Prezzi Fissi

Supponiamo di essere titolari di un’azienda che fa un prodotto specifico, tipo Forni a Microonde.
Li facciamo benissimo, tecnologicamente all’avanguardia ad un costo molto competitivo. Il meglio sul mercato insomma.
Ovvio che tutti li acquisteranno, ne venderemo migliaia e faremo grandi profitti. Bene.
Il problema sorge quando il mercato comincia a funzionare, cioè quando, per la legge della domanda e dell’offerta i nostri prezzi inevitabilmente cominceranno a salire. Questo è normale in un’economia di mercato : più un bene è richiesto e più il suo prezzo salirà.
E’ la logica che sottende, il linea generale, al concetto di inflazione.
L’aumento del prezzo del nostro bene tenderà a farci perdere quote di mercato, non fosse altro perché il nuovo prezzo maggiorato diventa troppo elevato per una fascia sempre maggiore di clienti.
Avremo un calo delle vendite a favore di concorrenti produttori di Forni di più basso valore tecnologico ma di prezzo più abbordabile. Quindi avremo un calo dei profitti. Dovremo riconsiderare mezzi e fattori di produzione e in generale riposizionarci sul mercato.
Potessimo mantenere i nostri prezzi stabili, indipendenti dalle logiche e dalla dinamica del nostro mercato sarebbe meglio. Ma in questo contesto non si può.
Abbiamo però una possibilità.
Quella di produrre in zone ( paesi ) nei quali la dinamica dei prezzi risulti più rallentata, dove non sia sincrona con la struttura economica dei nostri luoghi di vendita.
Trovato il paese a minore inflazione vi spostiamo i mezzi e i fattori di produzione inutilizzati o anche la totalità di essi, integriamo la nostra offerta e ritorniamo a difendere il nostro profitti. Abbiamo così evitato il meccanismo di riallineamento automatico dei prezzi.
I prezzi dei nostri concorrenti aumenteranno più dei nostri, e dato che noi produciamo comunque un prodotto migliore, conquisteremo più quote di mercato ( se non addirittura tutto quanto.. ).
Ma sorge un problema : il paese nel quale siamo andati a produrre ha una moneta diversa da quella circolante nel nostro mercato di riferimento. Questa condizione ci fa ricadere ancora nelle logiche proprie dell’economia di mercato.
La moneta, come tutti gli altri beni, soggiace alla legge della domanda e dell’offerta. Io produco beni prezzati con la moneta del paese a bassa inflazione e chi lo deve comprare deve domandare questa moneta offrendo la sua. La moneta del paese di produzione quindi si apprezza mentre si svaluta quella del paese in cui si definisce l’acquisto. Questo porta i prezzi del mio prodotto ad aumentare ( più “moneta acquirente” per “moneta produttore” ) e la dinamica tende a riequilibrare quello che è lo squilibrio inflazionistico dei due paesi.
Sono punto e a capo, non ho risolto nulla.
A questo punto però mi viene in aiuto un nuovo attore economico : la Politica.
La Politica decide che i due paesi ( quello dove produco e quello dove vendo ) si debbano integrare con un cambio fisso o con una moneta unica per una serie di motivazioni che vanno dalle quelle ideologiche ( facciamo un grande paese, uniamo i popoli ) a quelle produttive e tecnologiche ( uniamo le economie e le eccellenze dei paesi verranno condivise ).
Il mio prodotto ricomincia ad essere competitivo. Il suo prezzo non si alza parallelamente al prezzo di tutti gli altri. Prescinde dalle logiche di mercato. Il mio acquirente non deve più cambiare moneta per acquistare i miei Forni. Io li produco in paesi a basso costo e a bassa inflazione e li vendo in paesi la cui dinamica dei prezzi è più accentuata. La mia competitività in relazione a quella dei miei concorrenti aumenta addirittura nel tempo, perché le differenze inflattive si accumulano.
La mia azienda fa affari d’oro.
Ma non è tutto.
Dato che ogni vendita di un forno porta la moneta pagata per esso nel circuito economico del paese dove produco sottraendolo al paese dove vendo, ho anche la possibilità di prestare questi soldi ai miei stessi clienti. Oltre che aumentare i miei profitti, questa opzione economica mi permette di sostenere le mie vendite, perché altrimenti una crescente scarsità di mezzi monetari nel paese degli acquirenti ridurrebbe i consumi e quindi la richiesta dei miei forni.
Oltretutto ho altri fattori di positività. Il primo è che i tassi di interesse nel paese dei miei clienti è più alto di quello che trovo nel paese di produzione, ho quindi convenienza a prestare ai miei clienti. Questo perché, logicamente, dove i consumi sono maggiori è maggiore anche la richiesta di mezzi monetari e quindi la convenienza a prestare soldi.
Secondariamente se prestassi i soldi anche nel paese di produzione, tenderei ad alimentare i consumi e quindi faciliterei l’aumento dei prezzi, aumenterei l’inflazione e diminuirei le differenze economiche tra i due paesi, inficiando i miei profitti. E quindi è preferibile movimentare i miei capitali in altri paesi che non sia il mio per farli fruttare senza intaccare la mia competitività.
Ma sorge un problema.
Se io continuo a prestare soldi ai miei clienti, che con essi comprano i miei prodotti rimettendomi al contempo gli interessi, arriverò ad un punto in cui i miei clienti mi chiederanno soldi per pagare esclusivamente gli interessi a me dovuti.
A questo punto finanziariamente non mi conviene più, interrompo i prestiti di denaro per attendere di rientrare degli interessi. Ho un contraccolpo sulle vendite dei forni ma in questo modo bilancio i miei profitti.
Il problema a questo punto si allarga.
I miei clienti non hanno i soldi per ripagare gli interessi ( i soldi li ho tutti io ) e non comprano più i miei forni.
Che fare?
Anche in questo caso mi viene in aiuto la Politica.
Lo Stato del paese dei clienti ripiana i loro debiti attraverso le proprie casse. Io rientro degli interessi, sono contento e ricomincio a vendere forni e a prestare soldi.
Ora il problema è in carico allo Stato. E’ lo Stato che comincia ad avere i conti fuori posto. Soprattutto perché io comincio a prestare i soldi a lui e non più solo ai miei clienti.
Ciò dipende dal fatto che, se prima prestare soldi ad uno Stato piuttosto che ad un altro non cambiava nulla, dato che l’avvento dell’Unione aveva uniformato al ribasso i tassi di interesse sul debito pubblico ( oltre a non essere particolarmente redditizio in relazione al valore degli stessi ), ora vengono ad evidenziarsi delle differenze su tali tassi, dato che si evidenziano differenze di sostenibilità del debito pubblico tra i vari paesi. Più l’investimento è a rischio e più viene prezzato tale rischio di insolvenza.
Lo Stato però può sempre ovviare al problema aumentando le tasse, raccogliendo massa monetaria, ripianando così i debiti che ha nei miei confronti.
La maggiore pressione fiscale però ha l’effetto di mettere fuori mercato le aziende autoctone che producono forni e che già navigano in cattive acque dovendo concorrere con me. Queste aziende hanno quindi due possibilità : o seguono il mio esempio e delocalizzano oppure chiudono. In entrambi i casi il risultato è quello di togliere ad un massa sempre crescente di clienti la possibilità monetaria di sostenere i consumi. Questo deprime il gettito fiscale ( oltre che causare a me una diminuzione delle vendite ).
Lo Stato quindi si ritrova ancora con problemi di bilancio. Io comincio ad arrabbiarmi con esso perché ho paura non mi possa ripagare le somme che mi deve. Oltretutto, la minor capacità di acquisto dei miei acquirenti produce un rallentamento della loro economia, quindi una diminuzione della loro inflazione, che tende a intaccare i miei profitti nella vendita dei forni.
Io a questo punto devo scegliere quale settore della mia attività privilegiare : quella dei forni o quella dei prestiti. Lo Stato del mio mercato di sbocco intanto, per reperire risorse monetarie per rimettere i debiti a me, comincia ad intaccare i patrimoni dei suoi cittadini, dato che il gettito fiscale legato alla remunerazione dei fattori di produzione non da più i risultati di prima. Oltre a questo, incentiva la competitività delle aziende interne nell’unica maniera con cui può farlo : ottimizzando i costi di produzione attraverso la riduzione dei salari.
Questa dinamica tende ad uniformare al ribasso le differenze dei due paesi. Il paese che prima era un paese di sbocco per le mie vendite si trasforma in un paese dove posso quindi spostare la mia produzione. Ha raggiunto un basso livello inflattivo, bassi costi dei fattori di produzione e, particolare non trascurabile, un elemento politico accondiscendente, data la sua posizione debitoria nei miei confronti.
Risposto quindi i miei mezzi ed i miei fattori di produzione nel primo paese ma mi trovo davanti ad un altro problema.
Non ho più mercati di sbocco.
Ho la necessità di trovarne qualcuno. Attraverso le correlazioni che intercorrono tra i settori politici dei due paesi nei quali produco e quelli del mercato di sbocco che ho nel frattempo identificato, suggerisco l’adozione di un cambio fisso o di una moneta unica, per poter riproporre la struttura economica che tanto mi ha fatto guadagnare prima.
Questo mi apre nuovi mercati, che però hanno ragion d’essere in relazione a quanto debole io riesca a mantenere quello che è il mio mercato interno. Devo continuare ad avere fattori inflattivi differenti per poter espandere i miei profitti.
E il gioco ricomincia.
La mia attenzione ora non è più incentrata sulla produzione di forni ma si sposta sull’assetto politico ed economico dell’ambiente sociale in cui opero. Devo primariamente controllare il settore politico, in modo che persegua i miei obiettivi di profitto e ricerchi per mio conto mercati di sbocco a cui poi imporre un cambio fisso. Devo controllare il mercato interno in modo che non ecceda nei consumi per non intaccare attraverso l’inflazione i miei crediti nei suoi confronti e per questo devo assicurarmi che la moneta non circoli tanto liberamente. Ad una maggiore circolazione corrisponderebbe un impoverimento del valore delle mie rendite. Tenere poi sotto controllo il mercato monetario mi permette di accedere più facilmente agli assets che i miei debitori detengono ancora. Essi, non avendo moneta per ripagare il denaro da me prestato, devono vendere sottocosto le proprietà ( case, attività, investimenti ). E li venderanno ovviamente a me.
Fissando dunque unilateralmente i prezzi dei miei prodotti sono diventato una specie di buco nero in cui tutti gli elementi economici precipitano al suo interno ad una velocità sempre maggiore. Ma per alimentarmi ho la necessità di avere attorno a me ancora materia stellare da bruciare, devo avere a disposizione una galassia di stelle, altrimenti, contrariamente al vero buco nero astronomico che diventa quiescente, rischio di esplodere seminando distruzione intorno a me.
Ed è quello che succederà all’Eurozona.
Si distruggerà primariamente il fattore scatenante che è la moneta unica. Perché la sua sopravvivenza non converrà a nessuno. L’euro ha già squilibrato la distribuzione della ricchezza concentrandola in poche mani. Come la materia, la distribuzione non può concentrarsi all’infinito, non può ridursi alla Singolarità astronomica. Mantenerlo ancora in vita inciderebbe come abbiamo visto su queste ricchezze.
Il sistema però, morta o meno la moneta unica, cercherà di salvaguardare se stesso, rimodulando in maniera alternativa le dinamiche di concentrazione della ricchezza, probabilmente fornendo ai ceti subalterni ( la materia stellare ) degli strumenti di accumulo di risparmio. Questo però evidentemente dovrà essere fatto con risorse esterne al sistema ( altre galassie ) da cui estrarre combustibile. Se le altre galassie seguono dinamiche simili, potrebbe non essere così semplice sopravvivere.
Sta a noi evitare che questo, al netto delle ovvie semplificazioni che questo post riporta, accada. Con lo studio delle dinamiche, con il coinvolgimento delle persone e con la militanza politica.

4 Comments to "Prezzi Fissi"

  1. stefano.dandrea's Gravatar stefano.dandrea
    August 26, 2014 - 3:40 pm | Permalink

    Solo per dire che i vincoli alla circolazione dei capitali consistevano nella necessità di autorizzazioni amministrative. La concessione di autorizzazioni, anche generali (ossia per tipi di atti), comportava una liberalizzazione a livello amministrativo. Nel 1990 è stato soltanto stabilito che le autorizzazioni – che già negli anni ottanta venivano date molto agevolmente; anzi in un libro del 1981 si trova scritto che la liberalizzazione amministrativa degli investimenti esteri era completa – non servivano piu' e non potevano essere reintrodotte perché in contrasto con regolamenti del 1988 (e poi con Maastricht).

    • stefano.dandrea's Gravatar stefano.dandrea
      August 26, 2014 - 3:41 pm | Permalink

      regolamenti europei

      • August 26, 2014 - 8:59 pm | Permalink

        Ci voleva! Ci voleva un post economico narrativo che coniugasse la complessità delle correlazioni con la semplicità dell'esposizione, e che abbinasse l'unitarietà di argomenti con la molteplicità degli aspetti mantenendo viva la curiosità e la comprensione.

        Complimenti.  Cerco da tanto un "racconto" così chiaro sia per l'idraulico che hai in mente tu,  sia per i lavoratori che ho in mente io. A loro importano poco i particolari e i cicli. Sarà una battaglia vinta se capiscono il nocciolo del post. Grazie.

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