Democratia delenda est!

Con l'adesione ai trattati europei la "lex mercatoria" trans-nazionale si è sostituita alla Legge dei Parlamenti nazionali. Di fatto, oggi, le Assemblee elettive nazionali si limitano a ratificare i provvedimenti fondamentali già deliberati “aliunde”, da organismi sovranazionali composti da nominati (BCE, CE, WTO, FMI, OCSE), residuando in capo agli organi elettivi esclusivamente le prerogative di approvazione delle sole "leggi cosmetiche" funzionali ad infondere nella popolazione unicamente il sentore di una mera parvenza democratica.

Il Parlamento (sia nell'attuale conformazione bicamerale sia in quella, probabile, futura monocamerale) viene di fatto dequotato ad un “Leporello del Mercato”. Completamente alla mercé dei capricci delle conventicole finanziarie.

Oggi un governo che non nasce dalle urne si appresta ad ultimare l’opera: distruggere le ultime vestigia di democrazia rappresentativa alla quale, in una Repubblica parlamentare, dovrebbe essere debitore della propria investitura.

Non solo. Un Parlamento a composizione illegittima (ai sensi della sentenza n. 1 del 2014 della Corte Costituzionale) che potrebbe legiferare solo su questioni urgenti in regime di prorogatio ex art. 61 Cost.(che comunque presuppone lo scioglimento dell’organo bicamerale) si appresta, invece, addirittura, a modificare la Costituzione! Lascio all’intelligenza di ogni lettore trovare la definizione più consona per descrivere un simile fatto di inaudita gravità.

Le famose riforme di cui tanto ciancia il mainstream e sulla cui realizzazione Renzi “ci ha messo la faccia” si sostanziano principalmente, da un lato, nella modifica della Costituzione (con l’introduzione del vincolo esterno del pareggio di bilancio, di cui abbiamo già abbondantemente trattato nell’articolo del 12 giugno u.s., e la riforma del Senato) al fine di cristallizzare in essa lo spostamento della “governance” ad un livello “extra-parlamentare” (cioè là ove non è più influenzabile dal voto del corpo elettorale) e, dall’altro, nell’ambito della legislazione primaria, nella riforma (rectius: abrogazione) dello Statuto dei Lavoratori per opera del Jobs Act.

Lo smantellamento di una delle due camere elettive, con risparmi irrisori per il bilancio dello Stato, si tradurrà in un’ulteriore attenuazione delle garanzie democratiche. Con una sola Camera la ratifica delle Leggi europee diventerà pressoché immediata!

La ratio di un bicameralismo perfetto si rinviene non solo nel controllo che ciascuna camera può esercitare sull’altra, ma anche nel fatto che il provvedimento finale scaturisca dalle c.d. “navette” sempre perfettibili da ciascuna Camera.

I parlamentari, infatti, al fine di esercitare con acribia la democrazia rappresentativa necessiterebbero di pazienza, calma, riflessione e compromesso. Il compromesso in politica non ha un'accezione negativa, ma significa contemperare i vari interessi coinvolti al fine di addivenire ad una decisione quanto più possibile condivisa. Ma se gli unici interessi che vengono ritenuti meritevoli di tutela sono quelli di cui sono portatori i mercati apolidi (grandi gruppi finanziari, banche, multinazionali…) le lutulenti lungaggini democratiche divengono non solo inutili, ma perfino di intralcio. Non è un caso che in queste ultime legislature si assista ad una lunga serie di atti normativi che puntualmente la Corte stigmatizza con l’incostituzionalità. In un Parlamento acefalo, schizzofrenico ed ossessionato esclusivamente dall’urgenza tutto viene deliberato a colpi di decreti legge e su cui sempre più spesso il Governo pone la questione di fiducia o addirittura i Presidenti delle rispettive Camere applicano la “tagliola”, la “ghigliottina o il “canguro”. La conseguenza dell’urgenza imperante è che le leggi vengono fatte male con il solo impellente obiettivo di accontentare apoditticamente le camarille finanziarie. La Legge elettorale “porcellum” ne è un fulgido esempio.

Un altro importante catalizzatore del processo anti-democratico in atto si rinviene nell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (fortemente voluto dai grillini e che verosimilmente il Governo recepirà nel Renzi’s pack). Tale riforma espone al rischio (calcolato e voluto?) che i parlamentari non rappresentino più la collettività, rectius: “la Nazione”, come recita l’art. 67 Cost., ma che essi svolgano le proprie funzioni ad esclusivo vantaggio di chi può “supportarli” economicamente. La politica stessa diventerebbe ad esclusivo appannaggio delle grandi èlites finanziatrici di parlamentari lacchè con vincolo di mandato.

Sempre nell’ottica dell’asservimento del Parlamento alla grande finanza e ai grandi gruppi bancari vanno inquadrate pure le riforme che prevedono la riduzione degli stipendi dei parlamentari e il numero degli stessi e che fanno inesorabilmente da corollario all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Per la “business community” diventerà molto più facile “comprare” la maggioranza su 630 parlamentari che non quella su 945 ed è ancora più facile se questi sono sottopagati.

L’approvazione di un simile groviglio di riforme sancirebbe un forte ridimensionamento del controllo popolare sul Parlamento a favore di una ristretta cerchia di homini economici. Una democrazia sempre più dilavata su cui cominciano a delinearsi sempre più marcatamente i tratti fondamentali dell’incombente oligarchia finanziaria. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la riduzione dello stipendio dei parlamentari, com’è noto, sono temi molto cari ai penta stellati che verosimilmente, in cambio dell’appoggio ad essi da parte del Governo, faranno convergere alla fine, dopo le scenografiche resistenze iniziali, i propri voti con quelli di Renzi per le riforme costituzionali. Tali voti trasversali, a loro volta, sommati a quelli di un Berlusconi edulcorato dalla recente assoluzione, dovrebbero garantire, tra tre mesi nella seconda votazione, una maggioranza granitica per un agevole superamento di quella elevata soglia dei 2/3 (necessari ad evitare il referendum costituzionale ndr) che i padri costituenti, nella loro infinita saggezza, positivizzarono nell’art. 138 della Cost. al fine di ostacolare eventuali modifiche mal ponderate.

Ma non è finita. Con la reintroduzione delle preferenze nella legge elettorale si amplifica artatamente la possibilità per i pluto-corruttori di eleggere i parlamentari più sensibili a questa pratica. Sia chiaro: dare la possibilità all’elettore di scegliere il candidato non è di per sé un’opportunità negativa, a patto però che sia controbilanciata da adeguati strumenti anti-corruzione come il finanziamento pubblico ai partiti appunto. E’ il combinato disposto, reintroduzione preferenze/abolizione finanziamento pubblico ai partiti, che dà luogo ad un corto circuito democratico macroscopico.

Un Parlamento debole e facilmente controllabile è funzionale, sterilizzati eventuali rigurgiti popolar sovranisti, a “blindare” il percorso intrapreso verso l’occaso democratico che porta dritto alla dittatura finanziaria!

Altre esiziali riforme sono contenute nel famigerato Jobs Act che, avulso dalla suadente anglofonia, positivizza e generalizza di fatto la precarietà del lavoro e quindi, in una situazione di elevata disoccupazione, consacra la deflazione salariale.

Il lubrico avviluppo di riforme sopra emarginate, sussunte nella più generica autopoiesi del paradigma ordoliberista, trafigge ai precordi la Repubblica democratica.

 

A.R.

 

“La prima verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso Stato democratico. La seconda verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di sviluppo accettabile”. F. D. Roosvelt.

1 Comment to "Democratia delenda est!"

  1. August 13, 2014 - 10:41 am | Permalink

    Riflessioni altamente condivisibili. Quando ne parlo in  giro però la maggior parte dei mie interlocutori mi guarda come se stessi evocando il pericolo delle scie chimiche.
    Colpa dei media, perfettamente adattati al pensiero unico delle "riforme" che salveranno il paese, al punto che salvo la rete e poche voci isolate (Marcello Foa) hanno protestato alla recente sparata di Draghi che auspica il commissariamento della Nazione anche su questo.
    Ma colpa, anche, della gente che nonostante le evidenze continua a dare ascolto alla propaganda di regime. Siamo al "vuoto sottomesso della popolazione"  di cui parla Leni Riefenstahl a proposito dell'efficacia dei suoi film di propaganda.
    La buona notizia è che Renzi, a proposito delle riforme costituzionali, ha ribadito più volte che le modifiche saranno sottoposte a referendum anche se dovessero passare con maggioranza qualificata. Parafrasandolo, direi "stiamo sereni"…

Leave a Reply