchio”), poco più di 150 anni fa, fu letteralmente intrisa di sangue e teatro di una delle pagine più romantiche della storia del risorgimento italiano: quella della resistenza in difesa dell’effimera quanto gloriosa Repubblica Romana.
Le vestigia di quell’epopea riecheggiano un po’ ovunque: nella chiesa di San Pietro al Montorio è incastonata una palla di cannone sparata dalle truppe francesi, poco oltre vi è l’ossario dei caduti sacrificatisi nell’estremo tentativo di impedire lo sfondamento delle linee difensive, il medesimo ossario contiene al suo interno le ceneri tumulate, tra gli altri, di Goffredo Mameli, nelle mura di Villa Sciarra, all’altezza di largo Berchet, ci sono due lapidi: quella in italiano, risalente al 1871 (quindi postuma alla presa di Roma del 1870), consta di un epitaffio commemorativo del nobile sacrifizio dei patrioti morti in difesa della Repubblica romana; l’altra, in latino, è del 1850 e celebra, di contro, il rapido restauro delle mura nell’intento di cancellare dalla storia ogni traccia della breve vita della Repubblica del 1849 ed esalta al contempo il contributo fornito dalle truppe francesi per la restaurazione a Roma dell’ ancien régime.

Risvegliare la classe operaia

Con molto piacere posto un contributo dell’amico e socio Massimiliano Veneziani, che ringrazio.

Da molti decenni la classe operaia è un fantasma senza coscienza che si aggira nei pochissimi cantieri ancora presenti nella nostra amata patria. Forse per la prima volta nella sua storia, essa condivide molti interessi con l’ormai anch’essa agonizzante classe media facendo trasparire l’attuale necessità di una lotta di popolo ancor più urgente che di quella di classe. Le cause di questa drammatica situazione sono molteplici e a mio avviso vanno ricercate nella sfera sindacale, storica e ideologica.
Infatti dalla metà degli anni 80 in poi è chiarissima la connivenza tra forze politiche sostenitrici di svolte liberiste, in passato tradizionalmente vicine alle cause dei lavoratori, ed il sindacato, incapace di autonomia decisionale rispetto ai grandi partiti di riferimento. Addirittura,  in molte situazioni lo si vedrà partecipe di quella stessa transizione intrapresa dai suoi riferimenti politici, diventando il vero cane da guardia della odierna sinistra liberista che, poi con riconoscenza, elargirà carriere politiche a personaggi ben noti. Il tutto facendo ingoiare accordi a perdere ai lavoratori a suon di retoriche del governo amico, del meno peggio, arrivando anche ad approvare leggi liberticide e corporative sulla rappresentanza alla faccia dell’antifascismo da essi continuamente sbandierato. Partendo dalla recente porcata (vedi accordo interconfederale) votata dalla triplice in blocco nel 31/05/13 (compreso il nuovo eroe sinistrorso Landini,) per continuare con una serie di nefandezze che il lavoratore ha accettato d’ingoiare solo davanti allo sventolio retorico della bandierina rossa, mossa quest’ultima particolarmente efficace su menti semplici e poco duttili.

Diritti sociali e dignità umana: per una gerarchia dei diritti

Nel trattare dei diritti, la moderna interpretazione suole ormai distinguerne diverse generazioni. Concentriamoci brevemente sul percorso storico che ha condotto alle prime due, le quali ricomprendono quelli politico-civili e quelli socio-economici, svolgendo una riflessione finale sui secondi e sul loro attuale livello di protezione.

La nozione di diritto non può che connettersi con quella di libertà, dalla protezione e valorizzazione della quale discende la prima. Tuttavia, la libertà di cui noi abitualmente parliamo deve intendersi e declinarsi in maniera radicalmente diversa rispetto alla sua concettualizzazione più arcaica. Nelle società antiche essa era in effetti interpretata in una chiave assolutamente avulsa dall’individualismo che le conferisce la peculiare coloritura assunta in epoca moderna. Queste società si presentano come essenzialmente organicistiche e dominate da una impostazione comunitaristica che mai e poi mai avrebbe consentito al singolo di rivendicare dei diritti contro la sua stessa comunità di appartenenza. Tutto ciò avrebbe comportato un grave rischio per la stabilità della comunità medesima. I diritti attribuiti all’individuo, pertanto, sono funzionalizzati all’interesse collettivo. Visioni del genere, peraltro, sono tutt’oggi rinvenibili in culture quali quelle africane o asiatiche, impregnate di principi solidaristici che permettono a tali società di rinsaldarsi attorno ad un sistema valoriale profondamente diverso rispetto a quello di matrice atomistico-individualista su cui si fondano le società occidentali. Come ci ricorda il politologo nigeriano Claude Ake,

L’età degli dèi

Il filosofo napoletano Giambattista Vico visse a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, in un periodo in cui tra gli intellettuali europei (Galilei, Newton, Cartesio, Leibniz etc.) dominava lo studio scientifico della natura e la volontà di ridurre tutto a delle precise regole matematiche. Egli, laureato in Giurisprudenza e figlio di un modesto libraio, a fronte dell’imperante matematismo del suo secolo esaltava l’originalità, l’alogicità e l’autonomia del mondo umano. Nell’atteggiamento dei suoi contemporanei egli intravedeva il rischio che la storia, la retorica e la poesia andassero perdute dinanzi alle scienze puramente razionali.

Proprio alla Storia egli conferiva una grande valenza poiché, in quanto prodotto degli uomini, essa è perfettamente conoscibile dagli uomini:

questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana.

In questo modo la Storia costituiva per Vico la “Scienza nuova”, ossia la scienza di quel “mondo civile delle nazioni” che è esclusiva creazione degli uomini. Essa diventava così uno strumento pratico che offriva il sapere, la possibilità di fare, trasformare e migliorare l’esistenza e la società umana.

L’irriducibile e imprescindibile responsabilità

di Alessandro Bolzonello

3940305785_29f708db4a_zIncolpevole mi ritrovo in vita.

Intorno a me un contesto trovato, non scelto, subito, che mi ha avviato lungo consolidate, benché relative, strade: quelle maturate lungo il tempo, quelle disponibili.

Posto lungo questi binari, nel percorrerli, provo continuamente a coglierne senso e significato. Spesso invano. Concludo – come Caparezza – che iodellavitanonhocapitouncazzo.

Poche le certezze maturate, se non la convinzione di essere dentro un percorso vincolato di costruzione ed espressione di una temporanea identità, innestata nel pregresso, destinata inesorabilmente a finire; la fattiva contribuzione nel presente è il lascito – biologico, materiale e culturale – a ciò che verrà dopo di me.

Le istanze significative hanno a che fare con un duplice processo: quello fisico/biologico e quello della trasmissione intergenerazionale.

L’ARS sui diritti civili – Documento per l’Assemblea Nazionale del 7 giugno 2015

La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tende a scindere la comunità in due fazioni: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall’altro coloro che sono contrari.

Ultimamente la categoria è sottoposta a critica: si tratterebbe di diritti “cosmetici”, nel peggiore dei casi, o soltanto “secondari” rispetto ai diritti sociali, nei casi in cui la critica è più blanda. Pensiamo che si possa e si debba andare oltre.

In primo luogo, taluni pretesi “diritti” sono in realtà doveri.

Per esempio, ciò che stupisce quando viene posta la questione delle unioni civili è l’invocazione di una concezione falsa e assurda del matrimonio come fattispecie dalla quale discenderebbero diritti. Ma il matrimonio è il regno dei doveri: dovere di coabitare, dovere di avere la medesima residenza, dovere di fedeltà, dovere di aiutare il coniuge materialmente e spiritualmente; conseguente (anche se non automatico) addebito della separazione in caso di violazione di quei doveri; dovere di corrispondere l’assegno di separazione; indisponibilità per testamento di una parte rilevante del patrimonio al momento della morte anche in caso di manifesto tradimento; obbligo di pagare gli alimenti (anche nei confronti del coniuge separato, comunque si sia comportato nel rapporto matrimoniale o durante l’unione); obbligo del padre e della madre del coniuge (o dell’unito) di pagare gli alimenti all’altro coniuge (o unito); obbligo del coniuge o dell’unito di pagare gli alimenti al suocero o alla suocera.

Il lavoro che dovrebbe essere

Avendo cominciato il primo maggio, festa del lavoro rarefatto e “adattabile” (art. 145 TFUE), a scrivere questo articolo, ho immaginato di dare ad essa un senso – forse l’unico ancora possibile – parlando di un lavoro in passato mai esistito nella sua pienezza e che di certo non esisterà in un futuro prossimo, ma alla cui realizzazione noi sovranisti, estremo baluardo difensivo dei valori costituzionali, non dovremmo mai smettere di tendere.

È il lavoro che rappresenta lo spirito informatore della nostra Costituzione.

È il lavoro a cui i padri costituenti avevano assegnato il compito di attuare il nuovo Stato descritto nel secondo comma dell’articolo 3 della Carta fondamentale (cioè lo Stato democratico e sociale, della eguaglianza sostanziale, del pieno sviluppo della persona umana, dell’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese) e che la UE ha espunto dal novero dei diritti, relegandolo fra le libertà (la libertà di lavorare: art.15 della Carta dei diritti fondamentali della UE) e degradandolo a merce.

È, in altri termini, il lavoro che dovrebbe essere.

Un’utopia, come ammoniscono i patetici espertoni che, nonostante il loro “sapere”, ignorano che utopia significa proprio lottare per tutto ciò che non è, ma che dovrebbe essere.